Il Cardinale ha presieduto l’Eucaristia nella chiesa di san Giorgio a Venegono Superiore. Tanti i fedeli che si sono riuniti per la Messa e la recita dell’Angelus domenicale. A tutti l’Arcivescovo ha raccomandato la forza del camminare insieme nella Comunità Pastorale

di Annamaria BRACCINI

venegono/IMG_1528 - Copia

L’occasione di “San Giorgio” resa alla sua bellezza dai restauri terminati dopo 7 anni di lavori, a poco più di cento anni dal suo ampliamento e nell’80esimo della consacrazione della chiesa da parte del cardinale Schuster, definiscono la cornice storica in cui inserire la partecipata Celebrazione eucaristica che il cardinale Scola presiede a Venegono Superiore, nella parrocchia, appunto,  di San Giorgio, dal 2008 facente parte, con Venegono Inferiore, della Comunità Pastorale intitolata proprio al Beato Alfredo Ildefonso Schuster. 
Nella Festa patronale della Madonna del Rosario, l’Arcivescovo, arriva così tra la gente che si affolla già molto prima dell’inizio dell’Eucaristia. 
«Abbiamo il desiderio e l’impegno di camminare insieme nonostante le fatiche delle diversità. Le chiediamo di confermarci nell’unità e nella missione. La sua presenza è un segno grande che custodiremo e che illumina il cammino della Comunità Pastorale» nota, nel suo saluto di benvenuto, il responsabile della CP, don Maurizio Villa. Concelebrano anche alcuni sacerdoti tra cui il parroco emerito, a Venegono Superiore per 50 anni, don Bruno Marinello che il Cardinale saluta con affetto particolare e il superiore della Casa di formazione dei Comboniani che si trova poco distante.    
«State camminando sulla strada della Comunità Pastorale – sottolinea il Cardinale – che, se anche comporta fatiche e cambiamenti, noi continuiamo a sentire come decisiva in tempi complessi come quello attuale. Come dice il Papa, occorre una Chiesa in uscita, che visiti le periferie della vita umana di ogni giorno e i grandi interrogativi dell’esistenza e della morte. Per questo abbiamo bisogno di una Comunità cristiana che documenti e testimoni a tutti, sia a chi ha perso la strada di casa pur essendo battezzato sia a chi si professa agnostico o non credente, la bellezza e la convenienza della vita con Gesù. Le circostanze si trasformano, così, in possibilità di grande rinnovamento. Ciò ci permette di capire bene come, nella nostra storia ambrosiana secondo la fisionomia del nostro grande fondatore, le dimensioni civile e religiosa, ognuna nel suo ambito e nel rispetto reciproco, debbano cercare dialogo per il bene del popolo. Questa è una grande eredità che rischiamo di perdere nel dibattito confuso di questi tempi e nei mutamenti delle tecnoscienze e biotecnologie». 
Da qui un primo appello: «Dobbiamo lasciare i nostri campanili, assumendo in profondità la mentalità e i sentimenti di Gesù in modo da essere noi stessi testimoni. Ciò che resta decisivo è la dimensione personale con il Signore». 
Il richiamo è anche per l’accoglienza, secondo quanto indica – pur con diversi accenti – la Liturgia della Parola del giorno. «I seguaci di Jahvé come quelli di Gesù sono coloro che accolgono. Le Letture sono come tre “gradini” che aiutano a comprendere la radicalità del concetto di accoglienza. In un tempo come il nostro, trovandoci in un grande mescolamento di popoli, non dovete dimenticare che anche voi siete stati accoglienti con l’immigrazione dal sud degli anni Sessanta. 
Siamo seguaci del Dio che accoglie tutti: ciascuno tiri le sue conseguenze». 
Con la Lettera paolina ai Romani – il secondo gradino – l’accoglienza degli altri si fa anche consolazione. E, infine, il gradino sconvolgente e rivoluzionario: “amate i vostri nemici, pregate per i vostri persecutori”. «Il Vangelo di Luca si riferisce a quella misericordia su cui stiamo lavorando in forza del Giubileo stesso. Questa capacità di apertura è un dono che viene dal Crocifisso che, pur  potendo non morire, ha offerto la sua vita sul palo pieno di ignominia della croce per liberaci dal peccato e dalla morte». In tale orizzonte, il carcere torna nel pensiero e nelle parole dell’Arcivescovo che ha visitato in questi giorni la Casa di Reclusione di Opera.  
«Qualche segno di questa capacità di amare i nemici l’ho visto in alcune Carceri dove è in atto un lavoro di riunione tra vittime, colpevoli e i loro parenti per cercare di trovare insieme la strada del perdono. Si tratta, certo, di un lavoro duro e faticoso, ma che va fatto, perché questi segni, seppure piccoli, sono fondamentali». 
La domanda non può che essere quella di come fare espiare la pena a chi comunque riconosce di essere colpevole e ritiene giusto essere detenuto. Insomma, come mantenere dietro le sbarre la dignità della persona, cosa che è, poi, mantenere la dignità stessa dello Stato. Su questo – suggerisce Scola – «il Vangelo non è così astratto perché senza il passo in più che è la misericordia, che libera nel perdono e nell’amore, la giustizia, certo fondamentale, può non bastare. Ricordiamolo anche nei nostri rapporti familiari quotidiani».
Infine, ancora una consegna a proseguire con forza sul cammino comune dell’educazione (qui sono attive ben due scuole paritarie dell’infanzia), dell’Iniziazione Cristiana e con la famiglia intesa come chiesa domestica». La presenza di diversi Movimenti, che pure sperimentano  alcuni eventi comunitari, fa dire al Cardinale:  «La puriformità di vie attraverso cui lo Spirito agisce va inserita nell’unità della vita della chiesa particolare e universale». 
E, alla fine, sotto un bel cielo aperto, la preghiera dell’Angelus. «Una preghiera molto profonda, antica e bella perché descrive tutto il mistero di Dio che si incarna nel Figlio con il Fiat della Vergine, conducendoci lentamente alla pienezza della nostra vita. I nostri vecchi la recitavano anche due o tre volte al giorno, noi cerchiamo di dirla almeno la domenica prima del pranzo».   

 

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