Sirio 01-03 marzo 2024
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In Duomo

«Sotto lo sguardo di Dio la vita è promettente per chi si impegna»

Per la festa di San Giuseppe Lavoratore l’Arcivescovo ha celebrato una Messa per allievi, responsabili e formatori dei Centri di formazione professionale che fanno riferimento ad Aef e Confap

di Annamaria BRACCINI

2 Maggio 2022

«Sono contento di ritrovarvi dopo due anni. Insieme con noi ci sono qui circa 3000 statue di santi, alcuni erano operai, preti, suore, madri. Tra loro c’è tutta l’umanità e anche noi vogliamo farne parte: questa casa è la vostra casa. La Chiesa è una presenza che può aiutare ciascuno a portare a compimento le sue qualità. I corsi della vostra formazione fanno vedere come la vita sia promettente per chi si impegna».

A salutare così i moltissimi ragazzi dei Centri di Formazione professionale provenienti dall’intera Diocesi, che gremiscono la Cattedrale in ogni sua parte, è l’Arcivescovo che, dopo un biennio di pausa a causa della pandemia, torna a presiedere la celebrazione per studenti, docenti, educatori, dirigenti e responsabili di questo importante comparto educativo. Sono infatti presenti i dirigenti degli Enti di formazione Enaip, l’assessore alla Formazione e Lavoro di Regione Lombardia Melania De Nichilo Rizzoli, il presidente di Confap (la Confederazione Nazionale Formazione Aggiornamento Professionale) e Fondazione Clerici don Massimilano Sabbadini, che concelebra unitamente ad altri sacerdoti impegnati nel settore scolastico e al superiore dell’Ispettoria Salesiana Lombardo-Emiliana, don Giuliano Giacomazzi.

In apertura due ragazze – ricordando appunto la Messa del 2019, quando l’Arcivescovo spronò i ragazzi ad aggiustare il mondo – ribadiscono il loro desiderio di impegnarsi con «l’intelligenza delle mani».

Alcuni dei numerosi presenti alla Messa

L’omelia dell’Arcivescovo

Con le figure immaginarie – “prototipi” dei nostri giovani – di Giuseppina, Giuseppe, Pinuccia e Pino (in evidente riferimento a San Giuseppe Divin Lavoratore, la cui festa liturgica ricorre il 1 maggio e che è occasione per la celebrazione) si avvia la riflessione del’Arcivescovo (leggi qui il testo integrale dell’omelia). A partire da Giuseppina, che si domanda se è bella o brutta e vorrebbe somigliare alle ragazze da copertina, a Giuseppe che si chiede se valga qualcosa e che, per questo, «racconta le sue imprese sui social, le spara grosse e cerca le parole più aggressive e volgari e resta deluso perché c’è sempre qualcuno che le spara più grosse di lui e raccoglie più consenso», per arrivare agli innamorati Pinuccia e Pino che soffrono delle immancabili gelosie adolescenziali e dell’eterno interrogativo: «Ma tu mi ami veramente?». Per tutti la risposta c’è – suggerisce l’Arcivescovo – se ci si rivolge a Dio.

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«Se Giuseppe vuole una risposta alla sua domanda, Dio gli risponde: «Tu sei molto buono, puoi fare molto bene, ti affido tutto il mondo, io mi fido di te. Sei fatto per essere come Gesù, figlio mio. Perciò impara a lavorare, a pensare, ad amare, a fare fatica per mettere a frutto tutto quello che sei e tutto quello che puoi. Questa età della vita, questa scuola che frequenti, questi corsi che ti impegnano, sono occasioni uniche per conoscere quanto vali e imparare come mettere a frutto le tue qualità. Tu hai molte più doti di quelle che pensi, sei molto più buono di quello che immagini, puoi fare contente molte più persone di quanto pensi. Tu vali molto, non sciuparti”».

E così anche per Giuseppina, «Dio risponde: “La verità è che puoi diventare bellissima, se ti rivesti di bellezza, se impari l’arte di renderti amabile. Per chi ti ama, sarai la ragazza più bella del mondo. Per essere amabile devi scegliere di diventare bella: si diventa amabili perché si è disposti ad amare”».

E se Pinuccia e Pino vogliono superare le loro inquietudini, «Dio risponde: “Non ci sarà mai risposta a questa domanda. Piuttosto domandatevi: ma io sono capace di amare? Sono disposto a dedicarmi alla persona che amo perché trovi la sua strada? Sono disposto a praticare le opere dell’amore? L’amore non è un sentimento da pretendere, ma un dono da offrire»


«Ecco perché io ho chiamato questi ragazzi con il nome di San Giuseppe, perché oggi celebriamo un uomo che, nella sua bottega di artigiano, ha insegnato a Gesù, figlio di Dio, come si diventa figlio dell’uomo. Vi auguro che troviate la risposta alle vostre domande, ma dovrete imparare il mestiere, mettere a frutto i vostri talenti, essendo amabili perché capaci di amare».