Il cardinale Scola ha presieduto in Duomo la Veglia Missionaria Diocesana con la celebrazione del Mandato. Ai 7 partenti, a chi è tornato e a i moltissimi fedeli presenti, l’Arcivescovo ha indicato il dovere di una missione da vivere quotidianamente e in ogni luogo

di Annamaria BRACCINI

Veglia missionaria

La vita che è vocazione e, per i cristiani, missione. Un essere chiamati in ogni momento dell’esistenza a dare testimonianza, sia che si parta e si vada dall’altra parte del mondo, sia che si rimanga nelle proprie terre. 
La Veglia Missionaria Diocesana 2016 presieduta dal cardinale Scola, in un Duomo affollato e in festa, è stata questo: approfondire con chi parte e a chi è tornato (i missionari vengono salutati dall’Arcivescovo a uno a uno al suo ingresso in Cattedrale) il senso di un annuncio del Signore da portare in ogni luogo con gioia e semplicità. Anche con l’allegria e l’inventiva coloratissima degli oltre venti workshop che, organizzati da altrettante Associazioni, hanno animato il pomeriggio in via dei Mercanti. Poi, a sera, appunto, la Veglia in Cattedrale “Inviati nel nome della Misericordia” con tanti giovani – anche i seminaristi – per vivere insieme la Celebrazione del Mandato e camminare idealmente accompagnati da santa Teresa di Calcutta attraverso alcuni brani tratti dai suoi scritti che aprono ognuno dei 5 momenti in cui si articola la Veglia stessa.  
Si ascolta, così, la Parola di Dio e quella dei testimoni come Aldo Lo Curto, chirurgo plastico, che spende, ogni anno, sei mesi della sua vita in missione, avendo visitato ormai più di 50 Paesi e che ha conosciuto personalmente madre Teresa. «Quando mi inviò ad assistere gli inguaribili, mi sentii sottovalutato come medico, ma è stata una grande lezione: ho imparato a dare speranza. La misericordia è stare con i più poveri tra i poveri gratuitamente senza la paura di contrarre malattie». Poi don Mauro Brescianini, ad Haiti per 9 anni e ora rientrato per assumere un nuovo incarico diocesano. «Uscire dalle nostre sicurezze, accogliere, stimolare e stimare, dare coraggio alla dignità di chi aiutiamo, avvicinandoli con umiltà e rispetto: questa è, per me, la misericordia. Non sono un missionario, ma un “missionato”, aiutato e coltivato dalla missione», spiega. 
Ci sono anche Roberto Venanzi, con un’esperienza in Cameroun, e Alice Ambrosi dei “Giovani missione” del Pime, oggi neosposi. «La missione l’hai dentro e non va più via. Ti cambia il cuore e la vita, la misericordia maggiore che ho ricevuto è il pellegrinaggio che ho fatto di villaggio in villaggio dopo tre anni in Cameroun», racconta Roberto. 
Infine, Anna Lisa Bergamaschi e Sabrina Crivellaro giunte al loro 18° viaggio in terra di missione. La prima sottolinea: «La mia vita senza la missione non sarebbe vita perché è linfa vitale che mi ricarica per un anno intero. Nell’altro vedo il volto di Cristo, mi sento quella piccola matita di cui parlava madre Teresa». La seconda aggiunge: «Una delle cose che porto in valigia, tornado, sono le domande. Anno dopo anno l’animazione missionaria è diventata uno stile di vita. Imparare la capacità di stupirmi, di incontrare lo sguardo dell’altro, attuare la prossimità: così la misericordia diventa forza dell’agire. La misericordia è avere com-passione e fare con passione». 
Da un tale essere “cuore a cuore” si avvia la riflessione del Cardinale. «Questo stile che, tra noi cristiani,, significa vedere nello sguardo degli altri la domanda di condivisone, nasce dal riconoscerci noi per primi bisognosi di misericordia, sopraffatti come siamo dal ritmo delle nostre società opulente che ci impongono di essere multitasking». 
Dove trovare, allora, l’energia per uno sguardo che non lascia nessuno estraneo? «Mi ha colpito – osserva l’Arcivescovo in riferimento alle testimonianze – che la condivisione del bisogno provoca un cambiamento e porta gioia per il fatto che si sta “cuore a cuore” senza restare estranei a nessuno. Di fronte a tutto questo il cristiano deve dire “io sono missione”, portando tale esperienza straordinaria nella vita di tutti i giorni, così come deve farlo con l’esperienza dell’oratorio feriale, del pellegrinaggio parrocchiale, nell’affrontare il disagio e il bisogno». 
«Madre Teresa ci ha detto che il cristianesimo si trasmette anzitutto per contagio, infatti le testimonianze di stasera ci hanno indicato che la missione non è un fare, ma la gratuità del dare. Pieni di gratitudine per ciò che abbiamo ricevuto gratuitamente, non possiamo tenere questo fatto solo dentro di noi. L’uomo non può che comunicare: ma uno comunica ciò che è e ha»
L’invito è a portare, come diceva santa Teresa di Calcutta, gioia ovunque. «Gioia che è quella della vicinanza di Gesù, dell’abbraccio di misericordia della Trinità con cui ripartiamo ogni mattina, del bene che gli altri ci vogliono, del perdono. Allora si può dare la vita per tutto questo, attraverso il martirio e la testimonianza quotidiana». Alla fine, suggerisce Scola, si è messi da parte se non si comunica la giustizia e il bene che si è ricevuto, se non ci si gioca in prima persona». 
Per questo la vita è vocazione. «La croce di Cristo aspetta che completiamo in noi stessi i patimenti che sono stati i suoi. Vuole una libertà totalmente consegnata e, allora, scopriremo che la Croce, per un’economia singolare e completa della vita, fa parte ella felicità». 
Infine il ricordo addolorato di padre Carlo Girola, missionario saveriano nativo di Oltrona, morto in un terribile incidente in Cameroun, mentre stava tornando in Italia. «Chiediamo alla Madonna di vivere qui la nostra esperienza missionaria, nella semplicità di un quotidiano capace di diventare eroico, annunciando Gesù con gioia e semplicità a chi ha perso la strada di casa, ai più poveri, ai carcerati, agli immigrati. Recepiamo la natura missionaria della nostra vita. La vita è vocazione e la vita cristiana è essenzialmente missionaria». 
Poi, il Mandato con la chiamata, la preghiera, la benedizione, la consegna del crocifisso e il saluto ai 7 partenti tra Fidei Donum, del Pime, di Caritas Ambrosiana e del Focsiv (andranno in Cameroun, Perù, Satati Uniti, Moldova, Brasile e in Asia). Saluto ripetuto anche per i 12 stranieri che arrivano nelle nostre parrocchie e comunità per aiutare nella Pastorale e per i 5 missionari appena tornati in Diocesi.     

 

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