Nel giorno della commemorazione dei Defunti, l’Arcivescovo ha sostato in preghiera nei Cimiteri cittadini, presiedendo Celebrazioni eucaristiche nella basilica di Sant’Ambrogio, presso il Cimitero di Greco e in Duomo

di Annamaria Braccini

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La nera signora che è raffigurazione della morte e l’angelo della risurrezione che la sconfigge.
La signora che, con un ghigno beffardo, irride ai nostri affanni di lavoro e ai nostri sogni di gloria, alle grandi imprese e alle ricchezze, aspettando al varco ciascuno – perché non si dimentica di nessuno -, anche se noi cerchiamo in ogni modo di dimenticare lei, con l’illusione di un’eterna giovinezza, del potere, dei soldi, della droga o dell’alcool».
Parte da un’immagine forte ed emblematica – simbolo nell’arte sacra – la riflessione dell’Arcivescovo che, in Duomo, presiede la Messa nella commemorazione di tutti i fedeli defunti, concelebrata dai Canonici del Capitolo metropolitano della Cattedrale.
È la “signora” che fa così paura da negarla in ogni modo, appunto, perché comprendiamo sempre meno che l’angelo della risurrezione è con noi fin dal primo mattino di Pasqua, «svegliando l’umanità dal torpore della rassegnazione, liberando i figli degli uomini dalla paura che li rende schiavi, invitando i rassegnati alla speranza, proponendo, a quelli che corrono scomposti e frenetici, di cercare una via d’uscita dall’assedio della morte».
Così, se la “morte nera” deride la vita, umilia il desiderio e la dedizione, l’angelo sorride, incoraggia la speranza, dichiara «realistico il desiderio della vita eterna e promette che nessun gesto di bontà sarà dimenticato, indicando la lucidità del pensiero, la bellezza di una vita ordinata, la serenità dell’animo pacificato».
Per questo è possibile quel cantico dell’esultanza per il Signore risorto, «amore fedele che non delude», a cui dà voce il vescovo Mario.
«Cantiamo a te, pane spezzato che fai dei molti un solo corpo e un solo spirito, perché la morte non separi quelli che l’amore ha unito, perché nessuno sia abbandonato, ma tutti siano segnati con il sigillo del Dio vivente». È, questo, il cantico dei redenti a cui sempre risponde il Signore.
«Noi, celebrando il Mistero della Pasqua di Gesù, e pensando con affetto ai nostri cari, comprendiamo che le nostre convinzioni non possono essere solo parole, ma devono diventare un cantico del nostro intero essere. Cantate che la nera signora è stata sconfitta».
La Celebrazione al Cimitero di Greco
Espressioni, queste del vescovo Mario, riecheggiate, nel pomeriggio, presso il Cimitero cittadino di Greco, nel cuore dell’omonimo quartiere dove, con la presenza di diverse centinaia di fedeli – in prima fila l’assessore a Mobilità e Lavori pubblici, Marco Granelli in rappresentanza del sindaco Sala -, il pensiero era tornato al rapporto, attualmente sempre più problematico nella mentalità corrente, tra vita e morte. Presiedendo l’Eucaristia, concelebrata dal responsabile della Comunità Pastorale “San Giovanni Paolo II”, Pino La Rosa e dai sacerdoti della Cp e del Decanato, il Vescovo ha, infatti, detto: «Napoleone volle i cimiteri fuori dalle città e dai paesi, forse per norme igieniche, ma il fatto di portarli altrove, magari in luoghi appartati, indica che è meglio che la vita non pensi alla morte. Così per alcuni è anche un bene non avere un carcere nel centro di Milano, in modo che non si pensi alla pena e al diritto o a chi vi è recluso. Questa tendenza, che talvolta è sentita come un progresso, porta a credere che sia meglio dedicarsi a tutto tranne che alle cose importanti ed estreme. Basta lavorare e divertirsi, censurando i pensieri che possono indurre alla tristezza e alla rassegnazione. Qui siamo invece, a “Greco”, in mezzo a un quartiere e ai suoi palazzi: infatti, la saggezza antica suggeriva che la custodia per i morti sia per ricordare che dobbiamo tutti morire. Tale incombere della morte può indurre a un certo scetticismo, ma i cristiani, vistando i morti, ricordano che siamo chiamati tutti a partecipare alla vita di Dio, a risorgere. Non si tratta solo di un rammarico per chi ci ha lasciato, ma di testimoniare che la vita ha vinto la morte. Siamo qui per celebrare la nostra fede, perché la morte è un ingresso nella vita, non è un rapporto irrimediabilmente spezzato, ma il desiderio di un incontro».
Perciò, contro ogni scetticismo, «conta compiere le opere buone che saranno scritte nel libro della vita. Ogni giorno non è un ingranaggio che ci consuma, ma è il tempo adatto a compiere le opere del Signore, l’occasione per amare e servire, entrando nella comunione dei Santi. Gente di Milano pensate alla speranza, ricordate i vostri morti perché sono vivi e vi chiamano alla festa di Dio».

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