Don Alessandro Maggioni è tra i partenti che riceveranno il mandato alla Veglia missionaria. Attualmente è in quarantena a Verona per il Covid, ma nei prossimi mesi si recherà in Camerun come “fidei donum”: «Dopo 19 anni di Messa avrò l’occasione di condividere la fede con una Chiesa più giovane»

di Cristina Conti

Don Alessandro Maggioni
Don Alessandro Maggioni

Andare in missione per imparare, ascoltare e condividere la propria fede. Don Alessandro Maggioni andrà come fidei donum nella diocesi di Garouà, nel nord del Camerun, un’oasi verde circondata dalla savana, dove già ci sono un altro fidei donum e altri due preti. «A gennaio mi è stata chiesta la disponibilità e ho accettato – racconta -. Sono molto contento di partire. Dopo diciannove anni di Messa fare questa esperienza mi permette di sperimentare qualcosa di nuovo. È un’opportunità per rimettermi in gioco, sotto diversi punti di vista, e l’ho accolta con molto entusiasmo. La richiesta di partire non è stata casuale, mi sono sempre occupato di missioni. Ma non me l’aspettavo proprio».

Sa ancora poco su quello che andrà a fare. E poi deve studiare bene il francese: «Non avevo chiesto di partire, perché ormai i miei genitori hanno una certa età – spiega -. Quando però ho detto loro che mi avevano dato questo incarico, anche in questa occasione sono stati un grande esempio e hanno accettato con gioia la cosa. Così sono partito per Verona, dove insieme ad altri preti mi sto preparando a vivere la missione e a fare chiarezza sulle intenzioni prima della partenza».

Il programma era quello di andare in Francia per un paio di mesi, per prendere dimestichezza con la lingua, e poi nel nuovo anno partire per l’Africa. Ma c’è la pandemia. In questi giorni don Alessandro è ancora a Verona, perché durante l’incontro un partecipante è stato trovato positivo. Così è stato costretto con gli altri a rispettare la quarantena. Qui in Europa i casi sono in aumento e crescono i divieti. Mentre in Africa la situazione è molto diversa: «Là il problema del virus non è sentito come qui. Dalle notizie che mi sono arrivate i problemi sono ben altri: la malaria fa molti più morti del Coronavirus e in quei territori se uno ha i soldi può curarsi, altrimenti deve farne a meno. Non ci sono vie di mezzo…».

Lasciare le proprie abitudini, il proprio Paese e i propri comfort per partire non è cosa facile. Spesso si parte senza conoscere tutto nel dettaglio: bisogna affidarsi alla Provvidenza: «Mi è capitato spesso di partecipare alla Veglia missionaria e ho sempre visto i preti che partivano con una certa stima, come una sorta di eroi. Adesso che tocca a me, non mi sento certo un eroe. Mi accorgo invece che partire è un’opportunità per imparare, ascoltare, condividere la fede con una Chiesa più giovane», aggiunge. Conoscere una cultura diversa, affrontare difficoltà, annunciare il Vangelo a persone che vivono in povertà. Essere prete in terra di missione è molto diverso: «La prima cosa da fare è quella di guardare, ascoltare, stare insieme a loro, vivere con loro la fede cristiana. Ho avuto molto tempo per prepararmi, pregare, pensarci».

 

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