Si avvicina il ritorno alle celebrazioni comunitarie. Non una consuetudine da riprendere, ma una rinascita da vivere con una motivazione più convinta, che aiuti a ritrovare nell’Eucaristia «la fonte e il culmine» della vita cristiana

di monsignor Fausto GILARDI
Responsabile del Servizio diocesano per la pastorale liturgica

messa universitari 2019 (C)

È dal 23 febbraio che attendiamo il momento in cui le nostre comunità possano ritrovarsi per celebrare insieme l’Eucaristia. E questo avverrà a partire da lunedì 18 maggio. Si ricomincerà in maniera graduale, secondo le indicazioni del Protocollo firmato a Palazzo Chigi dal Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, dal Presidente del Consiglio e dal Ministro dell’Interno.

C’è indubbiamente l’attenzione a osservare con diligenza le varie prescrizioni perché tutto avvenga «nella maniera più sicura» (Conte). Ai pastori e ai loro collaboratori non mancherà la capacità di trovare soluzioni in ottemperanza a quanto è stabilito, conservando lo stile della pacatezza, della finezza e della carità pastorale per evitare che si stabilisca un’analogia tra l’andare in chiesa e il recarsi a fare la spesa al supermercato

Questa ripresa non può soltanto essere contrassegnata dalla volontà di eseguire puntualmente ogni dettaglio. Può portare con sé sentimenti e atteggiamenti nuovi che ci aiutano a ritrovare nell’Eucaristia «la fonte e il culmine» della vita cristiana.

La nostalgia del trovarci insieme a celebrare la cena del Signore, che tanti tra noi hanno avvertito in queste settimane, può aprirci a riscoprire il dono del Pane e della Comunità che ci fanno essere Chiesa che risponde alla chiamata del Signore. È stata bruscamente interrotta un’abitudine, può rinascere una motivazione più convinta sostenuta da un desiderio grande. «Andiamo a Messa», come siamo soliti dire, non per rispondere distrattamente a una consuetudine, ma perché avvertiamo forte e sincero il desiderio di incontrare il Signore, di celebrare il Suo Amore insieme ai fratelli che sono parte viva della nostra umanità.

C’è un passaggio nella Sacrosanctum Concilium, la Costituzione del Concilio Vaticano II sulla liturgia, che merita di essere riletto e attuato con una disposizione del cuore nuova: «I fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma (…) partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente» (48). I tre avverbi (consapevolmente, piamente, attivamente) meritano la nostra attenzione e possono fare di questo ritorno una rinascita delle nostre comunità che sono generate dall’Eucaristia e trovano nell’Eucaristia il Pane del cammino.

Torneremo nelle nostre chiese grati ai nostri pastori che in questo tempo di pandemia hanno messo in gioco tanta creatività pastorale (a volte perfino con qualche eccesso di fantasia) per non lasciarci soli e per sostenere le nostre comunità in un tempo di sofferenza, di fatica e di paura.

Torneremo nelle nostre chiese notando qualche posto vuoto. Lì era solito sedersi un nostro familiare , un nostro amico che ora siede alla mensa del Regno. Il ricordo ci aiuterà a vivere, nella speranza, la comunione con quanti i nostri occhi non vedono più. Questo stesso ricordo risveglierà in noi il senso del limite e il ricordo che l’esistenza terrena è un pellegrinaggio verso quel posto che il Signore Gesù ha preparato per i suoi discepoli.

Se questo sarà il nostro atteggiamento, potremo dire: nulla è come prima.

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