Il Cardinale ha preso parte al Convegno promosso dal Centro Pastorale dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca in occasione della pubblicazione del suo ultimo saggio “Postcristianesimo? Il malessere e le speranze dell’Occidente”. Diverse le voci che si sono confrontate, tra cui quella di una blogger di origini siriane

di Annamaria Braccini

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Fotoservizio di Marta Cerina

Si parla di contemporaneità, di radici antiche e di traumi modernissimi, di speranza e di fede nell’Aula Magna dell’Università. Presente il cardinale Scola, il focus è sul suo ultimo volume, “Postcristianesimo? Il malessere e le speranze dell’Occidente” e sul dibattito che nasce intorno a questi temi.
In prima fila, accanto all’Arcivescovo, ci sono il vicario episcopale di Settore, monsignor Pierantonio Tremolada, l’assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, monsignor Claudio Giuliodori, il responsabile diocesano della Pastorale Giovanile, don Massimo Pirovano e l’assistente della “Bicocca”, don Marco Cianci che apre la serata di Studi, dopo il saluto del rettore dell’Ateneo, Cristina Messa.

L’intervento dell’Arcivescovo

Dice il suo grazie, il Cardinale, che delinea le ragioni per cui ha scritto il saggio, nella convinzione che sia necessario indicare la via maestra di un confronto sull’oggi che non può che passare «dal fatto pratico, appunto, che la società sia divenuta plurale ma che, comunque, dobbiamo vivere insieme. Tale coscienza può permetterci di iniziare a camminare tentando di costruire pazientemente una risposta comune. Per questo una vera laicità deve essere il luogo della narrazione, dove ci narriamo e ci lasciamo narrare».
Insomma, ciò che, come diceva Martin Buber, «permette l’andare insieme verso l’inafferrabile realtà», ossia un modo di entrarvi in rapporto.
«Con questo libro – prosegue l’Arcivescovo – ho voluto assumere la sfida proposta da alcune correnti che, specie in Germania, sostengono che siamo in un’epoca di post-Cristianesimo».
Da qui, l’analisi degli elementi che paiono giustificare una simile affermazione e poi, nella seconda parte del volume, il riproporre la base del Cristianesimo stesso: «la contemporaneità di Cristo non solo è possibile, ma reale».
È questo che possiamo (e dobbiamo) comunicare con la nostra testimonianza. Infatti, «ognuno comunica solo ciò che è. La testimonianza, così, è conoscenza adeguata della realtà e, quindi, modalità di comunicazione della verità. Questa è quella vera apertura di sé, all’altro e al reale, capace di sconfiggere il narcisismo autistico del mondo occidentale».
Da un tale punto di vista, diventa, per Scola, «chiaro il rapporto tra religione e violenza, quando guardiamo alla testimonianza e alla figura del martire», cui sono dedicati i due ultimi capitoli.
Il martire che non semina morte – mai come oggi il martirio dei Cristiani è diffuso, più che nei primi secoli, come dice Papa Francesco – ma la accetta in vista di un bene più grande, mentre l’uomo-bomba dà la morte, colpendo innocenti in un momento occasionale. Chiamare con lo stesso nome quest’ultimo e il martire è un grave errore che produce confusione».
E, seppure, potremmo non dover subire, nelle nostre terre, il martirio del sangue, si impone oggi il “martirio della pazienza”.
«L’Incarnazione, le apparizioni del Signore, il suo essere contemporaneo a ciascuno di noi attraverso testimoni personali e comunitari ha rotto il rapporto tra potere e violenza e ha prodotto una cultura diversa che il mondo laico dovrebbe considerare con molta attenzione», scandisce, infine, il Cardinale.
«Il martirio della pazienza è l’affronto delle condizioni quotidiane che siamo chiamati a vivere, in termini di risposta al debito che contraiamo con chi ci ha messo al mondo. Se la vita è un dono, come lo è, occorre donarla e questo cambia il nostro modo di vivere».
Emerge da questa chiara visione del mondo, la consegna. «Dobbiamo, il più possibile, tornare alla semplicità, a un’appartenenza lieta alla Comunità cristiana e al “per Chi” ogni mattina riprendiamo. Questa è la questione decisiva della vita».

Gli interventi

«Per noi è un onore avere qui il Cardinale», sottolinea il Rettore, definendo Convegno, moderato dal direttore de “Gli Stati Generali”, Jacopo Tondelli, quale prosecuzione ideale dei “Dialoghi di Vita Buona”, del cui Comitato scientifico è parte lei stessa.
Da una fotografia, «già virale sul web e che rischia di divenire iconica» prende avvio don Cianci.
È l’istantanea scattata martedì 6 giugno in Nôtre Dame, con le mani alzate di 900 turisti in piedi in un luogo simbolo millenario. «Nôtre Dame, più volte oltraggiata, restaurata, adibita a varie funzioni, come in epoca napoleonica, quando divenne Tempio della Ragione e luogo dell’incoronazione dell’imperatore. In questa immagine c’è tutto il malessere dell’Occidente».
Poi, è la volta di Salvatore Carrubba, giornalista e docente universitario, grande esperto di temi culturali. «Il volume dell’Arcivescovo, richiama i Cristiani a una presenza che non si può solo limitare al buon esempio, me che è il mettersi in gioco. Questo è anche un saggio politico perché offre una lettura esemplare della società plurale. Nello spazio politico, tutti i diversi devono poter spiegare quali siano i contenuti di cui vogliono frasi portatori».
Senza, naturalmente, dimenticare la fondamentale presenza delle religioni nel dibattito pubblico.
Me è pronta la politica a tutto questo? Per Carrubba,la risposta è no, per la crisi della famiglia, dei partiti, dei Corpi intermedi, come indica il libro, ma anche per un “babelismo” che rende difficile la comunicazione reciproca.
«Il tema non è più quello, come sarebbe accaduto anni fa, di avere una rappresentanza politica organizzata dei Cattolici, ma di vincere una certa afasìa, portando il proprio contributo e, con il ruolo fondamentale delle forze laiche, superando l’alibi del non avere un partito unico». Per questo non serve militanza, ma testimonianza che rigenera la comunità ecclesiale e che, con le debite differenze, costruisce quella civile.
Per Mario Vergani docente di Filosofia Teoretica, il grande pregio del volume è illuminare «il nesso tra religione e logica testimoniale». O meglio «qualità responsoriale della testimonianza, perché il testimone è colui che parla necessariamente dopo di una verità che egli stesso attesta. In un regime plurale di fatto, in cui ci troviamo a vivere, lo spazio della laicità è molto ampio e andrebbe meglio abiatato».
Guido Veronese, psicologo che ha lavorato a lungo in contesti di guerra, prende avvio dal rapporto tra religione, potere e violenza. «Le statistiche ci dicono del rapporto intricato tra questi tre elementi. Pensiamo all’11 settembre che è stato letto come un attacco dell’Islam all’Occidente. Tuttavia è anche interessante ricordare il luglio del 1995 quando, dopo il massacro di Sebrenica, il significato di una guerra politica viene ribaltato a livello religioso come un attacco di milizie cristiane contro i musulmani. Quindi, si sviluppa un confronto di narrative, le quali rendono difficile il misurarsi delle religioni che vogliono costruire pace ed essere restituite a segni di pace».
«In questo contesto non si possono non ricordare le belle pagine dedicate dal Cardinale all’uomo-bomba, specie in un momento in cui spaventa il coté psicologico degli attentatori che è assolutamente imprevedibile. Il tentativo di allontanare il significato violento delle religioni implica tornare alla religione degli ultimi, sottraendo la fede al potere».
Attesissimo l’intervento di Lunba Ammoune, blogger, giornalista di origini siriane in Aleppo. «La crisi di senso che attraversa l’Europa è una perdita di senso. Questo richiede un dialogo urgente tra il vecchio Continente e l’Islam», spiega, indicando come il dibattito oggi «sia più spesso basato su logiche di schieramento che di confronto: «si parla di musulmani in Europa, ma non europei».
Ma per promuovere un dialogo vero – suggerisce – «non si può prescindere dalla conoscenza del passato, mentre adesso abbiamo tante informazioni, ma poca conoscenza. Questa è la responsabilità di noi tutti, come italiani, cittadini, musulmani, figli di un unico Dio. E forse, come minoranza di credenti nell’Islam, siamo chiamati anche a una maggiore testimonianza, con la vita e le azioni, e lo facciamo con orgoglio. Questo è il dialogo. Bisogna dare priorità alla spiritualità del cuore e ai bisogni».
La citazione conclusiva è con le parole del cardinale Martini: «L’unica superiorità che hai è quella che dimostri in ciò che fai».
L’ultimo intervento è quello di uno studente in Medicina, rappresentante degli universitari presso l’Ateneo, Enrico Corno. «Mi pare fondamentale il rapporto con gli altri. Sento spesso dai miei coetanei il lamento continuo, ma la soluzione non è cambiare le Istituzioni universitarie o le strutture, bisogna rigenerare la domanda e la persona, confrontandosi. Vedo il Cristianesimo come il luogo dove io cambio e posso chiedere agli altri di cambiare. coinvolgendoci vicendevolmente».
Se lo dice lui, che ha poco più di vent’anni, mentre i “colleghi” lo applaudono convinti, una speranza c’è davvero.

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