Presiedendo la Celebrazione eucaristica nella chiesa del Monastero delle Carmelitane Scalze di Milano, per i cinquecento anni della nascita di Teresa d’Avila, il cardinale Scola, ha detto: «questo luogo benedetto protegge le nostre terre ambrosiane perché non è separato dalla vita di tutti i giorni»

di Annamaria BRACCINI

Monastero via Colonna

È dal Carmelo di Milano, monastero di clausura novant’anni fa in quasi campagna, e oggi ormai al centro della metropoli, che, nelle parole del cardinale Scola, nasce la preghiera per una vita meno individualista, per un amore totale alla Chiesa e capace di rispettare l’altro; per riconoscere nel nostro essere figli di unico Padre, il rispetto e la stima reciproca.

L’Arcivescovo è, appunto, nel Monastero delle Carmelitane Scalze di via Marc’Antonio Colonna, dove celebra l’Eucaristia, concludendo un triduo di preghiera e riflessione promosso dalle Claustrali per festeggiare il mezzo millennio dalla nascita di Santa Teresa d’Avila.

Accanto a lui, una ventina di concelebranti, tra i quali due Vescovi, monsignor Luigi Stucchi, vicario episcopale per la Vita Consacrata femminile, monsignor Carlo Ghidelli e il Provinciale dei Carmelitani di Lombardia.

E così nel giorno esatto del “compleanno” della rifondatrice del Carmelo, il 28 marzo, l’Arcivescovo visita il Convento – che, a sua volta, compie il novantennio di fondazione – e presiede la Celebrazione eucaristica nella bella chiesa intitolata a Santa Teresa del Bambin Gesù, annessa al complesso monastico.

Per tutte le dodici suore che compongono la Comunità e che prendono parte al rito dietro la tradizionale grata affacciata sull’altare maggiore, porge il saluto la priora, madre Emanuela Folli che si rivolge al Cardinale, sottolineando: «Quella che stiamo vivendo è un’esperienza forte di Chiesa e, con Santa Teresa, voglio ringraziarla perché con cuore di Pastore e di padre ha accettato di celebrare con noi l’anniversario centenario di colei che sarebbe diventata la madre del nuovo Carmelo, Dottore della Chiesa e Santa, ma che, in ultimo, era solo Teresa di Gesù. Davanti al Signore, presentò la sua credenziale dicendo, “sono figlia della Chiesa”, frase tradotta da Santa Teresa di Lisieux, in “sarò nel cuore della Chiesa, mia madre, sarò l’amore, così sarò tutto”. Circondate dalla testimonianza di tante sorelle e fratelli, partecipi della nostra riconoscenza, sotto lo sguardo della grande madre Teresa, l’Eucaristia sia per lei, Eminenza, dono di consolazione e di grande speranza».

Una “consolazione” dell’anima che, in un luogo «benedetto», come lo definisce il Cardinale, si fa subito richiamo all’amore di Cristo. Quello per cui nacque il Monastero, voluto dal cardinale Tosi, ma propiziato dai coniugi Paternò, «lo sposo, decidendo, dopo 25 anni di matrimonio, di divenire Barnabita e la sposa, Carmelitana».

Un’espressione bella, questa – evidenzia Scola – «del senso pieno dell’amore che trova, in questo caso, nel passaggio dalla vita coniugale alla vita religiosa, un intreccio che favorisce la scoperta del valore dell’amore stesso, cosa che noi uomini postmoderni, fatichiamo a concepire proprio perché non riusciamo più a legare, in profonda unità la passione amorosa con la dedizione oblativa all’altro come altro per il suo bene.

E continua il Pastore: «Non mi stanco di ripetere, soprattutto ai giovani, che la vita in Cristo non esclude nulla, ma semmai include tutto perché il peccato è una decurtazione del bene. Teresa fa questa esperienza in un cammino vocazionale che l’ha portata in Carmelo e l’ha mossa a riformarlo, fondandone ben diciassette monasteri, in comunione con Giovanni della Croce. Di ogni evento, anche i più dolorosi, Teresa, faceva occasione di preghiera e dialogo con Cristo Non possiamo piacere a Dio, diceva nel libro della Vita, e da Lui ricevere grazie, se non per le mani della “sacratissima umanità di Cristo”».

Un’intuizione profonda per la fine del ‘500, «perché la fede esige la glorificazione dell’umanità di Gesù», ieri come ora, «anche in questo luogo, nel quale non ci si distoglie dalle preoccupazioni e le ansie della famiglia umana, dal doloroso cambio di millennio segnato da violenze, dal martirio, da un continente europeo preda di sconforto e sfiducia. Più che mai qui va vista la gloriosa umanità di Cristo presente nell’Eucaristia per l’umanità di oggi».

Infatti, è solo il Cristo «non uomo del passato, ma contemporaneo» che può salvarci. «Egli è il modello, lo sposo della Chiesa, la fonte inesauribile della santità. Teresa ripropone la coscienza di sé, perché vuole vedere tutta la realtà a partire da Gesù e dal suo mistero filiale».

Se la Liturgia ci invita a riflettere, la grande questione, per il Cardinale, è appunto il «passaggio dallo stile filiale di Cristo e di Teresa, al nostro».

Il monito è chiaro: «Il Signore è nostro Padre di tutti e anche noi dobbiamo vivere questo rapporto filiale alimentando la relazione con la realtà e dentro le circostanze. Con apertura di cuore è necessario “sentire” con la Chiesa. Quanto c’è bisogno di questo, oggi, nel momento storico presente, come ci richiama papa Francesco con il Magistero e l’eloquenza dei suoi gesti».

Il pensiero è all’amore, quello autentico, illuminato da Cristo che fu di Teresa proclamata, non a caso, dal beato Paolo VI Dottore della Chiesa, proprio perché – suggerisce l’Arcivescovo –, la Santa «che ebbe ad affrontare incomprensioni di ogni sorta, non sapeva dare pace al suo spirito di fronte alla rottura dell’unità: L’unità che rispetta la pluriformità dei diversi carismi e che domanda di essere vissuta».

L’ammonimento è per il presente: «La frammentazione dell’Occidente di oggi è evidente, nella nostra stessa Chiesa ambrosiana, nei nostri errori – quando anche qualche sacerdote crede di andare per suo conto inseguendo le suggestioni e intuizioni personali – mentre tutto diventa ricchezza se è posto nel cuore della comunione ecclesiale nell’unica Chiesa Guardando a Teresa dobbiamo tutti convertirci».

Di fronte a papa Francesco che in Evangelii Gaudium, ben sedici volte parla di individualismo esasperato che caratterizza i nostri tempi occorre, insomma, cambiare stile perché e questo medesimo individualismo che «impedisce di sentirci in profonda relazione, di accogliere l’altro e, per non cristiani, di avere una stima a priori verso chiunque il Signore ci metta accanto e tendenzialmente con tutti i fratelli uomini».

«Chiediamo al Carmelo e a noi questa intenzione profonda: amare la Chiesa universale e di Milano in modo incondizionato, pregando per tutti, perché, al di là dei limiti degli uomini di Chiesa, la modalità per vivere Gesù come centro affettivo della vita, è l’amore oblativo nell’unità».

Un amore misericordioso, coltivato dalle Carmelitane Scalze, che protegge «la nostra Milano e le terre ambrosiane, perché il Carmelo non è separato dal vita dei nostri giorni».

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