Il Cardinale prende spunto dal cammino compiuto dalla Basilica di Sant’Ambrogio al carcere di San Vittore e si collega all’episodio evangelico del cieco-nato: «In forza della fede l’esperienza comune a ogni uomo e a ogni donna può diventare sorgente di luce per tutti»

del cardinale Angelo SCOLA
Arcivescovo di Milano

quaresima 2015

Il cammino quaresimale di quest’Anno della Misericordia ha registrato, lo scorso venerdì, una tappa molto significativa. Su invito dei fedeli detenuti nel Carcere di San Vittore, abbiamo attraversato le strade della nostra città dalla Basilica di Sant’Ambrogio a Piazza Filangieri, sede del celebre Istituto di pena. Abbiamo percorso la Via della misericordia (Via misericordiae). Un gesto di popolo voluto dai detenuti. Essi, interessando tutte le componenti del carcere, hanno accuratamente preparato questo commovente avvenimento che un gran numero di persone ha condiviso.

Alcuni carcerati dei reparti maschili e di quello femminile, così come del reparto clinico, ci hanno fatto pervenire le loro riflessioni. «Riconoscere i nostri errori e confessare i nostri peccati davanti a Dio – hanno scritto – ci aiuta a costruire gesti di sensibilità verso gli altri». Infatti la confessione del proprio peccato non è un esercizio di introspezione da parte dell’individuo; essa si compie sempre davanti a Dio, cioè davanti a Colui che stringe nel suo abbraccio tutta la nostra umanità, come la luce del giorno riveste ogni mattina tutta la realtà.

«Io sono la luce del mondo» dice Gesù nel Vangelo di questa domenica. Egli è la luce che illumina ogni tenebra, anche quelle che noi poveri uomini saremmo tentati di pensare come effetto di peccati imperdonabili. Invece Gesù illumina tutte le tenebre perché è il volto stesso della misericordia del Padre. Misericordiae vultus, ci ha detto papa Francesco.

«Una cosa so: ero cieco e ora ci vedo»: le parole del cieco nato sono di un realismo semplice e disarmante. Noi, invece, perdiamo spesso troppo tempo nel tentativo di auto-giustificarci, cercando di dimostrare che non siamo affatto ciechi o che le tenebre non sono, in fondo, così oscure! Ma a Gesù non importa misurare la densità delle nostre tenebre. A Lui interessa illuminare la nostra vita restituendole, col perdono, la capacità di vedere l’altro e la realtà tutta così come sono. Perché i rapporti personali, comunitari e sociali possano essere riallacciati e riprendere vigore e così riaprire strade di edificazione reciproca.

San Paolo, nella Prima Lettera ai Tessalonicesi, chiama i cristiani «figli della luce e figli del giorno». Non c’è forse espressione più efficace per descrivere quale dev’essere l’apporto dei cristiani alla vita buona in questa nostra società plurale. Il loro modo di trattare le persone e le cose, di amare, di far famiglia, di lavorare, di farsi carico degli altri – soprattutto degli “scartati” e dei sofferenti – di morire… Insomma, l’esperienza comune a ogni uomo e a ogni donna può diventare, in forza della fede, sorgente di luce per tutti. È come l’alba di un nuovo giorno che annuncia la possibilità di una vita piena.

Non per i nostri meriti, ma per grazia siamo figli della luce. Di quella luce che, più o meno consapevolmente, ogni uomo attende e che il Dio di Misericordia sempre offre alla sua libertà.

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