Il cardinale Scola è intervenuto, presso l’Istituto dei Ciechi di Milano al tradizionale incontro con gli operatori della Comunicazione in occasione della Festa del loro patrono, San Francesco di Sales. «Occorre ascolto reciproco, benevolenza per ritrovare il senso della verità», ha detto

di Annamaria BRACCINI

sales 2016

Un tema che, per qualcuno, è oggi il vero problema e, per altri, addirittura, non esiste. Già questo definisce il senso di una questione complessa, sfuggente, eppure fondamentale nella comunicazione di oggi: la post-verità.
A parlarne, in un affollatissimo incontro nella Sala Barozzi dell’Istituto dei Ciechi – oltre 400 i presenti, in prima fila anche il sindaco Giuseppe Sala –, ci sono il cardinale Scola e nomi notissimi del giornalismoi, appunto perché il dialogo è quello tradizionale promosso dalla Diocesi di Milano e dall’Unione Cattolica Stampa Italiana, in occasione della Festa del Patrono degli operatori della comunicazione, san Francesco di Sales.
In occasione dell’incontro vengono anche diffusi i dati dell’ “Osservatorio Giovani” dell’Istituto Giuseppe Toniolo su “Diffusione, uso, insidie dei social network”.
Ricerca secondo la quale tre giovani italiani su quattro, tra i 20 e i 34 anni, si accorgono quando le notizie diffuse sui Social media siano false. Nonostante ciò, l’11,2% condivide tutto in modo indiscriminato ritenendo che sia impossibile controllarne la veridicità.
Modera il volto televisivo, Massimo Bernardini, autore e conduttore di “TvTalk”. «È come se non avessimo più il coraggio di parlare di menzogna forse perché la verità ci fa paura e, per questo, le mettiamo un “post” davanti. Ma cos’è la post-verità? Perché un tempo i fatti erano certi e ora sono opinabili in un clima eterno di scontro?», si chiede Bernardini.
Da un articolo della direttrice del “Guardian” – “Esiste un indebolimento dell’importanza sociale della verità, per cui non siamo più capaci di metterci d’accordo” –, nasce lo spunto per aprire il confronto: «Ripartire dai fatti è ancora possibile»?

Il dibattito: Verdelli e Bignardi

Il primo a rispondere è Carlo Verdelli, direttore dimissionario dell’informazione Rai. «Prima della post-verità vi è quasi sempre una bugia che ha più attrattiva della semplice verità. La post-verità esiste e nasce da una in verità non controllata né verificata da cui parte, in sequenza, il “post”. I fatti oggettivi stanno diventando meno influenti degli appelli alle emozioni e alle esperienze personali. La post-verità non è propriamente un bugia ma, specie sui media, essa si espande per diventare vera o verosimile, tanto è vero che, in Germania, è stata scelta come parola dell’anno seppure nel senso più proprio di “post-fattuale”». Il problema rimane, tuttavia, aperto, soprattutto tenendo conto che la gente ancora ritiene che sia un concetto che non capisce e che, in ogni caso, non la riguardi. «Eppure la post-verità è una delle chiavi per capire come si formino le opinioni anche politiche. È parola cruciale, perché prima della post-verità c’è sempre una pre-menzogna. La novità è che la Rete le sceglie proprio per questo, perché è più facile della semplice verità. Infatti, stiamo transitando dalla società della ragione a quella dell’emozione, continuamente stravolta da ondate di notizie senza base e senza rete». Una rivoluzione, questa, paragonabile, secondo Verdelli, all’introduzione della stampa. «Con 5 miliardi di smartphones che diventeranno prima della fine del decennio più numerosi degli abitanti della terra, dalla galassia Gutemberg siamo passati a quella di Zuckerberg (il fondatore di Facebook). Nel circo mediatico dove non ci si ricorda più di ciò che è successo ieri, il non lasciare traccia lascia spazio ad altre cose destinate ad altrettanta corta vita dove quasi niente scende più in profondità». Il modello è quello di una trasmissione “orizzontale”, senza profondità, appunto, rapidissima, nella quale «lo spazio da occupare con interpretazioni enfatiche è immenso, tanto che la disinformazione ha la stessa possibilità, se non maggiore, di diventare virale quanto l’informazione».
Che fare, allora? «Non saranno leggi restrittive ad hoc o sussulti di coscienza dei padroni dei Social Media ad arginare questo trend, ma a dispetto dei profeti di sventura, i giornalisti continueranno ad avere la funzione semplice e vitale di raccontare la verità del tempo, sottraendosi alla montante dittatura del “mi piace” e del “così fan tutti”. Brevettare l’algoritmo della credibilità è un dovere di tutti i giornalisti che, con umiltà, devono essere francescani della notizia», conclude Verdelli.
Ė la volta, poi, di Daria Bignardi, direttore di Rai 3, che sottolinea anch’essa le responsabilità dei giornalisti, in un’epoca di feroce narcisismo. «Non facciamo che la post-verità diventi anch’essa una moda, perché è un problema vero che viene al pettine, soprattutto in Italia, dove siamo meno portati a comprendere le differenze tra informazione autorevole e non. Il nodo è quanto ci importa della verità e di avere la certezza che quello che si legge o si vede nei telegiornali sia vero. Su questo dobbiamo riflettere, perché in un’epoca di narcisismo, tutto ciò viene aggravato. Tornare allo spartiacque tra informazione autorevole e meno accurata, può permettere di arginare questo mare di post e presunte verità».

La riflessione del Cardinale

Il cardinale Scola prende spunto dalla festa liturgica del giorno, San Tommaso di Aquino, e dice: «Tommaso diceva che la verità è corrispondenza tra la realtà e l’intelletto (adaequatio rei et intellectus) e, forse, la questione della post-verità può costringerci a tornare alla verità. Tutto ruota intorno alla realtà, perché se la manchiamo, negando l’accesso alla verità del fatto, il nostro io viene sempre più messo in difficoltà. Oggi alla parola decisiva “reale”, la grande sconosciuta della nostra epoca, si contrappone la diminuzione della verosimiglianza».
Il riferimento è alla Filotéa di san Francesco di Sales che, già nel 1600, definiva il buon metodo dell’agire interpretando i fatti sempre in favore del prossimo e nella maniera più benevola. «Al contrario il verosimile è, oggi, una grande tentazione massimediatica, ma questo deve, semmai,  indurre a un lavoro ulteriore per arrivare alla realtà, accettando che il reale mantenga sempre una componente e un aspetto ultimamente misterioso. Credo che abbaiamo tutte le forze, se viviamo l’insieme, per attraversare, in senso costruttivo, questa epoca senza giudicare in maniera irrimediabile la fase che stiamo vivendo. Il problema è rimettere al centro il soggetto che, nell’epoca moderna, è stato scartato. Il punto è capire bene cosa sia la verità, che viene sempre al nostro incontro come un avvenimento, attraverso la trama di circostanze e rapporti che accadono. Per questo è fondamentale il tema dell’ascolto umile e di fecondazione reciproca. Dove ciò  manca emerge solo l’emotività e il bisogno di autoaffermazione». Chiaro il monito di Scola: «Il frangente storico in cui prevale la post-verità  – che è anche una post-falsità – chiede di mettere l’io al centro: non si tratta di imporre un serie di regole, ma di vivere la persona nella sua interezza. La scelta di giudicare con benevolenza, attraverso un ascolto di fecondazione, permette di stare in questo mondo con piedi solidi».

I nuovi Media hanno già vinto

Infine, ancora un breve giro di riflessione, soprattutto dedicato ai Social. «Facebook è diventato lo strumento principale del pianeta, visto che gran parte degli utenti lo usa come fonte di notizia e addirittura i presidenti di Stati Uniti e Messico hanno dato l’annuncio dell’annullamento del loro incontro su Twitter, saltando ogni intermediazione. Insomma, i giornalisti servono ancora?», ci si chiede. Sì, la risposta che emerge. Per Verdelli, «siamo di fronte a un’invasione per cui è necessaria resistenza. Il giornale di carta credibile, se diminuisce sempre i lettori, deve avere la stessa credibilità in ogni sistema che utilizza». Parole cu fa eco Daria Bignardi che torna a indicare la responsabilità di professionisti che sappiano usarle bene i nuovi mezzi che hanno già vinto».
«Per fare un algoritmo di credibilità serve competenza, certo, ma soprattutto chiedersi chi vuole essere l’io, la persona. Dobbiamo sentire la situazione attuale come una provocazione, non come una catastrofe. Tuttavia, se l’io non è solido i processi sempre più celeri di oggi rischieranno di schiacciarci», conclude il Cardinale. Da qui la consegna: «una cura reciproca per affrontare con serenità il presente e il futuro, avendo significato e direzione della vita».

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi