Monsignor Claudio Gugerotti, Nunzio apostolico nel Paese dell’Est, torna sul significato e sul valore del recente pellegrinaggio dell’Ismi: un momento di conoscenza, incontro e solidarietà

di monsignor Claudio GUGEROTTI
Nunzio apostolico in Ucraina

Claudio Gugerotti
Monsignor Claudio Gugerotti con l'Arcivescovo

Mi viene chiesto di esprimere come mi è apparsa la recente visita a Kiev, capitale dell’Ucraina, dei presbiteri della Diocesi di Milano ordinati negli ultimi dieci anni, accompagnati dall’Arcivescovo, dai suoi collaboratori, vescovi e vicari. Riflettendo su questa domanda, mi si sono presentate alcune immagini bibliche, con cui intercalerò i miei pensieri.

L’Ucraina vive giorni di fatica, qualche volta di profonda incertezza sul proprio futuro, e soprattutto è afflitta dalla percezione di essere dimenticata, con la sua guerra che ha ucciso giovani vite, stroncate al fronte e provenienti da ogni parte del Paese, sfinita da uno stillicidio di disagi crescenti, che ne hanno straziato i nervi nelle zone di combattimento, oltre ad averne compromesso le esigenze quotidiane della vita.

“Ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli” (Is 60,2).

Centoventi preti che percorrono la città, scendono nella metropolitana, si spostano per strada sono una presenza che non può passare inosservata, neppure in una grande città. Non sono qui per caso: sono venuti per incontrare. È una lieta, cordiale invasione di umanità e di amicizia.

“Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te” (Is 60,4).

Non sono qui per turismo, né per affari. Sono qui per incontrare, per “conoscere”, per quanto possibile, dall’interno dell’empatia cristiana oltre che della curiosità umana, per chiedersi il perché (il latino cur) di altri modi di sentire, pensare e, oggi, soffrire. Passano da un edificio all’altro, dove uomini e donne di Ucraina aspettano l’incontro. Quanto l’Ucraina, nei secoli, ha aspettato l’incontro! Non la soggezione, la schiavitù agli estranei, ma l’incontro.

Ora qui avviene l’incontro di questo singolare drappello. Vengono da Milano. Milano non è solo una parte dell’Italia: è, in essa, un motore irriproducibile di attività, di impegno cosciente e responsabile, di lavoro con fantasia per un futuro nuovo. Una fabbrica di sudata prosperità. E questo vale anche per la sua Chiesa.

Già cento preti giovani da una sola città è un lusso che poche terre possono permettersi. Essi hanno accettato di venire, non sono stati obbligati (alcuni hanno scelto di non venire o ne erano impediti), ma questi, in tanti, sono arrivati portandosi nel cuore le loro comunità: altri, tantissimi abitanti della città. A loro racconteranno le loro impressioni; con loro pregheranno per questa terra. Ecco formarsi una vasta rete di solidarietà.

Qualcuno li ha visti passare, ma non li ha riconosciuti (complice la sportiva disinvoltura del loro portamento, piuttosto renitente alle divise). Altri, che li aspettavano, li hanno conosciuti. Altri ancora hanno chiesto chi fossero, e ne sono stati resi edotti.

“Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti” (Is 60, 5).

Ed è scattato l’abbraccio dell’ospitalità, della convivialità (ripetutamente anche in senso stretto). Gli incontrati si sono lasciati andare a una speranza, sentita come utopia nel mondo attuale dove attendi aiuto, ma ti ritrovi spesso solo con la tua povertà, abbandonato da coloro che ti avevano promesso solidarietà perenne.

“Stranieri ricostruiranno le tue mura, i loro re saranno al tuo servizio” (Is, 60,10). Difficile oggi pensare che re stranieri si pongano al servizio di stranieri.

Si sono aperte a questi preti porte a volte non amichevoli tra di loro, spalancandosi a un “altro da sé” che, forse, li aiuterà anche a riaprirle gli uni per gli altri.

“Le tue porte saranno sempre aperte, non si chiuderanno né di giorno né di notte, per lasciare entrare in te la ricchezza delle genti (Is 60, 11).

Ed è entrata questa ricchezza nelle porte aperte: la fede di questi viandanti in Cristo Signore, amico fedele, stella mattutina, speranza del mondo: un velo d’amore più forte della morte. Per lui hanno dato la vita, hanno rinunciato alla loro famiglia (in Ucraina la gran parte dei sacerdoti è sposata), si sono offerti per essere costruttori di famiglie di uomini e di popoli.

Hanno chiamato il loro viaggio “pellegrinaggio” e santuario di Dio è dunque la terra che hanno visitato.

“La gloria del Libano verrà a te con cipressi, olmi e abeti, per abbellire il luogo del mio santuario, per glorificare il luogo dove poggio i piedi” (Is 60,13).

Sentirsi visitati, ricordati, presenti al cuore nella propria terra finalmente apprezzata: la gente ha bisogno soprattutto di questo per trovare la forza di vivere e di vivere bene.

I milanesi non sono, per natura, cantori di languide elegie prodighi di effusioni sdolcinate. Si considerano e li considerano asciutti, essenziali. Custodi, però, di un grande cuore. Chi ha incontrato questi preti, lo ha capito senza bisogno di spiegazioni: niente entomologia dei sentimenti, solo calore per contatto di pellegrini necessariamente di passaggio. Eppure fonte di una nuova energia: la propria certo, ma come sacramento di quella potenza d’Amore, di cui ogni giorno si sforzano di essere testimoni.

La gente vede e il bambino della fiducia sussulta nel suo grembo (cfr Lc 1,41). Dunque se tu mi guardi, se ti interessi a me, alla mia storia, agli abiti di un passato che conobbe momenti di prosperità, anche se oggi spesso mostra la trama consunta di una stoffa troppo a lungo indossata, allora la speranza esiste.

Mi hai stretto la mano, mi hai guardato con affetto di fratello, e dentro l’anima ho sentito una parola cui non sono aduso: “Sarai una magnifica corona nella mano del Signore (…). Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo” (Is 62,4).

Questo messaggio io l’ho sentito soprattutto in un momento totalmente privo di solennità, a una mensa imbandita nel luogo più sacro dell’Ucraina: nella Lavra di Pechersk. A tavola gli ospiti hanno intonato canti semplici, fatti con l’anima, da amici solidali, accompagnandoli con applausi sonori e risate convinte. Ricordi degli anni di formazione trascorsi insieme o della disinvolta cordialità del fratello maggiore nei confronti dei giovani dell’oratorio, cui in molti si dedicano. Lì è sbocciata persino la concinnitas di un vibrante indirizzo finale dell’Arcivescovo, appropriato e incalzante tanto quanto gioioso e ammiccante, secondo i suoi noti trascorsi di consumato animatore di serate comuni. So che non me ne vorrà per aver propalato questo dettaglio, peraltro di dominio pubblico.

Tutto ciò, come l’intero viaggio, è avvenuto non solo per rinsaldare i vincoli di quei giovani preti, così controcorrente da giocarsi la vita per Cristo, ma anche per offrire agli ospiti o ai passanti un empito di ammirazione: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo” (Lc 1,42)

E sono certo che più d’uno, e tanti per contagio di sussulti interiori, tra chi li ha visti partire ha sentito aprirsi le proprie labbra, di persona e di popolo, a un canto antico: “L’anima mia magnifica il Signore (…), perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’onnipotente” (Lc 1,46.48-49).

La giovane Maria, vergine, in visita a Elisabetta, dal vecchio grembo avvizzito, alla fine insieme con la cugina proclamerà che ogni limite imposto dalla natura o dalla storia non è mai ineluttabile: ognuna partorirà il dono di un figlio impossibile divenuto realtà per il calore di Dio.

Qui vedo e sento il valore di questo pellegrinaggio.

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