Il Cardinale ha presieduto l’Eucaristia per i cento anni di consacrazione della chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Ai moltissimi fedeli riuniti per l’occasione, ha raccomandato «di non dimenticare mai Dio, come, invece, troppo spesso, avviene oggi»

di Annamaria BRACCINI

gessate scola

È una folla in festa quella che si raduna dentro e fuori la chiesa per accogliere il cardinale Scola che, salutato dai bimbi e dai ragazzi, con un grande striscione di benvenuto, entra nella parrocchia dei Santi Pietro e Paolo di Gessate, per festeggiare il centenario di consacrazione, avvenuta il 1 maggio 1916.

Concelebrata dal nunzio apostolico in Indonesia, monsignor Guido Filipazzi, dal Decano di Melzo, don Orsi e dai sacerdoti impegnati o nativi di Gessate, all’Eucaristia prendono parte religiosi e religiose, i rappresentanti dei Consigli Pastorali, le autorità militari e civili – tra cui il sindaco di Gessate, Sancini –, i rappresentanti delle associazioni e dei movimenti.

Il saluto iniziale è portato dal parroco, don Enzo Locatelli che ricorda, appunto, la necessità della consapevolezza di una reale comprensione del significato e, perciò, dell’importanza ecclesiale del secolo compiuto da questa parrocchia che, a settembre, si unirà in Comunità pastorale con Cambiago.

Parole cui fa riferimento l’Arcivescovo, in avvio dell’omelia. «Cento anni: anche i nostri ragazzi, che si apprestano a ricevere la Prima Comunione e la Sacra Confermazione, comprendono la bellezza e la forza della consacrazione – avvenuta da parte del cardinale del cardinale Ferrari – di questa vostra chiesa cosi bella e che avete voluto conservare da generazioni e generazioni».

«Questo è il gesto che il Vescovo più desidera, la partecipazione, con il suo popolo, all’ Eucaristia che compie l’opera di redenzione dell’intera famiglia umana, oltretutto oggi in un giorno di festa e di gioia».

Il riferimento è alle Letture: «Il Vangelo (nella pagina di Giovanni 17, 20-26) ci dice che la preghiera di Gesù sarebbe stata per tutti coloro che, per grazia, avrebbero abbracciato la fede. Quindi noi siamo qui come continuatori dei primi. La generazione di oggi e quella dei nostri ragazzi – quella di domani –, possono così capire che si può risalire fino al gruppo che era intorno al Signore».

Ma quale è la preghiera di Cristo? Che siamo una cosa sola. «Afferrati dal Dio di amore, Trinità, non siamo soli, come accadrà a questi ragazzi che, ricevendo in questi giorni il Suo corpo, non saranno mai più abbandonati dal Signore. Come siamo, invece, superficiali quando dimentichiamo Dio lungo la nostra giornata».

Qui il peccato più grave del presente: «Come sarebbe diverso se ogni mattina iniziassimo con un segno di croce e una preghiera e se, prima di dormire, chiudessimo il giorno con un’Ave Maria». Insomma, in una parola, «se riconoscessimo che Dio è, per la potenza del suo Spirito, in noi, sopra di noi e tra di noi». Invece, al contrario, siamo in una società che ha ridotto la conoscenza al solo dato empirico, quello che si può vedere e toccare. «Ecco perché molti uomini di pensiero parlano di post-cristianesimo come se fosse una cosa passata e come se i cristiani fossero degli illusi che inseguono una favola. Ma così non è. Lo sanno i nostri ragazzi e lo sapevano i nostri vecchi quando, cento anni fa, popolarono questa chiesa perché volevano avere un luogo dove persone vive potessero esprimere il proprio culto; lo sanno bene coloro che si legano nel matrimonio fecondo che è l’espressione del “per sempre” dell’amore, pur in un mondo dove amore significa tutto e il contrario di tutto».

Il pensiero, con lo sguardo rivolto al Nunzio in Indonesia – Paese difficile e a maggioranza musulmana –, è nel richiamo al sacrificio del primo martire Stefano dwella Prima Lettura, ai tanti martiri di oggi: «Non possiamo dimenticare i nostri fratelli che in Nigeria, in Siria, stanno decidendo di andare a Messa e che devono, per questo, mettere in preventivo che possono non tornare, perché martirizzati. Giustamente papa Francesco ci ricorda che ci sono più martiri oggi che agli inizi del cristianesimo».

Da qui, un ultima «nota» ai fedeli: «Perché il mondo creda in Gesù redentore, nell’uomo perfetto in cui ciascuno, se non lo rifiuta, trova la sua fisionomia, apritevi, coscienti della vostra storia, al cammino della Comunità pastorale che nascerà, affinché la comunicazione della vita in Cristo possa essere più consolante per il nostro tempo provato, ma anche così pieno di avventura e affascinate. Rinnovate, rinnoviamo subito la nostra vita».

Poi – dopo un’ultima raccomandazione a leggere attentamente l’Esortazione post-sinodale “Amoris Laetitia” –, la festa nell’amicizia e nella condivisione gioiosa.

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