Il Cardinale, compiendo per la prima volta la Visita Pastorale “feriale” in Zona VII, ha incontrato il Decanato di Paderno Dugnano. Ai moltissimi fedeli presenti al Teatri “Ideal”, ha indicato la forza di una comunione reciproca basata sulla conversione e la consapevolezza dei tempi

di Annamaria BRACCINI

scola Paderno Dugnano

È il grande e popoloso Decanato di Paderno Dugnano, che conta novantaduemila abitanti, quattordici parrocchie, tre Comunità Pastorali, la realtà che il cardinale Scola incontra per la sua sesta Visita Pastorale, la prima in Zona VII.

Nel Teatro “Ideal” di Varedo, dove trovano posto moltissimi fedeli, tra cui i sacerdoti del Decanato, i rappresentanti dei Consigli Pastorali, le autorità civili e militari, con i sindaci, don Giuseppe Grisa, Decano responsabile della Comunità Pastorale “Maria Regina degli Apostoli” in Varedo, fa gli “onori di casa” e racconta, in apertura, la ricca e articolata attività del Decanato, impegnato in cammini comunionali e di approfondimento.

La riflessione dell’Arcivescovo, molto attesa dalla gente, parte proprio dall’andamento  della Visita pastorale che, seppure ha dovuto adattarsi all’oggi  – «non sono più i tempi del cardinale Schuster che nelle singole parrocchie si fermava una settimana e diceva Messa alle cinque e mezza del mattino» – non è mutata nello scopo che è sempre «l’incontro con il Vescovo, la conoscenza reciproca, la benedizione, se necessario, qualche richiamo». Spiega, il Cardinale, anche le peculiarità specifiche della Visita indetta per il 2015-2017 e che lui stesso ha più volte definito “feriale”. «Mentre, solitamente si inizia dalle parrocchie, ci si allarga al Decanato e la Visita viene conclusa dal Vescovo, in questa attuale, abbiamo scelto un primo appuntamento che si realizza nell’assemblea con il Vescovo, per, poi, consentire a ciascuno di coinvolgersi e coinvolgere tutti i battezzati. Dopo un tale gesto di apertura ecclesiale, devono entrare in campo tutte le realtà Decanali, per offrire un’occasione di approfondimento attraverso una valutazione comune, accompagnata dai Vicari di Zona – a Varedo siede accanto all’Arcivescovo, monsignor Piero Cresseri – e di Settore. Infine, l’ultimo passo, che spetta più direttamente ai fedeli del Decanato, e che consiste nell’individuare le verifiche e i nuovi itinerari che la Comunità deve compiere».

E, se questi sono il senso e le modalità, vi è, anzitutto, il contenuto della Visita ispirato dai  “fondamentali” della vita cristiana delineati nel brano degli Atti degli Apostoli 2, 42-47 in cui si parla della Comunità di Gerusalemme.

«Ho evidenziato i quattro fattori-pilastri della Comunità – fin dalla Lettera pastorale ”Alla scoperta del Dio vicino” –, traducendoli come l’educazione al pensiero di Cristo, all’amore e al gratuito, fondati sulla liturgia e la Parola di Dio. È da qui – sottolinea Scola – che scaturisce spontaneamente la comunicazione di ciò in cui si crede».

L’invito è a tornare a questi “pilastri portanti” della fede, in ogni momento della vita quotidiana, secondo quanto evidenziato nella Lettera “Educarsi al pensiero di Cristo”, che ci accompagnerà fino al 2017.

«Paolo VI, già nel 1934, indicava la gravissima frattura tra fede e vita. Questo è il grande e ancor più grave problema di oggi. Come Vescovo sento un senso di fede e di carità molto forte,  non è vero che le chiese siano vuote, ma la questione è quando se ne esce. Siamo figli della mentalità dominante e, quindi, nella vita quotidiana non si tocca più con mano la presenza di Cristo. Occorre, invece, avere i suoi stessi sentimenti». Questo, appunto,  l’obiettivo della Visita: «aiutare a realizzare questo passaggio».

Possiamo pensare secondo Cristo?, si chiede e domanda a tutti l’Arcivescovo.  «Sì, come ha detto san Massimo il Confessore, “pensando Cristo attraverso tutte le cose”. Questo è l’elemento che dobbiamo far crescere, specie tra i nostri giovani, anche perché il problema serio è che la generazione di mezzo sì è allontanata dalla fede non vedendo più il rapporto tra la Messa e l’esistenza quotidiana». 

Dopo questa traccia di cammino iniziale, si avviano le domande. Francesca si interroga  sulla possibilità dell’educazione cristiana e sul patto educativo; Annamaria di Incirano, dice: «quali attenzioni avere affinché le Comunità pastorali possano trarre frutti buoni»; Sergio di Varedo, «come essere presenti nelle realtà più laiche»; un altro Sergio, «come coltivare il pensiero di Cristo in una società che privilegia caratteristiche diverse».

Complessiva e articolata la risposta del Cardinale: «Anzitutto ci si educa al pensiero di Gesù coltivando il rapporto con Lui. Il punto-chiave è l’incontro personale con Cristo attraverso la Comunità. Il Signore, che ci ha detto “quando due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro”, ci permette di non fare riunioni e, anche questa sera, il nostro incontro è un prolungamento dell’Eucaristia di domenica scorsa e uno spingersi verso la prossima domenica. Il rapporto tra noi, vissuto realmente nel suo nome, permette di acquisire lentamente una mentalità di Cristo tesa ad affrontare bene l’esistenza, sapendo che abbiamo come destino la vita eterna».

Esemplare e cruciale, in un simile contesto, la famiglia «che deve diventare sempre di più soggetto attivo della vita cristiana, non solo oggetto di cura».

Ma come diventarlo all’interno di questa società, in cui convivono diverse visioni del mondo che si incontrano e si scontrano?

«Coinvolgendo la mia vita posso affrontare il quotidiano, se considero Cristo come qualcuno che mi è contemporaneo e che, per questo, mi può salvare. Bisogna che a partire da chi compone il nucleo familiare, fino agli amici e ai parenti, ci si aiuti nei problemi concreti con gli occhi della fede e sostenuti dall’Eucaristia, attraverso gli occhi con cui Gesù stesso si poneva di fronte alle difficoltà, alle famiglie ferite, a un atto di infedeltà coniugale, a un figlio che sbaglia, ai nonni che si avvicinano al passaggio all’altra riva».

Si comprende, così, in modo corretto – suggerisce l’Arcivescovo – «perché mi interesso della scuola dei figli, perché mi impegno nella vita civica, perché domando una politica che sia capace di regolare il grande flusso dell’immigrazione». E tutto con quello che il Cardinale definisce un “nota bene”: «abbiamo troppo enfatizzato il concetto dei “lontani” per cui elaboriamo complesse strategie. Ma chi è lontano dai problemi che tutti condividiamo? Se io, cristiano dimostro di affrontare bene le situazioni, comunico e rendo con-veniente il mio essere di Cristo, testimonio che vivere di Lui è il modo migliore di vivere».

In questa logica, l’Arcivescovo richiama la proposta della Comunità educante, che cerca di superare la frammentazione a cui la società costringe anche i più giovani. «È grave se non facciamo capire la continuità che c’è in ogni momento della giornata, tra la vita di gruppo e, ad esempio, quella a scuola o in Università. Occorre superare una visione sociologica della categoria dei “lontani”, andare alla radice dell’esperienza cristiana, dove non esiste lontananza, occorre giocarsi in prima persona, con la comunicazione  dell’esperienza che è la missionarietà».

Per questo è importante la capillarità e, insieme, l’ampiezza di azione delle Comunità pastorali – «sbaglia chi crede che la loro istituzione sia dovuta solo alla diminuzione dei sacerdoti» –, che può intercettare realtà, come la pastorale giovanile, bisognose di aree e di prospettive più allargate». Un discorso, questo, che vale anche per la cultura, nota Scola, richiamando la necessità di riprendere sul territorio i temi del recentissimo dibattito sviluppatosi con i “Dialoghi di Vita Buona”.

E si prosegue con le domande. Gianni, giornalista, osserva, «forse non ascoltiamo abbastanza gli altri»; Gigi, colpito appunto dai “Dialoghi”, chiede come diventare cittadini più solidi; Ornella torna sull’idea che il tempo presente sia un «cambiamento di epoca più che un’epoca di cambiamento».

Dirette e chiare le parole del Cardinale: «Non è mai successo quello che sta accadendo adesso. Oggi tutti percepiamo che si è chiusa un’epoca (magari ipotizzando che sia accaduto con la caduta dei Muri), ma non sappiamo cosa accadrà ora, perché mutamenti tanto profondi sono un cambiamento dell’epoca stessa. Pensiamo al poter agire sulle strutture biofisiologiche dell’uomo, alle tecno-scienze,  alle modificazioni genetiche, ad aspetti rivoluzionari che possono avere risultanze negative come gli uteri in affitto. O, ancora, alla tentazione di ridurre tutto l’uomo ai suoi neuroni: ragioniamo sul  fenomeno immigratorio che genera il meticciamento in una realtà italiana di gelo demografico. Pensiamo alla civiltà delle reti o al rapporto tra economia e finanza, che invece di essere in funzione della produzione, ha reso il danaro una merce. Di fronte a tutto ciò  dobbiamo giocare la nostra libertà per essere più profondamente uomini e donne. Dobbiamo avere, gli uni gli altri, un “ascolto di fecondazione”, con un’apertura del cuore e della mente mentre oggi pare che partecipare significhi criticare».

Infine, il ruolo dei mass media – «un giornalista serio non può scambiare il verosimile con il vero. Anche questo è avere il pensiero di Cristo di cui abbiamo parlato» – e la riflessione che torna ai tragici fatti di Parigi. «Sono d’accordo con l’Arcivescovo di Parigi, il cardinale Vingt-Trois: per capire in cosa dobbiamo cambiare, come europei, è necessario comprendere perché ragazzi immigrati di terza generazione non abbiano mai incontrato un ideale, fino a che non hanno trattato come ideale l’ammazzare e l’ammazzarsi».

La via per tutti, in ogni contesto, è la conversione «anche per dare un carattere di maggiore fraternità alle nostre comunità, perché la comunione è una stima previa tra noi. Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, come dice il Vangelo, la comunione deve arrivare fin qui. Non a caso, la forza della morale cristiana è la ripresa: rincominciare ogni volta con umiltà e coscienza della nostra pochezza, ma con grande coraggio e comunione».

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