Il Cardinale ha presieduto la celebrazione eucaristica nella parrocchia sant’Anastasia di Villasanta. A settembre prenderà avvio la Comunità Pastorale, che probabilmente verrà intitolata alla “Madonna dell’Aiuto”, unendo le due parrocchie locali e una terza sita a Biassono

di Annamaria Braccini

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Una breve Processione con sacerdoti e chierichetti e l’ingresso nella bella e ariosa chiesa di sant’Anastasia con tanti fedeli che lo attendono. Inizia così, la visita a Villasanta del cardinale Scola che giunge per presiedere la Celebrazione eucaristica in vista dell’avvio della Comunità Pastorale che, a settembre, riunirà le tre parrocchie di Sant’Anastasia, appunto, San Fiorano e San Giorgio al Parco nel comune di Biassono. Come ricorda, nel suo indirizzo di benvenuto, il parroco don Alessandro Chiesa, che concelebra unitamente al vicario episcopale di Zona V, monsignor Patrizio Garascia, al prevosto di Monza, monsignor Silvano Provasi e ai sacerdoti del territorio, tra cui don Eugenio Ceppi festeggiato nei suoi 70 anni di Ordinazione.
«Ci siamo preparati alla sua presenza tra noi in queste settimane e ci mettiamo fedelmente in ascolto della sua parola. Ci aiuti a superare le difficoltà e scoprire che la bellezza che ci unisce è più forte di ciò che divide», conclude don Chiesa.
Un invito subito accolto, nella sua riflessione, dall’Arcivescovo. «Voglio dire la mia gratitudine per questo invito che ci consente di approfondire il Mistero della nostra fede. La morte, la risurrezione del Signore, la sua ascesa al cielo dove attende ogni cristiano che giunga all’abbraccio del Padre in grazia di Dio e ogni uomo di altra fede e di buona volontà che abbia vissuto con coscienza vera e nel rispetto della sua dignità di persona con i doveri e di diritti che ne scaturiscono. Sono ancora più contento di poter celebrare tra voi il Corpus Domini per la prospettiva di cammino verso la Comunità pastorale intrapreso pur con le comprensibili fatiche e problemi che avrete, certo, la determinazione di affrontare», dice il Cardinale.
La riflessione va alla Solennità del Corpus Domini che richiama «il dono totale di sé dell’Innocente assoluto, che, nell’Eucaristia, perpetua la sua efficacia per ogni uomo di ogni tempo e il Mistero profondo che rivela il senso della fede».
Infatti, istituendo «l’Eucaristia, Gesù ha anticipato la modalità con cui sarebbe stato presente nella storia e ha così aiutato gli Apostoli a passare attraverso il momento della tragedia».
Evidente, anche per la Prima Lettura tratta dal Libro del Deuteronomio, il richiamo «al peccato di questo cambiamento di epoca che è l’oblio di Dio. Chiediamoci: che compagnia ci fa Gesù? Certo c’è ancora una bella tradizione e, come avviene nelle nostre terre, c’è tanta generosità perché si è capito che l’amore di Dio e dei fratelli non possono essere separati, ma il rischio è che quando si esce di chiesa ci si dimentichi del Signore e che non sia chiaro il “per Chi” facciamo un’azione filantropica. Il Mistero della fede che celebriamo in questa Solennità deve far riflettere su ciò che ci collega all’anticipo del memoriale di Gesù, perché se un’anticipazione è stata possibile per gli Apostoli, è possibile anche posticipare la sua permanenza. Cristo, allora, diventa presente nell’oggi: la potenza del suo Spirito è tra noi, su di noi, con noi che, così, siamo chiamati a portare fuori, a comunicare, negli ambienti dell’umanità esistenza, la pienezza di vita che deriva dalla fede di Cristo».
In questo modo, suggerisce Scola, diviene molto chiaro il senso della sequela eucaristica.
«Quando mangiamo il corpo di Cristo, Egli ci assimila a Lui, non come avviene per il cibo che, normalmente, assimiliamo a noi. È un movimento che ci purifica dai momenti di fatica e di peccato, dalle prove che la vita ci riserva. Per questo ci accostiamo al corpo di Cristo, nella Celebrazione domenicale, per generare comunione tra noi».
Da qui la consegna e l’augurio: «Quando farete fatica nella Comunità Pastorale andate alla sua radice, che è la comunione, da comunicare con uno stile di vita autentico, testimoniando l’amore vero di Cristo. Questa prospettiva di lavoro comune è comunicare, a chi ha un poco perso la strada di casa, la bellezza e il desiderio che noi abbiamo del loro ritorno. La CP deve farci camminare in questo senso».
E, alla fine, c’è tempo ancora per quale indicazione: «Ho visto qui ricchezza di vita cristiana. Penso alla Comunità delle Memores, che vivono fino in fondo e missionariamente, all’impegno dell’Unitasi, al Gruppo di Azione Cattolica che si riunisce una volta a settimana, alla Commissione Caritas con il Banco alimentare “San Martino” e l’attenzione alla realtà drammatica dei migranti. La raccomandazione che vi lascio è considerare la Comunità pastorale come l’esito di una riflessione attenta e ponderata. Tra 10 o 20 anni si vedrà che è il modo più adeguato per vivere la fede. Essa è uno stile di presenza cristiana che intende meglio rispondere alle urgenze del cambiamento di epoca. Siamo nella società della mobilità, possibile che l’unica difficoltà è per andare da nostro Signore? Interroghiamoci su questo. Anche se è naturale che emergano visioni diverse, la dimensione missionaria sul territorio impone di trovare insieme strade perché la comunione prevalga su ogni divisione. Non dimenticate mai la fondamentale importanza dell’educazione e la centralità della famiglia come realtà primaria e Chiesa domestica di evangelizzazione».

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