Verrà ordinato vescovo in Duomo sabato 22 febbraio, in vista della nomina alla guida dell’Arcidiocesi calabrese di Crotone-Santa Severina. Due mesi sono passati dall’annuncio a sorpresa, l’11 dicembre scorso, dell’importante incarico al quale papa Francesco ha chiamato monsignor Alberto Torriani. Ora che la data si avvicina, è lui stesso ad ammettere: «L’emozione si fa sentire, anche se ho imparato a gestirla e a farla diventare un’occasione di preghiera, perché dentro di me sento la trepidazione per il momento celebrativo, ma anche tutta la gratitudine per tanta gente che si sta impegnando nella partecipazione e nella preparazione di quel momento. In questi affetti e relazioni riconosco il centuplo di cui parla il Vangelo. Di contro c’è, poi, l’assottigliarsi del tempo che sto vivendo qui al Collegio San Carlo e il tema del lasciare i ragazzi e una realtà a cui voglio molto bene, che diviene, però, appunto occasione personale per fare una sintesi del mio cammino spirituale e ministeriale».

Il periodo trascorso come rettore del San Carlo è stato particolarmente significativo e caratterizzato da un impegno forte. Come questa esperienza quasi decennale potrà esserle utile nel ruolo di Arcivescovo?
Come avviene in ogni ambito, andrò a Crotone con la mia storia, i miei incontri, con le vicende che hanno segnato il mio cammino, ma – come dicevo – ciascuno di noi è sempre generato da una storia che ne segna il tratto, ne definisce la personalità, ne costruisce il linguaggio: è il bello della nostra umanità. Non sono in grado adesso di definire priorità, di orientare un progetto o di costruire visioni, ma sicuramente so che tutto questo passerà da ciò che è stata la mia vita, la mia vicenda di prete, con il mio modo anche di affrontare i problemi e di vivere le complessità. Essendo stato per tanti anni tra i giovani, penso che questo, seppur con compiti diversi, sarà uno dei tratti distintivi – lo dico come speranza – del mio episcopato.
Ha visitato la sua Arcidiocesi da dicembre ad adesso?
Sono stato in Calabria un paio di volte per prendere i primissimi contatti con quella realtà. Ho partecipato già anche ai lavori con la Conferenza episcopale calabra e ho scoperto di avere legami con la Calabria e con Crotone anche qui in Collegio. C’è una continuità che solo lo Spirito è stato capace di generare.
Ha potuto parlare anche con il Santo Padre dopo la nomina?
C’è stato un incontro, come mi aveva preannunciato lo stesso Nunzio apostolico, a metà gennaio. Un momento prolungato e bello. Al di là delle indicazioni pratiche ricevute relativamente alla diocesi di Crotone, con il Papa si è realizzato un dialogo spirituale tra un padre e un giovane vescovo sulla figura appunto del vescovo, come discepolo e come pastore, partendo, dall’umanità e dalle esperienze che hanno segnato la vita e la storia ministeriale di entrambi.
Lei è un vescovo “giovane”, 53enne. Ha qualche timore personale, insito nel ruolo specifico del vescovo, al di là dei cambiamenti di vita spostandosi da Milano e Crotone?
Ciò che ho cercato di descrivere nel mio motto e nel mio stemma è proprio la questione dell’umano sentire di cui i timori fanno comunque parte. Timore che a volte, magari, si trasforma anche in paura, diventando però, almeno per me, un esercizio di fiducia e, quindi, anche di affidamento. Credo che quello che conti sia fare in modo che i timori e le paure non siano i signori dei pensieri o del cuore.
A quando il trasferimento definitivo e l’ingresso solenne a Crotone?
L’ingresso sarà il 30 marzo, il volo aereo definitivo con cui scenderò a Crotone sarà il 26 marzo. I giorni dal 26 al 30 saranno utili per conoscere e per farmi conoscere dall’Arcidiocesi, soprattutto dal clero, ma con alcuni momenti significativi di visita anche nelle carceri, in ospedale e di incontro con i giovani e con altre realtà significative del territorio.

Nel suo stemma campeggiano 4 cuori. Non si può che pensare ai 3 cuori dello stemma del cardinale Martini. I suoi quattro cosa indicano?
I cuori sono innanzitutto l’omaggio ai Pastori e maestri che sono stati significativi nella mia vita: riprende proprio lo stemma di Martini, che mi ha ordinato sacerdote nel 2000, e indicano le città e i luoghi che hanno visto i miei primi passi nella fede e nell’esercizio del ministero: casa mia, a Novate Milanese; la parrocchia di Monza, dove per 11 anni sono stato incaricato della Pastorale giovanile e nella scuola; le prime responsabilità come rettore di un Collegio a Gorla Minore e, infine, Milano, sia con il Collegio San Carlo che con la parrocchia dell’impegno domenicale, Santa Maria del Rosario.
Il suo motto episcopale recita «Si sappiano da lui conosciuti». Perché questa scelta?
È forse un poco inusuale o contro corrente, perché non è una frase biblica, ma la citazione di un augurio che Madeleine Delbrêl, questa mistica del ’900, come la chiamava il cardinale Martini, scrive a un suo amico sacerdote che poi diventerà il cardinale di Parigi, a cui chiede di rimanere nella capacità di farsi incontrare dall’uomo, scoprendovi il mistero di un’umanità visitata dall’esperienza dell’Incarnazione. Che significa sentirsi riconosciuti, compiuti da qualcuno. Io credo che nella vita sia importante che ciascuno di noi trovi dei maestri, forti e miti, che sappiano indicare strade di futuro, sentieri di solidarietà, passi di pace. Vorrei che quelle parole suonassero come voce profetica e d’impegno anche per me e per le persone che mi saranno affidate.



