Presiedendo la Processione e la Celebrazione eucaristica della Domenica delle Palme, in Duomo, il Cardinale ha richiamato il valore dei giorni verso la Pasqua, da comprendere in profondità «per rafforzare la nostra fede e per rendere più pacifica la vita personale, sociale e comunitaria»

di Annamaria BRACCINI

domenica palme scola 2016

La processione con le palme e i rami di ulivo, simbolo del senso compiuto della vita e di un cammino, consapevole della meta, che illumina i nostri passi, altrimenti «isolati e confondenti».

La domenica delle Palme, –con la memoria dell’ingresso a Gerusalemme di Gesù che, appunto conscio del destino che lo attende, si fa via verità e vita per ciascuno –, anche a Milano, dopo duemila anni, si concretizza nel gesto bello e sempre suggestivo della Processione, guidata dal cardinale Scola e a cui partecipano centinaia e centinaia di persone. Gente di ogni età, anziani, ragazzi, famiglie intere, come gli studenti, genitori, insegnanti e personale della scuola “La Zolla”, invitati a animare la liturgia, senza dimenticare le tante comunità straniere – i festosi eritrei, come sempre, con la loro bandiera –, i membri delle antiche Confraternite e degli Ordini cavallereschi. Un lungo corteo di fedeli che, partito dalla chiesa di Santa Maria in Camposanto alle spalle del Duomo, entra in Cattedrale, dove è tutto uno sventolio di ramoscelli di ulivo.

I Dodici Kyrie, la concelebrazione dei Canonici del Capitolo metropolitano, sottolineano la solennità del Pontificale presieduto dall’Arcivescovo che richiama subito il significato della domenica che precede la Pasqua, “portale d’ingresso della Settimana Santa”. «È il compimento, la meta della vita a illuminare, in modo esauriente, ogni passo del nostro cammino: lo sanno bene i genitori e gli educatori che devono accompagnare i bambini e i giovani nella strada dell’esistenza. Lungo tutti questi momenti è la Trinità stessa che ci attira nel suo abbraccio di amore, nella sua casa di porte aperte, giorno dopo giorno».

Il riferimento è alle Letture, all’avverarsi in Cristo della profezia messianica di Zaccaria – «Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina» –, all’Epistola ai Colossesi fino al famoso brano del Vangelo giovanneo che «ci dice che l’essere re di Gesù è ben altra cosa rispetto alle umane aspettative. Egli entra nella città santa con i segni di una “potenza regale” fatta di vera giustizia e di vera pace proprio perché si è “svuotato”, abbassato nella più totale umiltà. Un singolare tipo di regno, uno straordinario e inedito genere di potestà la sua», scandisce Scola. «Infatti, Gesù va, in piena coscienza, verso il ludibrio della croce».

Consapevolezza e piena libertà, dunque, da parte di chi era senza peccato e che decise di morire inchiodato sulla croce, «assumendo la scelta d’amore più radicale della storia».

Immediata, così, è la domanda: «Quanto viviamo, noi, l’amore con questi connotati?». Poco è male, se non mai, pare suggerire l’Arcivescovo, che nota. «Troppo spesso il nostro amore si esprime per frammenti. Passione, ragione, libertà, che sono implicate nell’amore, invece di collaborare alla consegna totale del sé che unifica l’io, sembrano istanze tra loro contrapposte e destinate a combattersi. Non c’è rapporto tra passione e ragione, libertà e sacrificio, nell’amare l’altro come altro, lasciandolo essere nella sua diversità e, tuttavia, abbracciandolo».

Insomma, si tratta di guardare con gli occhi del cuore a Gesù Crocifisso. Come scriveva Leone Magno, «dobbiamo guardare a Lui nella sua interezza per lasciarci guardare». In tale itinerario, la Settimana Santa, «paradigma della vita», ci accompagna, permettendoci di vivere la “potenza” del Signore che è quella dei “senza potere”.

«Noi uomini che inseguiamo, con affanno, il potere a tutti i livelli, non sopportiamo il lato negativo delle circostanze e dei rapporti. Al contrario Gesù non lo teme, ecco la differenza tra la sua potenza regale e il potere umano. Cristo include la croce nel suo gesto supremo di amore. Così, come dice San Paolo, Egli «ingoia la morte dal di sotto». È questo che fa «la differenza radicale e decisiva» anche nell’edificazione della società, soprattutto in quella plurale odierna.

«Molti oggi sostengono che, per rispettare tutti, si deve costruire una società che non faccia riferimento a Dio. Ma chiediamoci se una simile società sarà favore o contro l’uomo? La pienezza che Cristo ha in sé si irradia per tutti, perché è venuto per ciascuno offrendosi alla liberta di tutti per diventare sorgente di pace autentica e di unità solida. «La fede cristiana ci insegna che questa opera di riconciliazione e di pacificazione è di bruciante urgenza ai nostri giorni. Vediamo le fatiche della nostra Europa, pensiamo all’intesa dei 28 Paesi dell’Ue, giunta dopo tanto travaglio, sulla questione delicatissima dell’immigrazione – è sufficiente o è troppo poca cosa rispetto al grande bisogno? –», scandisce Scola.

Da qui, la consegna «ad avere il coraggio di testimoniare la bellezza della sequela di Gesù, guardando al Crocifisso in modo tale da liberarci dal peccato, spalancandoci gli uni agli altri, perdonando per quanto siamo capaci, nella misericordia di Dio che ci abbraccia ogni giorno e ci fa rincominciare ogni mattina se siamo almeno coscienti del Suo perdono. Il gesto concreto di passare la Porta Santa ci immedesimi più profondamente con il passaggio che il Signore fece dalla morte alla vita. Ci accompagnino i numerosi martiri cristiani che ci testimoniano – quali segnali viventi – la forza e la bellezza del Suo amore misericordioso.

E, infine, prima della benedizione solenne, torna il triplice invito: «prendiamo in mano il Crocifisso, affidandosi a Lui, accostiamoci al Sacramento della Riconciliazione, non dimentichiamo i gesti liturgici del Triduo per rafforzare la nostra fede e per rendere più pacifica la nostra vita personale, sociale comunitaria».

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