Celebrando la Messa per la Festa del Perdono nella chiesa dell’Annunciata al Policlinico (dove «si incontrano la carità e la scienza») l’Arcivescovo ha ammonito a non escludere il Signore né dalla vita pubblica, né dalle scelte private

di Annamaria Braccini

Festa del perdono

Nella Solennità dell’Annunciazione, come tradizione, il parroco della chiesa dell’Annunciata, interna al complesso della Ca’ Granda, presiede l’Eucaristia. Momento importante per la città, religioso e civile insieme, perché il 25 marzo di ogni anno dispari dal 1459 si celebra anche la Festa del perdono – negli anni pari, invece, è la volta della Festa del Duomo – e anche perché il parroco dell’Annunciata, fin dai tempi di san Carlo Borromeo, è l’Arcivescovo di Milano.

Alla presenza del presidente della Fondazione Irccs Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico Marco Giachetti, dei direttori e dei vertici dell’Ente, concelebrano il Vicario di Zona I monsignor Carlo Azzimonti, don Paolo Fontana (responsabile del Servizio per la Pastorale della salute) e don Marco Cianci (Pastorale universitaria), insieme ai cappellani ospedalieri, tra cui don Giuseppe Scalvini che porta il saluto iniziale.

L’omelia

L’Arcivescovo si dice onorato di essere in un luogo nel quale «si incontrano la carità e la scienza». La sua omelia si avvia dalle Letture del giorno, da quell’Acaz, re di Giuda, che si rifiuta di avere fiducia in Dio: «È come a dire che, con la politica, Dio non c’entra. L’atteggiamento di chi ha escluso Dio continua ad accompagnare la storia umana, come l’atteggiamento opposto di chi, nell’esercizio della vita politica e nell’attività economica, strumentalizza Dio per le proprie ambizioni e per imporre il suo potere, aprendo così la porta al calcolo meschino, all’arroganza e all’autoritarismo». E poi c’è chi tende a ridurre la religione a ciò che si fa nel tempio e alla devozione. Per loro «la religione è una bella cosa, le tradizioni sono una ricchezza irrinunciabile, ma non c’entrano con la vita: la religione va bene per l’infanzia, per le feste di famiglia, ma con la vita ordinaria, fuori dalla chiesa, Dio non c’entra», nota l’Arcivescovo.

Chiaro che siano due diversi modi di pensare, ma entrambi tesi a escludere il Signore «dalla vita pubblica e dalle scelte private. «Di fronte a questo, il Vangelo – con l’annuncio a Maria – rivela che Dio manda il suo angelo per entrare nella storia. L’annunciazione non è il racconto di un evento devoto che si svolge in un tempo e in uno spazio circoscritto. Maria che accoglie l’annuncio riconosce la sua vocazione dicendo ‘sì” a un Dio che non si lascia emarginare».

Un’emarginazione – oggi assai diffusa – che, al contrario, «nasce dal pregiudizio che Dio voglia limitare la libertà umana, che impedisca le scelte democratiche. Ma questa è una visione meschina di Dio. Noi guardiamo a Maria, come a tutta la storia della rivelazione di Dio in Gesù, e comprendiamo che Egli manda suo figlio per offrire a tutti gli uomini di essere salvati e di essere figli. Si rivela, in questo annuncio, un volto di Dio che si fa uomo e storia, che sollecita la libertà, che provoca alla responsabilità, invece di esonerare dalle scelte che ciascuno, con il proprio ruolo, deve operare. Cogliamo, così, il significato cristiano della vita che non è un fenomeno riducibile alle sue componenti materiali, ma una vocazione, dono di Dio che ci fa suoi alleati. Gli uomini e le donne diventano collaboratori di Dio».

E, ancora: «Le persone non sono numeri e materiale biologico, non si classificano in base a quanto possono pagare e contare. La dignità non dipende dal livello sociale o culturale, ma dal fatto che siamo chiamati a partecipare alla vita di Dio. In questo luogo, che è spazio di incontro tra cura della malattia e cultura, in un’istituzione che ha attraversato i secoli meritandosi la fama di eccellenza, siamo impegnati a custodire il rispetto delle persone e per noi stessi. Che nessuno pensi di essere solo un poco di chimica e di fisica che si combinano per leggi incomprensibili. Nessuna condizione fisica ed economica può strapparci la dignità di essere collaboratori di Dio per il quale ciascuno di noi è prezioso».

Il messaggio è evidente per chi si occupa della vita pubblica e del potere politico: «Non si tratta di settori sottratti al giudizio morale, ma di una responsabilità al servizio del popolo, della pace, della riconciliazione. Questo ospedale, che è stato così spesso al centro delle attenzioni dei signori e del popolo di Milano, può avere qualcosa da dire proprio sulla città che non è un semplice conglomerato di presenze casuali o una somma di servizi. Dio vuole che gli uomini che operano nelle Istituzioni sappiano che devono rendere conto a Dio nell’esercizio delle loro responsabilità, nel mettere le risorse a disposizione dell’uomo o per qualche altro interesse e finalità. Dio c’entra perché fa della vita quotidiana una vocazione e della storia umana un luogo in cui esercitare la propria responsabilità al servizio del bene di tutti».

Poi, conclusa la Messa, si inaugura, di fronte al ministro dell’Interno Matteo Salvini e alle massime autorità politiche locali, la grande mostra “I Tesori della Ca’ Granda”, percorso espositivo in cinque sale nelle quali sono esposti 23 ritratti di benefattori, dal 1600 al 1900, come spiega il presidente Giachetti, concorde nella soddisfazione per l’iniziativa con il governatore Attilio Fontana e il sindaco Giuseppe Sala, che ricorda i grandi benefattori, «ma anche quei 250 mila volontari che, nella città metropolitana, fanno, ogni giorno la loro parte».

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