Alla vigilia dell’inaugurazione dell’anno accademico del centenario parla il Prorettore: «L’Università deve servire a elaborare un pensiero che si prenda cura del futuro ed essere capace di promuovere e diffondere cultura, per i giovani e per gli adulti»

di Annamaria BRACCINI

Antonella Sciarrone Alibrandi
Antonella Sciarrone Alibrandi

Un secolo di vita e non sentirlo, anzi, perché si pensa e si progetta, guardando al futuro con quella fiducia ed eccellenza che qualificano l’azione formativa e intellettuale offerta dall’Università Cattolica del Sacro Cuore fin dai suoi inizi, nel 1921. Ma come rileggere, alla luce della complessità del presente, gli obiettivi che portarono padre Gemelli a fondare l’Università? Antonella Sciarrone Alibrandi, prorettore dell’Ateneo dal 2013 – dal 2017 con funzioni vicarie -, ordinario di Diritto dell’Economia presso la Facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative, non ha dubbi: «La costante crescita del nostro Ateneo credo costituisca la miglior conferma della bontà degli obiettivi e della lungimiranza che portarono padre Gemelli a fondare il nostro Ateneo. Cento anni fa l’Italia viveva un momento particolare ed è quasi paradossale che oggi, seppure per altri motivi, ci troviamo ancora in uno snodo storico difficilmente immaginabile. Ma proprio questo aspetto può divenire una provocazione positiva. In entrambi i momenti, era ed è oggi estremamente importante il contributo che i credenti, a livello universitario, possono dare per una rinascita della società. Ora si parla molto del next normal, del new normal, quello che verrà dopo la pandemia. Ma anche nel 1921 si sottolineava la necessità di una rinascita cristiana della società: in tale contesto sono convinta che l’Università Cattolica possa essere fondamentale».

Come state vivendo le difficoltà della pandemia?
Le difficoltà sono state molte. Siamo stati costretti, in un brevissimo torno di tempo, a trasferire completamente il mondo analogico nel mondo virtuale e ciò ha richiesto molti investimenti e uno sforzo corale e personale in termini di ripensamento anche dell’intera attività didattica. Lo abbiamo fatto con fatica e impegno, ma anche con grande soddisfazione, perché tutto ha continuato a svolgersi senza interruzione: in primo luogo sono proseguite tutte le attività rivolte ai nostri studenti senza che loro abbiano perso nulla. Ritengo, tuttavia, che questi tempi difficili ci abbiano offerto anche una grande opportunità, in termini di una presa di coscienza collettiva del grande valore dell’Università vissuta in presenza, cioè della dimensione relazionale della comunità universitaria. Abbiamo imparato a fare un uso importante della tecnologia – certo – e ne faremo tesoro anche nel futuro, ma ci siamo resi conto che l’Università non può essere solo online.

Nel suo videomessaggio per la 97° Giornata universitaria l’Arcivescovo auspica che l’Ateneo dei cattolici italiani promuova pensiero e responsabilità. A tale fine quale crede che sia l’emergenza più urgente?
Trovo questa indicazione di monsignor Delpini particolarmente preziosa in termini di metodo: in molti campi stiamo assistendo al crescere di disuguaglianze e al sorgere di problematiche nuove e urgenti. Essere, come Università, un luogo dove si promuove un pensiero transdisciplinare e non iper-specialistico, che sia in grado di affrontare problemi complessi con una visione sistematica, credo sia l’aspetto più rilevante. L’Università deve servire all’elaborazione di un pensiero che si prenda cura del futuro: un pensiero, quindi, autenticamente responsabile, che promuova responsabilità specie nelle giovani generazioni.

Qual è il contributo che la Cattolica sente di poter e dover dare al Paese?
Penso che il contributo più prezioso che possiamo offrire al nostro Paese attenga alla produzione di cultura, attraverso cui affrontare una vera e propria emergenza educativa. Se pensiamo ai giovani, non si può dimenticare che, quanto a livello di istruzione, le statistiche continuino a essere impietose per l’Italia: come numero di laureati siamo gli ultimi in ambito europeo. Quindi, sta innanzitutto a noi proporre un’Università che sappia attrarre i giovani e che li sappia anche aiutare a inserirsi attivamente nel mondo del lavoro e nella società. Ma anche rispetto agli adulti c’è un’estrema necessità “educativa”, nel senso di formazione permanente che consenta di rimanere all’interno di un mondo del lavoro che sta cambiando con estrema rapidità. Più in generale, occorre lavorare molto anche a livello sociale. Viviamo in una società che si sta progressivamente de-culturalizzando ed è molto importante che l’Università si renda capace di promuovere e diffondere cultura, anche al suo esterno, favorendo il dialogo fra opinioni differenti e aiutando una parte sempre maggiore della popolazione ad acquisire strumenti per orientarsi nella complessità del reale. E questo sfuggendo agli stereotipi e alle banalizzazioni che non aiutano mai nessuno, come dice l’Arcivescovo.

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