L’Arcivescovo ha presieduto, in Duomo, la Celebrazione eucaristica rivolta in modo particolare agli insegnati e dirigenti scolastici. «Noi siamo i vostri tifosi nell’impresa coraggiosa di educare, di insegnare, di incoraggiare il futuro»

di Annamaria Braccini

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«La nostra scuola soffre di mali cronici che, in un momento come questo, rivelano tutta la loro drammaticità. La scuola pubblica è un servizio necessario per il futuro del Paese, ma la scuola pubblica paritaria – che si può presentare come un modello di organizzazione, di economia, di custodia, di cura e adeguamento delle strutture, scuola che offre un servizio pubblico – non viene riconosciuta come merita. Per questo soffre di una cronica mancanza di risorse a cui, spesso e in modo significativo, la Comunità cristiana contribuisce. Questo tempo e scarsità di risorse minacciano la vita stessa degli Istituti e alcuni hanno già chiuso. È un male cronico e non si riesce a guarirlo». A dirlo con chiarezza è l’Arcivescovo che presiede, in Duomo, la Messa per gli insegnati e dirigenti scolastici. «Anche la scuola pubblica soffre di problemi organizzativi, di un sistema per cui si fatica a fornire in tempo gli insegnanti e ad adeguare le strutture: un motivo in più di affanno e di lungaggini. Però, di fronte a ciò, il personale della scuola, voi che siete qui – rappresentando le Istituzioni lombarde e comunali, i docenti – siete cittadini che avete desiderio di cominciare l’anno con quella fiducia di investire forze e pensieri. Per questo voglio rinnovare il mio augurio per tutti voi», aggiunge il vescovo Mario che ricorda di essere stato anche lui, un tempo, insegnante «entusiasta».

Ad ascoltare l’“ex-collega” sono in tanti, in Cattedrale, tra cui, in prima fila, Laura Galimberti, assessore all’Educazione e Istruzione del Comune di Milano, il già ministro Marco Bussetti, provveditore agli studi di Milano e Giuseppe Carcano, dirigente dell’Ufficio Scolastico di Varese, vertici delle Associazioni dei genitori e di alcune Fondazioni educative; politici e personalità del mondo della scuola. Concelebrano il Rito, il vescovo ausiliare e vicario episcopale per la Pastorale Scolastica, monsignor Paolo Martinelli, il vicario episcopale per la Zona pastorale I – Milano, monsignor Carlo Azzimonti, il responsabile del Servizio per la Pastorale Scolastica, don Fabio Landi – che porge il saluto iniziale ricordando le difficoltà dei mesi passati e della ripresa con il sostegno della Chiesa ambrosiana e dell’Arcivescovo che non sono mai mancati -, don Giambattista Rota, responsabile dell’Irc e altri sacerdoti impegnati nel comparto educativo.

L’omelia dell’Arcivescovo

A tutti si rivolge l’intensa omelia del Vescovo, a partire dalla II Lettera di san Paolo a Timoteo che si sta leggendo in questi giorni nella liturgia in Rito Ambrosiano.

Timoteo, «chiamato a collaborare e a continuare la sua missione come un figlio carissimo» e che, pure, dimostra tante fragilità e paure. E, allora, arrivano i consigli amici e incoraggianti. Quelli che lo stesso monsignor Delpini fa propri, parlando a chi ha di fronte.

L’invito è a vivere la professione di docenti come un soldato che non semina morte, ma la vita della società di domani, come un’atleta che accetta le sfide e per cui noi tutti facciamo il tifo, come un contadino che, per primo, gusta i frutti di quanto ha seminato.

«Paolo propone tre immagini che possono essere istruttive. C’è una ascesi da praticare quando si entra a scuola? Nessuno può dimenticare di avere una casa sua, figli, un marito o una moglie, i genitori anziani. Ma chi entra in classe pratica un’ascesi, assume l’incarico di prendersi cura dei figli degli altri, dei problemi e delle aspettative di altre famiglie. E così gli operatori della scuola entrano in un mondo che li impegna in una libertà spirituale. Siate benedetti voi tutti gente di scuola se sapete controllare i vostri nervosismi e i vostri sfoghi, così da propiziare, in classe e a scuola, quello spazio di pace che consente di imparare, di sopportare la frustrazione, di dominare l’istinto e che aiuta gli studenti, non solo a rispettare le regole e le procedure, ma in quell’autocontrollo che rende possibile l’attenzione e il rispetto degli altri».

La seconda immagine è l’atleta che non riceve il premio se non ha lottato secondo le regole.

«Credo che l’ambiente della scuola abbia bisogno di questo linguaggio sportivo per intraprendere un anno scolastico anche come sfida che può ricevere un premio. Questa immagine sportiva consente di sentire gli applausi e gli incitamenti dei tifosi: io faccio il tifo per voi. Anche io sono qui per incoraggiarvi e voglio dire, a nome di tutta la comunità cristiana, coraggio, campioni dell’impresa scolastica. Coraggio, candidati ai primati gloriosi. Coraggio atleti audaci. Noi siamo i vostri tifosi nell’impresa coraggiosa di educare, di insegnare, di incoraggiare il futuro, di mostrare che è desiderabile la fatica e l’impegno, perché la méta è affascinante. Il premio non sarà la corona d’alloro o la coppa preziosa, ma sarà la gioia di liberare una colomba che voli libera e saggia in libero cielo, di aprire una strada di libertà alla generazione che viene».

Infine, il contadino che fa fatica, ma raccoglie e gusta i frutti del suo lavoro «Non ci possiamo risparmiare, specie quest’anno. Chi si dedica all’insegnamento, all’organizzazione della scuola, all’educazione delle giovani generazioni riceve in dono l’intima gioia che non è la quantità dei risultati, ma la persuasione del lavoro ben fatto. La gioia che gli insegnanti e il personale della scuola raccolgono è la persuasione di lavorare per ciò che rende umani i ragazzi. La priorità non sarà il rispetto dei protocolli, ma il contributo alla crescita dell’intelligenza, della sapienza, della memoria, della capacità relazionale, della fiducia nella vita che vogliamo infondere negli studenti. Se anche il contesto è difficile, se anche il prestigio sociale della scuola e di chi vi lavora è modesto, se anche lo stipendio è inadeguato, chi lavora nella scuola riceve l’intima soddisfazione di poter dire: “Io non dedico il mio tempo a costruire macchine perché siano funzionali a un sistema, non dedico il mio tempo a stampare soldi, non dedico il mio tempo a produrre cose. Dedico il mio tempo a favorire la crescita di persone che siano capaci di stare insieme, che sanno pensare e parlare, ascoltare e discutere, leggere la storia dell’umanità, dell’universo e la bellezza del creato».

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