Intervista a tutto campo con il celebre teologo e biblista domenicano, che parla del suo rapporto con il Santo Padre e sottolinea: «Il Pontefice spesso esprime il suo disgusto per l’idea secondo la quale i preti appartengono a una casta speciale, superiore al resto della gente. Tutte le istituzioni vengono infettate quando c’è una cultura del dominio e un potere insano»

di Annamaria BRACCINI

Timothy Radcliffe
Padre Timothy Radcliffe

È un teologo e biblista di fama mondiale e molti dei suoi scritti sono punto di riferimento per generazioni di sacerdoti e di laici su temi non solo di alto profilo accademico, ma anche di stretta attualità. Attento conoscitore del cambiamento in atto, padre Timothy Radcliffe, inglese di nascita – risiede presso la Comunità domenicana dell’Università di Oxford -, già Maestro generale dell’Ordine domenicano, di passaggio a Milano per una serie di conferenze, non poteva non affrontare il problema della libertà in relazione alle questioni più scottanti dell’oggi.

In un’epoca come quella contemporanea, segnata da populismi e fondamentalismi, come comunicare uno sguardo di speranza cristiana, «senza essere condannati all’irrilevanza», per usare una sua espressione?
Ho speranza perché credo che gli esseri umani siano fatti per la verità. Nelle Costituzioni di noi Domenicani si parla di propensio ad veritatem e nel Libro del Siracide è scritto che «egli ha messo nei loro cuori il pensiero dell’eternità». Nonostante che, in questo momento, molte persone siano attratte dal populismo e dal fondamentalismo, il fascino della verità più profonda rimane ed emergerà di nuovo, come i fiori in primavera, perché non può essere messo a tacere per sempre.

Di fronte alle critiche mosse al Papa dall’interno della Chiesa, l’arcivescovo Delpini ha lanciato lo slogan: «Noi vogliamo bene a papa Francesco». Qual è il suo rapporto con questo Papa così schietto e diretto?
Penso che papa Francesco sia un uomo meraviglioso. Ho avuto la grande possibilità di poterlo conoscere da vicino un paio di volte. Credo che già quando era Provinciale dei Gesuiti in Argentina abbia imparato la lezione più importante, ossia che non sappiamo da dove venga lo Spirito Santo o dove andrà, come dice Gesù nel Vangelo di Giovanni. Dobbiamo lasciare che lo Spirito ci sorprenda e dobbiamo smettere di controllare le nostre vite. Papa Francesco ha aperto la porta a uno Spirito imprevedibile: questo forse ci spaventa, ma ci rende anche liberi. Penso anche che dobbiamo avere compassione e cercare di aiutare quanti pensano che questa libertà del Papa sia allarmante.

Un tema trasversale – emerso sia in occasione del Sinodo sulla famiglia, sia nell’assise dedicata ai giovani – è quello della vita affettiva e relazionale nella Chiesa. Cosa potrebbe consigliare alle nostre comunità per sciogliere questo nodo ancora problematico, senza cadere nelle derive di un pansessualismo esasperato e mondano?
Per noi il centro di tutto è l’Eucaristia. Io credo che questo rappresenti un buon inizio per l’etica sessuale. Anche una coppia sposata può dire: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per te. È un regalo fatto con generosità, sull’esempio di Gesù, che è stato infinitamente generoso con noi con una certa vulnerabilità e anche con fedeltà, non avendo mai revocato mai tale dono. Ecco perché appartiene alla nostra dignità fare di noi stessi un dono per un’altra vita. Quindi, anche un buon matrimonio è eucaristico. Questa Eucaristia di auto-donazione di Gesù illumina ciascun aspetto della nostra vita affettiva, in modo particolare quando amiamo senza voler possedere, senza chiedere niente in cambio. Spesso pensiamo all’etica sessuale in termini di regole – e ciò è necessario, certamente, per aiutarci a crescere e a diventare adulti -, ma le regole non sono il modo per arrivare al significato profondo della nostra affettività.

Tenendo fermo il valore alto del celibato ecclesiastico e della castità, quali attenzioni vorrebbe indicare a sacerdoti, religiosi e religiose delle nostre Chiese?
Agli occhi della nostra società il celibato sembra una pazzia, ma credo che, se lo viviamo con generosità, può formarci come persone in grado di amare senza possedere. Molti commettono errori mentre si cerca lentamente di diventare persone che amano la castità, ma, se riusciamo a resistere, diventiamo capaci di una bellissima intimità. Il celibato ci forma a una profonda amicizia e, quando questo avviene, scopriamo una grande felicità e possiamo offrire un amore autentico e sicuro.

Il tema degli abusi all’interno del clero, a cui si collega anche quello dell’omosessualità, sta occupando il dibattito pubblico, talvolta in modo morboso e non corretto e oggettivo. Chiarito che l’abuso sessuale, come ci ha detto più volte papa Francesco, comporta tolleranza zero e va denunciato, come guardare con occhi evangelici a questa fatica che sta attraversando la Chiesa?
È molto importante distinguere tra omosessualità e abuso sessuale. La maggior parte degli abusi avvengono da parte di persone del sesso opposto. Credo che l’abuso sessuale riguardi spesso una situazione di ineguaglianza in fatto di potere. Se le persone trovano difficile avere relazioni improntate all’uguaglianza, può succedere che cerchino relazioni di dominio. Un sesso cattivo va di pari passo con un potere cattivo. Non sono un esperto in materia, ma penso che dobbiamo formare preti che amino avere relazioni di uguaglianza, dal momento che per noi tutte le persone sono uguali, in quanto figli e figlie di Dio. Papa Francesco spesso esprime il suo disgusto per il clericalismo, l’idea secondo la quale i preti appartengono a una casta speciale che è “a parte” e superiore rispetto al resto della gente. Questa specie di clericalismo è quella che, in particolare, porta all’abuso. L’abuso sessuale è cosa diffusa e infetta quasi tutte le istituzioni ogniqualvolta vi sia una cultura del dominio e un potere insano.

Lei ha conosciuto bene il cardinale Carlo Maria Martini e lo ha definito «un amico, un maestro, un uomo straordinario». Ha un ricordo personale che le è rimasto particolarmente impresso?  
Quando il cardinale Martini un giorno ricevette un premio – penso si trattasse del Premio Principe de Asturias -, diede un piccolo ricevimento per poche persone a Roma e io ebbi il grande privilegio di esservi invitato. Ricordo la sua gentilezza e il fatto che fosse dotato al contempo di umiltà e di forza, una rara combinazione nella stessa persona. Mi chiese di dire qualche parola alla fine della cena e io parlai della bellezza e dell’arte. Con mia grande sorpresa il tenore Pavarotti venne ad abbracciarmi. Posso dire di aver imparato molto dal cardinale Martini.

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