Il Cardinale ha presieduto l’Eucaristia nella parrocchia “Santo Stefano Protomartire” di Rosate. L’Arcivescovo ha indicato il 90esimo esatto della consacrazione della chiesa, come occasione per un approfondimento della vita cristiana della Comunità

di Annamaria BRACCINI

rosate

L’accoglienza semplice, festosa della gente di Rosate, con il sindaco, la banda, i bambini e tante famiglie, davanti alla settecentesca chiesetta sussidiaria di San Giuseppe, sono l’immagine viva di quanto, dice subito il parroco. Nel suo indirizzo di benvenuto, don Virginio Vergani, dopo la breve processione che porta il cardinale Scola e i fedeli alla parrocchia di Santo Stefano Protomartire, infatti, sottolinea:  «Mi piace accoglierla, così, in una ferialità e con la quotidianità di coloro che, negli anni e fino a oggi, si sono posti a servizio della Comunità rosatese, nella cura per tutti e per ciascuno». 
Nel 90esimo esatto della Consacrazione della chiesa – era proprio il 9 ottobre del 1926 – “Santo Stefano”, in questo paese carico di verde e sobriamente bello, è gremita. Lo nota l’Arcivescovo che indica, nell’importante anniversario e nella riapertura, della piccola e amata sussidiaria, probabilmente il prossimo 19 marzo dopo la definitiva conclusione dei restauri, «la possibilità di un approfondimento della fede». 
«La convocazione delle pietre vive, che noi siamo, nel tempio è ciò che Gesù compie per aiutarci a camminare secondo verità e bontà, giustizia e bellezza. La vostra Comunità, a misura di uomo, è in questo un grande vantaggio», spiega Scola, richiamando il senso delle Letture come ausilio «per approfondire ogni volta di più il perché della vita o, meglio, il “per Chi” viviamo». 
Dalla vicenda di generosità della vedova di Sarepta, narrata nel I Libro dei Re, una domanda e una prima indicazione del Cardinale: «Quale è il motivo per cui ella compie questa scelta gratuita? Per il peso di Dio nella sua esistenza. Chiediamoci, oggi, quale è questo peso nella nostra vita».  
«Dio, in Gesù Cristo e attraverso la Chiesa e la Madonna – specie in questo mese del Rosario –, è presente in qualche momento della giornata o è dimenticato per tutta la settimana? Portare nel quotidiano, vivendo relazioni di fraternità cristiana, pensando il lavoro, il riposo, il dolore fisico e morale, la giustizia, la costruzione di vita buona, a partire da come Gesù pensava», è la via per superare le difficoltà, suggerisce l’Arcivescovo. 
In tale quadro si possono, allora, comprendere l’Epistola agli Ebrei e il Vangelo di Matteo, attraverso i concetti fondanti di ospitalità e di condivisione con coloro che sono nel bisogno estremo. 
Il pensiero non può che andare all’attualità.  
«Certo, siamo tutti messi alla prova per il fenomeno migratorio in atto, ma non dobbiamo farci dominare dalla paura, semmai praticare un’accoglienza equilibrata dove ognuno ha un suo compito perché la prima accoglienza è una cosa, altro è il compito delle Istituzioni, altro ancora quello della realtà sociale e civile che deve stabilire una relazione normale con chi arriva». 
Su queste solide basi, insomma – il “per Chi” viviamo, il peso che ha Gesù nella giornata, l’ospitalità, la sobrietà della vita e l’accoglienza –, si costruisce bene specie se il territorio è già ricco di Associazioni e di volontariato attivo e presente.  
«La trama di Associazioni deve stabilire vita buona: ciò introduce l’altra grande parola dell’appartenenza alla Chiesa come voi dimostrate qui. La Chiesa, tuttavia, non è una somma di gruppi, ma è il luogo da cui nasce la vita. Ecco perché occorre che i cristiani riscoprano il senso dell’appartenenza alla Chiesa come condizione che Gesù ha posto per appartenere a Lui. Vi invito a lavorare sulla capacità di portare le relazioni familiari, di zona, di quartiere, di paese, alla loro radice: la comunione vera in Cristo. La parentela tra noi cristiani è data dall’essere familiari di Dio, figli nel Figlio del Padre. Intensificatela a livello ecclesiale e, con le dovute distinzioni, civile. In una società come questa, bisogna fare un’alleanza profonda dal punto di vista decisivo dell’educazione, anzitutto nella famiglia come chiesa domestica capace di aprirsi con semplicità ad altre famiglie e, poi, nella vita sociale».  
 

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