Nell'incontro promosso da Fondazione Clerici in occasione di San Giuseppe, l'Arcivescovo ha dialogato con i giovani impegnati nei corsi di formazione professionale: «Accettate la sfida del viaggio all’interno di voi stessi, l’unica merce che non ha mercato è la mediocrità»

di Annamaria Braccini

fondazione clerici (1)

Un incontro diverso, ma ricco di sfumature, suggestioni, domande, belle esperienze (nonostante i tempi). È quello che il mondo della formazione professionale ha voluto vivere in video conferenza con l’Arcivescovo nella festa del patrono San Giuseppe. Se quest’anno non è stato possibile proporre la consueta celebrazione in Duomo, il dialogo a più voci e a distanza comunque vince e convince.

Il video è aperto da Paolo Cesana, direttore della Fondazione Clerici, che ricorda i 60 mila giovani che frequentano ogni anno i corsi di istruzione e formazione professionale: «Un sistema che sta particolarmente a cuore a Regione Lombardia». Il grazie va all’Arcivescovo «che ha voluto idealmente farsi vicino per sostenere il nostro sistema educativo».

Parole confermate da Melania De Nichilo Rizzoli, assessore lombardo all’Istruzione, Formazione e Lavoro, che sottolinea l’impegno della Regione, «mai abbandonato in questi mesi difficili», specie «nel semplificare e sburocratizzare le pratiche che hanno rallentato e distratto dalla nostra unica missione: formare professionalmente i giovani lombardi e favorire il loro ingresso nel mondo del lavoro». Basti pensare che l’86% dei ragazzi che escono dai Centri trova un’occupazione entro 6 mesi dal conseguimento del diploma: «Un traguardo che vogliamo migliorare».

L’intervento dell’Arcivescovo

«Mi è stato chiesto come ho vissuto i tempi della chiusura», risponde l’Arcivescovo – cui è accanto don Massimiliano Sabbadini, presidente nazionale Confap (Confederazione Nazionale Formazione Aggiornamento Professionale) – a una giovane studentessa, che si era domandata se l’Arcivescovo avesse avuto tempo, durante il lockdown, di fare il pane o la pizza in casa e di guardare le serie televisive. «Devo dire che sono stato privilegiato perché ho potuto visitare lo stesso alcune parrocchie, incontrare qualcuno, quindi non ho avuto il tempo di fare la pizza o di impastare il pane, però ho avuto il tempo di leggere e di pregare un poco di più».  

Poi, la vera e propria riflessione rivolta ai giovani, ai tutor, agli insegnanti, ai genitori. A tutti coloro, insomma, coinvolti nella formazione professionale ai quali viene espresso incoraggiamento. Si parte dai legami che uniscono gli studenti, dall’amicizia da vivere – suggerisce monsignor Delpini – con responsabilità, prendendosi a cuore gli amici: «Ci sono studenti bravi, attivi, creativi, pronti, ma anche tanti altri che per il contesto, per gli strumenti di cui dispongono, per la loro sensibilità, forse rischiano di chiudersi in casa e di impigrire. Essere amici vuol dire non solo lamentarsi, ma anche chiedersi: “Io cosa faccio per i miei amici? Come aiuto quelli che so in maggiore difficoltà? Come mi faccio vivo?”».

La seconda parola riguarda gli unici viaggi che si possono fare ora, ossia l’esplorazione «di continenti troppo inesplorati: il viaggio dentro di sé. Se accettate la sfida di fare questo viaggio, vi assicuro che dentro voi non ci sono mostri che fanno paura, come spesso gli adolescenti dicono, ma voglia di fare il bene. Questo tema è tipico di san Giuseppe, il quale nel Vangelo non dice neanche una parola, però incontra quelle parole che vengono da Dio e che gli permettono di dire: “Su, adesso è ora, andiamo”».

Certamente ci può essere anche qualcosa di sbagliato che, tuttavia, va riconosciuto e superato. «Accettate la sfida del viaggio all’interno di voi stessi», scandisce l’Arcivescovo rivolgendosi direttamente ai ragazzi. Infine, «la fierezza del lavoro ben fatto», qualsiasi esso sia, perché «l’unica merce che non ha mercato è la mediocrità».

Da qui la consegna: «Qualunque sia la tua specializzazione, soltanto il lavoro ben fatto ti può rendere apprezzabile». Il pensiero va alla creatività dei giovani, raccontata nel video. «Alcuni si sono inventati cose meravigliose. Credo che questo sia un motivo di elogio per voi e per guardare avanti con fiducia. Quindi le cose ben fatte si esprimono come qualcosa di cui si può essere fieri, e ciò che voi avete creato, inventato, immaginato in questo periodo è una buona premessa. Perciò vi dico: se avete un po’ di tempo, invece di annoiarvi guardando serie televisive, inventate qualcosa, aggiungete una competenza in più, praticate bene la lingua che state studiando. Grazie per quello che avete fatto, per come sopportate questo momento, per la qualità e la creatività che avete dimostrato. San Giuseppe, patrono della vita semplice di Nazareth, uomo del lavoro, uomo di famiglia, possa essere il vostro patrono. Vi aspetto, l’anno prossimo, in Duomo».

Le testimonianze

Insomma, prospettive positive anche se anche la formazione professionale sperimenta mesi difficilissimi.

Antonio Bernasconi, presidente dell’Aef (Associazione Italiana Formatori), osserva: «Abbiamo visto la solidarietà, la presa di responsabilità individuale, la speranza di fronte alla pandemia: valori che fanno parte del nostro credo e dei percorsi e obiettivi che le nostre realtà stanno perseguendo, perché la solidarietà arricchisce ciascuno».

Suor Stefania Saccuman, direttore regionale Ciofs (Centro Italiano Opere Femminili Salesiane) da parte sua sottolinea: «In questo momento in cui la difficoltà e la sofferenza sono entrate nelle nostre case, non è mai venuta meno la speranza». E questo anche grazie alla forza dei giovani e dei «formatori che, con grande creatività, si sono messi a cercare le strade per raggiungere i ragazzi, per non lasciare indietro nessuno». Senza dimenticare le famiglie «che hanno vissuto forme di nuova solidarietà, formando una vera rete tra loro, sul territorio, con le parrocchie, le associazioni, il volontariato. Un cerchio di bene che sta realizzando quello che l’Arcivescovo ci chiese tre anni fa nella celebrazione in Duomo: “mettere mano ad aggiustare il mondo”».

Lorenzo Vimercati, managing director, parla delle difficoltà, «ma anche dei tanti passi avanti fatti, a partire dalla comunicazione, perché occorre far capire alle famiglie che la fabbrica è un posto bello in cui si cresce professionalmente. La sinergia tra istituti tecnici, aziende e università è strategica. Scambiandoci informazione, il rapporto scuola-impresa fa vincere tutti».

Insomma, tenersi al passo con i tempi, “buttarsi” e non aver timore come conferma Jessica Abbascià, tutor formativo, per la quale «fondamentale è stata la figura del tutor che, in ogni didattica a distanza, ha fatto sentire gli allievi accolti e sostenuti nei problemi». Se per Sabrina Martinoia, formatore, «lo scopo è trasmettere conoscenze, ma anche far sentire ai ragazzi che non li abbiamo abbandonati», secondo Antonella Balzarini, genitore, «la scuola si è messa subito in gioco».

Infine la voce va a quattro giovani: Yarish Raugi, in Spagna per Erasmus nel primo lockdown, ma comunque riuscito a sostenere con successo l’esame di qualifica in presenza a giugno; Francesca Lorenzon (sua la domanda iniziale all’Arcivescovo); Ilaria Montagnana («stare senza i compagni è stato emotivamente forte, ma ho avuto l’opportunità di conoscermi meglio. Quale è il senso che un giovane deve trovare nel lavoro?»); Giovanni Jeson Micheli, che ha trovato un’occupazione subito dopo la qualifica, proseguendo gli studi in apprendistato grazie all’articolo 43 con un’assunzione in un’azienda di informatica.

 

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