Presiedendo la Celebrazione dei Vesperi primi nella Festa dell’Esaltazione della Santa Croce, l’Arcivescovo ha compiuto il “Rito della Nivola” portando sull’altare maggiore del Duomo la preziosa reliquia del Santo Chiodo che rimarrà esposta alla devozione dei fedeli fino a lunedì pomeriggio

di Annamaria Braccini

nivola 2019 (G)

«La città di oggi, come la città di ieri, si difende con l’indifferenza dall’imbarazzo per la presenza di Gesù e del suo mistero, ma noi, discepoli, diamo testimonianza alla città dell’attrattiva di Gesù che offre a tutti una comunione nuova e fraterna, un amore nuovo e compiuto». Quella «vita nuova ed eterna», per usare ancora le parole pronunciate in Duomo dall’Arcivescovo, che parte sempre dall’unica croce di Cristo. Croce simbolicamente posta sull’altare maggiore e che contiene, per l’occasione, il Santo Chiodo, la reliquia più preziosa conservata dalla Chiesa ambrosiana – la tradizione la vuole già venerata ai tempi di sant’Ambrogio – che veglia, da secoli, all’interno della Cattedrale, essendo normalmente custodita alla sommità della volta del presbiterio.

Si ripete così, dai tempi di san Carlo, il Rito della Nivola (“nuvola” in dialetto), dal nome della sorta di “ascensore”, appunto a forma di nuvola, risalente all’inizio del 1600, con cui l’Arcivescovo di Milano sale fino a 42 metri di altezza e ridiscende portando tra le mani la croce lignea dorata e il Santo Chiodo che, sull’altare maggiore, rimarrà esposto fino alla Celebrazione eucaristica di lunedì prossimo. Accanto al vescovo Mario, in una sorta di inedita Nivola ecumenica, siede l’Arcivescovo metropolita Ioann della Diocesi di Cherson e Tavria della Chiesa Ortodossa di Ucraina.

Nella Cattedrale gremita – in Cappella feriale, dove parte e ritorna la Nivola, trovano posto i Canonici del Capitolo metropolitano, alcuni ministri delle Chiese ortodosse, tanti chierichetti e chierichette provenienti da diverse Zone della Diocesi e anche un gruppo di fedeli di Mantova -, l’omelia diviene un monito attualissimo per tutti.

«La presenza di Gesù risulta imbarazzante in città, mette a disagio la sua parola e il suo comportamento. Mette a disagio anche da morto. Così è successo a Gerusalemme, ma forse la sua vita, il suo insegnamento, la sua morte, risultano imbarazzanti anche oggi».

Qui e ora, nel terzo millennio, nelle nostre strade e paesi, in quella città «che ha i suoi criteri, i suoi affari, le sue scadenze e che si sente a disagio di fronte alle parole e allo stile di vita di Gesù».

«La città con i suoi slogan, il suo ossequio al potere di chi sale alla ribalta della notorietà e del potere, prova disagio per chi mette in discussione gli idoli e il potere costituito. La città che vuole celebrare le sue feste, i suoi criteri di bellezza, la sua fiducia in ciò che possiede e in ciò che sa fare, si sente a disagio di fronte a uno spettacolo che ricorda l’esito finale della vita degli uomini e l’imminenza della morte».

Che fare allora? Semplice: occorre togliere di mezzo chi è così imbarazzante, rimuovendolo dalla vita e dalla vista in tutti i sensi.

Ma noi, invece – suggerisce l’Arcivescovo -, «esponiamo il Sacro Chiodo per invitare tutti a riconoscere che nel Crocifisso c’è l’unica possibilità di salvezza. Veneriamo questa reliquia insigne della devozione dei secoli per continuare a tenere fisso lo sguardo su Gesù, crediamo che nella morte di Gesù innalzato sulla croce, ci sia la rivelazione attraente della gloria di Dio. Veneriamo il Sacro Chiodo per insistere a cercare risposte alle nostre domande, pace alle nostre inquietudini, promessa di vita eterna che vinca la nostra paura della morte. Volgiamo lo sguardo a Colui che hanno trafitto per riconoscere che questa morte ha vinto la morte: volgiamo lo sguardo a Gesù morto per riconoscere che in questa solitudine è stata vinta la solitudine e la sua parola è principio di una nuova comunione: volgiamo lo sguardo a Colui che è stato innalzato per riconoscere che nell’umiliazione della morte vergognosa si rivela l’amore che attira tutti a sé, il compimento dell’amore».

Come a dire, non si può essere imbarazzati, distratti, assenti di fronte alla salvezza offerta sulla croce. È questo il senso autentico della venerazione del santo Chiodo, che si rende evidente nella devozione dei moltissimi fedeli che – dopo la benedizione finale dell’Arcivescovo con la grande croce lignea – si avvicinano alla reliquia per sostare in preghiera personale.

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