Il Cardinale ha presieduto la celebrazione eucaristica nella chiesa di San Giorgio. Tantissimi i fedeli riuniti per l’arrivo dell’Arcivescovo in occasione del 450esimo di fondazione della parrocchia voluta dal Borromeo

di Annamaria BRACCINI

Scola Valgreghentino

Un “regalo” atteso e per il quale ci si è preparati con cura, nella preghiera e nella riflessione. Così, quando il cardinale Scola arriva nella bella chiesa di San Giorgio, l’intera Valgreghentino si ritrova attorno all’Arcivescovo.Accolto dalla trentina di chierichetti del paese, il Cardinale giunge in questo angolo della Brianza lecchese, dalle antiche e solide radici cristiane, per presiedere l’Eucaristia nei 450 anni della parrocchia, fondata da San Carlo Borromeo l’11 ottobre 1566.

«Che bello, stasera lei, Eminenza, è qui. Grazie per questo regalo a nome della comunità parrocchiale di Valgreghentino che le vuole bene: un grazie che è vicinanza, attesa di una parola buona e di indicazioni per il nostro cammino guidato dalla Madonna del Rosario», dice nel suo saluto di benvenuto il parroco don Enrico Vitali. Accanto all’altare maggiore è posta, infatti, la statua della Madonna del Rosario, cui i fedeli sono particolarmente devoti. Concelebrano l’Eucaristia don Andrea Mellera, responsabile per la Pastorale giovanile dell’Area omogenea di cui fa parte Valgreghentino (con Villa San Carlo, Olginate, Garlate e Pescate), i sacerdoti natii don Fausto Gilardi, penitenziere maggiore della Cattedrale, don Davide Milani, responsabile delle Comunicazioni sociali della Diocesi e don Domenico Gilardi, cui si aggiunge padre Paride Ripamonti, gesuita. In prima fila siedono il vicesindaco con alcuni assessori, il comandante della Stazione dei Carabinieri di Olginate, rappresentanti delle associazioni e del volontariato.

Alla gente di tutte le età che affolla la chiesa si rivolge subito il pensiero del Cardinale: «Siamo qui convenuti per la grande occasione della celebrazione della fondazione di questa parrocchia a opera di San Carlo Borromeo, che fu autore di una riforma profonda della Chiesa. L’azione del compatrono della Diocesi di Milano non ha lasciato segni solo nelle mura, ma ha inciso in profondità su tutta la Chiesa universale e, nello specifico, sulla nostra Chiesa ambrosiana, tanto che ancora oggi possiamo dire che viviamo alcuni aspetti che sono legati all’azione di questo grande Santo che si spese fino alla morte nella sua azione ecclesiale».

Il riferimento è alla Liturgia della Parola propria della festa della Madonna del Rosario, con la Lettura tratta dagli Atti degli Apostoli che narra della presenza di Maria e degli Apostoli nel Cenacolo: «Siamo qui riuniti in modo simile a quello descritto nel Cenacolo.Come gli Apostoli erano accompagnati da Maria, così facciamo noi stasera, festeggiando la Festa della Madonna del Rosario, poiché certamente il vostro carattere di preghiera è segnato dalla preghiera mariana e dall’attaccamento alla Vergine».

Attraverso l’Epistola ai Galati, il pensiero è all’edificazione della grande famiglia cristiana: «San Paolo ci spiega perché possiamo essere chiamati figli ed eredi di Dio e non siamo più schiavi. Noi tutti nasciamo come Gesù da donna – questo indica il suo volere essere in tutto simile a noi – e attraverso il “sì” di tale donna lo Spirito, entrato nei nostri cuori, grida “Abbà, Padre”, perché il Padre ci ha voluto realmente figli nel Figlio». Da qui una prima importante indicazione: «Questo essere figli di Dio è veramente un punto di riferimento per la nostra esistenza? Anche se qui la Comunità – come mostra questa bella schiera di chierichetti – è bella e attiva, ci ricordiamo del Signore ogni giorno o solo in certi momenti, magari i più tristi?». Chiara l’analisi: «La grave malattia, anche dei battezzati dei nostri tempi, è l’oblio di Gesù e della Vergine». 

Poi il richiamo al Vangelo con l’Annunciazione, «Ecco – spiega Scola – la grande frase che dovrebbe sostenerci ogni giorno: “Nulla è impossibile a Dio”. Dobbiamo riprendere nella nostra vita quell’attitudine di fede piena espressa dal “sì”, dal fiat di Maria perché ne abbiamo tanto bisogno: ne ha necessità la donna, la famiglia, l’elemento educativo, il modo di generare e di morire, di fare società accogliente e giusta, ne ha bisogno la nostra realtà di Chiesa ambrosiana e universale, il territorio e l’Italia intera». Per questo occorre «essere cristiani radicati e disposti a comunicare, a far trasparire, la bellezza di questo gesto che stiamo compiendo, invitando, con delicatezza, tanti nostri battezzati a riprenderlo».

«Ricordiamo che essere cristiani implica anche dare la vita come accade ai nostri fratelli in  tante parti del mondo e speriamo che non torni anche in queste terre il martirio in modo clamoroso come è successo a padre Jacques, ma certo sperimentiamo il martirio della pazienza che è offerta della vita giorno per giorno. Volgiamoci, allora, a Maria e in questo mese del santo Rosario, impegniamoci a pregarlo», conclude l’Arcivescovo, che pare guardare a uno a uno i più giovani e piccoli. «Ragazzi, appena tornati a casa, non buttiamoci subito sulla televisione, ma recitiamo qualche decina di Rosario, che è una preghiera bellissima, perché la Vergine ci faccia scoprire la bellezza di essere di figli del Padre celeste. Niente, alla lunga, può essere un danno per il popolo cristiano, perché tutto concorre al bene di quelli che amano Dio».

Infine – durante l’offertorio anche una coppia sposata da sessant’anni porta doni all’altare -, ancora qualche raccomandazione: «Vedo che la vita della vostra Comunità, fatta di circa 550 famiglie, procede con una direzione di cammino fedele alla Chiesa e alle indicazioni che il Papa e l’Arcivescovo  offrono. Eppure anche qui si nota un forte calo dei matrimoni. Tutti si devono impegnare – dai genitori ai nonni, che non sono solo baby sitters – per sentire la famiglia come Chiesa domestica. Anche la famiglia parrocchiale e la comunità civile si coinvolgano con i nostri ragazzi che devono imparare ad amare l’altro come l’altro. So che, in Avvento e in Quaresima, fate una preghiera, ciascuno all’interno della propria famiglia, ma comunitaria e secondo il criterio unitario che il parroco suggerisce. Ciò è molto bello perché i laici non sono clienti della Chiesa, ma protagonisti. Vi raccomando l’importanza dell’azione della carità e dell’accoglienza. Dobbiamo essere larghi di cuore. Continuate nella fedeltà alla vostra grande tradizione: date veramente onore a San Carlo».

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