San Carlo Borromeo «testimone e modello» di una vita degna perché capace di rispondere alla propria vocazione, avendo come unico «giudice il Signore». Questa l’immagine che l’Arcivescovo delinea del compatrono della diocesi, presiedendo in Duomo il Pontificale nella solennità liturgica del Santo. Alle sue spoglie, conservate nello Scurolo sottostante l’altare maggiore della Cattedrale, prima che inizi la Messa monsignor Delpini, rende omaggio incensando l’urna e cantando la sallenda Respice de caelo, unitamente a 7 vescovi, tra ausiliari e nativi della Diocesi.
Tra il centinaio di concelebranti, particolarmente significativa la presenza di rappresentanti delle istituzioni fondate o rifondate dal Borromeo: il rettore del Seminario don Enrico Castagna (accompagnato dai diaconi e dai seminaristi), il prevosto degli Oblati di San Carlo padre Giulio Binaghi, il Moderator Curiae monsignor Carlo Azzimonti e l’arciprete del Duomo monsignor Gianantonio Borgonovo. Non mancano gli appartenenti alla Comunità dei fratelli oblati diocesani, a Confraternite e Ordini cavallereschi legati alla memoria del primo Borromeo. Che fu riformatore instancabile, secondo i dettami del Concilio di Trento, e pastore della Chiesa ambrosiana dal 1564 alla morte (3 novembre 1584), proclamato santo nel 1610. Tanto grande da essere definito solo e semplicemente con il suo nome, San Carlo, avendo riconosciuto quale unico suo giudice il Signore, come sottolinea nell’omelia l’Arcivescovo, in riferimento alla Lettera paolina agli Efesini appena proclamata: «Questa persuasione rende libero l’apostolo Paolo. Ma è la condizione perché chiunque ha autorità possa esercitare la sua responsabilità in riferimento alla sua missione, senza mendicare la popolarità o le soddisfazioni personali. La vita è risposta alla vocazione e si compie nel lasciare tutto, per portare a compimento – con la grazia di Colui che ci ha chiamato – la propria vocazione».
Non ripiegarsi su se stessi
Al contrario del giudizio che, spesso attualmente, si dà di se stessi e della propria vita.
«Credo che oggi sia molto diffusa la tendenza a guardarsi addosso. Mi domando: sto bene? Sono contento? Si realizzano i desideri che ho portato con me? Ciascuno si ripiega su di sé – spiega monsignor Delpini -. Ma questo ripiegamento è pericoloso: spesso crea e fa crescere un’amarezza segnata dal risentimento per una mancata considerazione e, talora, alimenta una forma di autocelebrazione che scambia la soddisfazione per felicità. Non è una buona strada». Così come non lo è considerare la propria situazione in rapporto al giudizio degli altri, che «se mi cercano, mi invitano, mi chiedono di intervenire, fanno pensare che ho qualche cosa di interessante da dire e che meriti di essere ascoltato; se mi ignorano, se non citano mai i miei scritti o interventi, fanno sentire di essere incompreso e sottovalutato».
Ben altra, ovviamente, la libertà che viene dal misurarsi con il Signore, anche se questo, come accadde a San Carlo, può rivelarsi problematico nel rapporto con gli altri. «Non è stato un vescovo popolare, per quello che se ne sa, né tra il clero, né nei rapporti con i potenti del suo tempo – scandisce l’Arcivescovo -. La popolarità non l’ha cercata mai, forse fino all’eccesso di cercare l’ostilità e suscitare malumori non propriamente motivati da ragioni evangeliche, ma comunque dalla libertà di compiere la missione affidatagli».

Rispondere alla vocazione
Per poi aggiungere: «Comprendere quale sia la vocazione della nostra vita e il suo compimento in questo momento, in questo luogo, in questa responsabilità, richiede un percorso di libertà spirituale e di docile ascolto perché c’è sempre il rischio di attribuire al Signore i propri punti di vista e le proprie aspettative». Criterio irrinunciabile di tale libertà è, dunque, la comunione. «Valorizzare il dono di ciascuno, mettere a frutto capacità e carismi, costruire insieme la comunione per la missione: questo è compito di tutti». Il richiamo è alla «pratica sinodale che stiamo imparando», anche se «i numerosi Sinodi che Carlo Borromeo ha indetto, forse erano molto diversi da oggi».
L’invito – rivolto specificamente a sacerdoti e consacrati – è a fare «un esame di coscienza, interrogandosi se viviamo oggi in maniera degna la chiamata ricevuta». Da qui anche un suggerimento, in vista dell’incontro del Papa con i presbiteri che sono in Italia in programma per l’11 e il 12 dicembre.

La proposta ai preti
«Propongo che la seconda lettura dell’Ufficio delle Letture sia sostituita da testi per cercare noi stessi: propongo, quindi, che la riflessione sulla vita e la santità dei preti prenda spunto da questa convocazione nazionale per verificare, approfondire, convertirci».
Alla fine della celebrazione, il pensiero torna al primo Borromeo. «Oggi ho usato il calice di San Carlo, porto al dito il suo anello, indosso il suo pallio, porto il pesantissimo pastorale carolino e ho ereditato la sua Chiesa – ricorda l’Arcivescovo -. Questa Chiesa che ha attraversato tante traversie, che è di fronte a sfide inedite, ma che continua a proseguire sulla via della santità. Una Chiesa di cui posso essere fiero, e contento del suo clero che, in questo tempo in cui siamo così spesso messi alla prova, fa emergere un senso di dedizione senza risparmio».



