Nell’omelia della celebrazione eucaristica presieduta in Santa Maria di Lourdes per la Giornata mondiale del malato, l’incoraggiamento dell’Arcivescovo a vincere nostalgie e tribolazioni

di Annamaria BRACCINI

Giornata del Malato 2019

Sotto il sole invernale, il profilo imponente della basilica di Santa Maria Lourdes si staglia contro il cielo azzurro, mentre incessantemente, come tradizione, un flusso di fedeli si affolla alla grotta attigua alla chiesa, esatta ricostruzione di quella della cittadina francese. Arriva anche l’Arcivescovo, che sosta a lungo in preghiera nella basilica prima di presiedere l’Eucaristia per gli ammalati nella Giornata mondiale a loro dedicata dal 1992.

Il canto mariano e i dodici Kyrie ambrosiani accompagnano la processione iniziale dei celebranti, tra cui il decano di Sempione don Vittorio De Paoli e don Maurizio Cuccolo, il parroco, che dice all’Arcivescovo: «Grazie per la sua presenza, che ci sostiene nel benedire il Signore che ci benedice con la stessa benedizione in ogni città e in ogni quartiere. Possa oggi il Signore meravigliarsi di noi per la nostra fede».

A tutti, «a quelli che abitano nel paese che si chiama Nostalgia, a quelli del paese di Tribolazione» e a coloro che, invece, dimorano in Cristo, si rivolge l’Arcivescovo. «Io abito in un paese chiamato Nostalgia – dice -. Mi ricordo com’era bello quando ero più giovane, quando stavo bene, con quello stare bene insieme: il paese dove avevo tutto quello che non ho più. E altri dicono che abitano nel paese chiamato Tribolazione, per i dolori che perseguitano e non danno respiro giorno e notte». È, questo, il paese dove si sperimentano anche le ansie per quelli che ci stanno a cuore e le preoccupazioni materiali, per i soldi che non bastano, le difficoltà, magari, di prenotare una visita… Insomma, le tribolazioni che tutti conosciamo: ma poi – qui il riferimento all’epistola paolina agli Efesini, appena proclamata nella Liturgia della Parola – ci sono gli uomini e le donne che dimorano in Dio, diventando membra del corpo di Cristo, come si legge nel Vangelo di Giovanni. «Ecco dove siamo chiamati ad abitare, nel paese dell’Amore di Dio, dove l’amicizia con Gesù illumina ogni giorno, risponde a ogni domanda, ascolta tutte le nostre parole e consola tutte le nostre lacrime. Il paese dell’Amore di Dio è la vita dove chi è perduto viene salvato, chi ha sbagliato è perdonato, dove tutti sono benedetti».

Nel paese dell’Amore di Dio – «dove abita la Vergine Immacolata che insegna come vivere ogni giornata e giungere a ogni sera» -, c’è la potenza che cambia il mondo, suggerisce il Vescovo: «Così il paese chiamato Nostalgia cambierà nome: non sarà più il paese del rimpianto, del tempo felice che non si può più vivere. Si chiamerà Riconoscenza dove tutto il passato, tutte le persone amate, tutte le esperienze belle diventano un cantico che dice “grazie”. Così il paese chiamato Tribolazione cambierà nome e non sarà più il paese del lamento e del piangere sui propri dolori e dispiaceri. Si chiamerà occasione per amare».

«In tutte le condizioni, in tutte le relazioni, in tutte le tribolazioni, chi si lascia guidare dallo Spirito di Dio troverà l’occasione per consolare qualcuno, per una carezza che allevi il dolore, per dire una parola di incoraggiamento a chi è scoraggiato, per preoccuparsi più di chi ci sta vicino che di noi stessi». L’invito è, appunto, a mettersi in cammino «per abitare il paese chiamato Riconoscenza e il paese Occasione».

Infine, l’unzione con l’olio degli infermi da parte dell’Arcivescovo e degli altri sacerdoti e il canto del Magnificat suggellano la partecipatissima Eucaristia.

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