Il Cardinale ha presieduto la Celebrazione eucaristica domenicale nella popolosa parrocchia Sant’Andrea Apostolo, a conclusione dei festeggiamenti per il IV centenario di istituzione. Ai moltissimi fedeli presenti ha raccomandato la cura dell’educazione a tutti i livelli

di Annamaria BRACCINI

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La grande Prepositurale di Sant’Andrea Apostolo, in una giornata milanese avvolta di   grigio autunnale, si riempie di luce e colori per l’arrivo del cardinale Scola che presiede l’Eucaristia nel 400° dell’Istituzione di questa parrocchia, facente parte del Decanato Romana Vittoria, in una zona ormai semicentrale della città. Prima di entrare nella chiesa gremita, l’Arcivescovo incontra in oratorio i ragazzi – circa 420 quelli che frequentano le attività parrocchiali  – con i loro genitori ed educatori. Un oratorio arioso e rinnovato, «in cui le famiglie si sentano a casa», viene detto. 
«Siete uno dei più bei oratori a Milano. La famiglia è fondamentale per l’oratorio perché è fondamentale la dimensione educativa della vita. Non si tratta di aggiungere cose a cose, ma di avere attenzione al senso del vivere dei nostri giovani, altrimenti l’esistenza diventa una fatica ed è facile sbandare». 
«Oggi è motivo di grande onore accogliere la sua presenza per il ricordo del IV centenario di fondazione della parrocchia allora dedicata a San Rocco e voluta da Federico Borromeo, fuori dalle mura di Porta Romana», spiega, nel suo saluto di benvenuto, il parroco, don Umberto Caporali. Fu, poi, il cardinale Ferrari, all’inizio del secolo scorso, a far costruire l’attuale chiesa di Sant’Andrea, che così venne intitolata in ricordo del nome dell’Arcivescovo che ne fu il promotore. 
«Sono qui, grato del vostro invito, con due intenzioni molto particolari e profonde – dice il Cardinale, aprendo l’omelia –: concludere solennemente l’anno dedicato al quarto  centenario e celebrare insieme il Mandato missionario. Niente è più gradito e atteso dal Vescovo che la possibilità di celebrare l’Eucaristia, specie domenicale, con il suo popolo. Partecipiamo così, come Chiesa convocata, all’opera di tutte le opere attraverso cui Gesù ci ha redenti, liberandoci dal peccato e dal nesso tra il peccato e la morte». 
Cita, Scola, le parole del cardinale Biffi «che qui non pochi di voi hanno conosciuto da vicino» e che scriveva: «È una fortuna senza paragoni aver ascoltato l’annuncio sicuro che c’è un vincitore della morte. L’annuncio sicuro che siamo stati redenti da un sangue prezioso per cui nessuna nostra colpa può sommergerci nell’angoscia». Un popolo di Dio a cui si apre il Regno dei cieli. «Questo è il fondamento della fede e il senso del gesto per cui abbiamo lasciato le nostre case per venire in questo tempio. Noi che siamo il tempio di pietre vive fondate sulla pietra scartata dai costruttori, ma divenuta pietra d’angolo». 
In questa logica, nasce, tuttavia, una domanda particolarmente significativa per l’uomo contemporaneo abituato a giudicare tutto secondo una misura empirica. «Come è possibile che Gesù possa essere incontrato oggi e diventare, qui e ora, la roccia su cui poggiare la vita?». La risposta è, naturalmente, nel Vangelo, in quella pagina di Matteo 28, appena proclamata nella Liturgia in cui, come per le altre due Letture del giorno prevale il tema della missione. «La risposta è nell’affermazione – scandisce, infatti, l’Arcivescovo – a cui dovremmo ispirare ogni nostra azione personale e comunitaria: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”. Gesù, asceso al cielo, non si ritira dalla sua incarnazione, anzi la compie perché trascina tutti nel destino della nuova fraternità che vivremo in paradiso. Il Signore attraversa i tempi per la potenza dello Spirito perché sia incontrabile anche oggi». 
È questo «fenomeno straordinario» che consente alla Chiesa di durare da più di duemila anni, dai tempi di Antiochia, quando per la prima volta i convenuti presero il nome di cristiani. «È la modalità attraverso la quale, nella storia, lo Spirito di Cristo risorto che è in noi, tra di noi, sopra di noi, rende Gesù incontrabile dall’uomo di ogni tempo e luogo». 
Da qui il significato della missione: «Tutti siamo diventati missionari perché, permanendo nella comunione, siamo testimoni del nostro battesimo attualizzato e vissuto nella nuova parentela istituita da Cristo». 
Missionari, dunque, anche nella vita di tutti i giorni di una Chiesa in uscita, come chiede papa Francesco. «L’uscita inizia dalla conversione personale, ma per convertirsi occorre che la mentalità e i sentimenti di Gesù siano portati nel nostro quotidiano, nella comunità ecclesiale e, con le debite distinzioni, nella società civile; nel lavoro, nelle modalità con cui viviamo il riposo, nel dolore e nelle gioie». 
La consegna ai fedeli di Sant’Andrea è chiara: «Ritroviamo l’energia della missione in questo volgersi verso il Signore che ci abbraccia con la sua misericordia. Annunciamo con semplicità e perseveranza il dono della fede, della comunità, della Chiesa che abbiamo ricevuto. Nella vita cristiana vocazione e missione sono indisgiungibili». 
E, alla fine della Celebrazione, due indicazioni per questa parrocchia molto attiva, presente sulle frontiere dell’impegno pastorale, caritativo, culturale, educativo e inserita a pieno nel tessuto urbano. Il pensiero è al numero notevole di vocazioni sacerdotali fiorite in Sant’Andrea, come monsignor Domenico Bernareggi, il cardinale Biffi, i monsignori Maggiolini, Negri, Dell’Oro. 
«Vi raccomando la cura all’educazione a tutti i livelli. La Chiesa è permanentemente un soggetto ecclesiale». Il richiamo, rivolto soprattutto ai ragazzi, è di imparare ad amare, «come capacità di lasciare essere l’altro come altro, non usandolo quale strumento della propria autoaffermazione. L’amore chiede il rimando a Cristo nel quotidiano e l’appartenenza a una comunità viva, per cui si impara a donarsi. Portate avanti il dialogo con le scuole e le Università,  soprattutto la vicina “Bocconi”. Bisogna “uscire” creando dei nessi con i vari ambienti perché questi costituiscono la mentalità specie dei giovani. Così la parrocchia respira a pieni polmoni, perché non si può ridurre al campanile e nemmeno al campanello». 

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