Il Cardinale ha presieduto il Pontificale per la Dedicazione della Chiesa Cattedrale. Ai circa 2000 cantori, che hanno animato la Messa, appartenenti alle Schole Cantorum dell’Associazione “Santa Cecilia”, l’Arcivescovo ha raccomandato di aiutare le comunità cristiane nel canto liturgico

di Annamaria BRACCINI

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Nella terza domenica di ottobre, giorno della Dedicazione del Duomo di Milano, Chiesa madre di tutti i fedeli ambrosiani, «festa di grande significato e di importante storia», per usare le parole del cardinale Scola, il Duomo si veste di colori, suoni e canti magnifici.  Infatti, al Pontificale presieduto dall’Arcivescovo, concelebrato dai Canonici del Capitolo metropolitano e da molti altri sacerdoti, sono state invitate le Scholae Cantorum che aderiscono all’Associazione Italiana Santa Cecilia, in occasione del loro Convegno Nazionale.
Dopo il saluto caloroso dell’arciprete della Cattedrale, monsignor Gianantonio Borgonovo – vicino a lui concelebra anche il presidente dell’Associazione, monsignor Tarcisio Cola – la liturgia arricchita dall’esecuzione di brani della tradizione cantati dagli oltre 2000 cantori presenti, «esalta questa festa già corroborata dall’Anno giubilare della Misericordia che vede, per questo, convenire qui migliaia di fedeli», sottolinea l’Arcivescovo. Il pensiero va, naturalmente, alla bellezza e all’armonia della musica e del canto liturgico, onorato, anche in Duomo, da grandi figure come monsignor Luciamo Miglavacca, monsignor Ernesto Moneta Caglio e monsignor Natale Ghiglione. «Il canto invita a elevare la mente e il cuore e questo vale ancora di più per la musica sacra, perché essa, come dice Sacrosanctum Concilium, “costituisce un tesoro di inestimabile valore che eccelle tra le altre espressioni dell’arte”», spiega il Cardinale che si rivolge, poi, direttamente ai cantori.  
«La vostra partecipazione alla liturgia ha come unico scopo quello di servire il canto di tutto il popolo di Dio: un campo  in cui c’è ancora molto lavoro da fare». 
Con la I Lettera di Pietro, il riferimento è al tempio di pietre vive che sono i credenti in Cristo. «Ecco il senso dell’assemblea eucaristica, nella sua componente di sacrificio e di comunione, e ciò a cui il vostro apporto, il canto, deve condurre. Pietre vive intorno alla pietra viva che è Gesù, scartata ma divenuta pietra d’angolo, per giudicare l’insipienza  di chi produsse questo scarto». Cristo, il cui sacrificio è reale, non simbolico, per il quale Egli diviene insieme altare, vittima e sacerdote. «Lo spirituale cristiano non è spiritualismo astratto, ma è spirito dei figli di Dio incarnato. San Paolo per questo non fatica a porre un legame tra sacrificio e comunione dei beni. Vengono in mente le opere di misericordia a cui il Santo Padre ci ha tanto richiamato e che potrebbero costituire la trama della nostra vita cristiana, mentre, troppo spesso, costruiamo strategie per raggiungere i “lontani”, come se ci fosse qualcuno lontano dalle esperienze che tutti condividiamo come donne e uomini. Quanta paura e ignavia c’è ancora nel comunicare con semplicità, senza pretesa di egemonia, la bellezza della sequela di Gesù e la straordinaria fonrma mundi che la Chiesa è in sé stessa, al di là dei limiti e dei peccati degli uomini di Chiesa». 
Dal passaggio del Vangelo di Luca al capitolo 6 – “La bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda” –, arriva dall’Arcivescovo un’ultima consegna: «Il rapporto tra il cuore e la parola è normalmente un rapporto di corrispondenza. In Dio è totale e perfetta: Gesù è il Verbo, la Parola incarnata del Padre. Ma noi uomini, che possiamo persino mentire, dobbiamo pazientemente esaminare il linguaggio della vita fatto di parole e di segni, in modo che dal nostro cuore trabocchi sempre il bene. Alla lunga non la singola parola, ma tutto il comportamento tradirà qual’è la nostra posizione interiore. Siamo chiamati a immedesimarci con i sentimenti di Cristo, con il suo pensiero, con la “misura” del Signore Gesù. Avere i suoi stessi sentimenti significa, come dice Massimo il Confessore, pensare come Lui e Lui attraverso tutte le cose».
Alla fine, dopo il ringraziamento di monsignor Cola – «grazie per la bella accoglienza nella diocesi di sant’Ambrogio e soprattutto a lei, Eminenza, che ci aperto subito le porte della sua Chiesa» – il cardinale torna sul ruolo delle Scholae Cantorum: «che aiutano ad andare ancora più in profondità nel Mistero della Passione, della morte e della Risurrezione di Gesù. Comunicate questo stile delle Corali al servizio della Liturgia. Ne abbiamo tanto bisogno, perché, non avendo saputo o voluto forse, valorizzare una tradizione che aveva le sue caratteristiche, nel passaggio post-concliare, ci siamo un poco confusi. Spesso il Coro, senza volerlo o con cattive intenzioni, allontana dal canto il popolo delle nostre comunità. Invece la vostra funzione è di cantare, ma soprattutto, di far cantare il popolo santo di Dio».        

 

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