L’Arcivescovo ha presieduto in Duomo una Celebrazione eucaristica per il secondo centenario di indipendenza del Perù, presenti molti fedeli originari del Paese sudamericano che vivono nel territorio della Diocesi

di Annamaria Braccini

Peruviani, Messa in Duomo

«Nella celebrazione del secondo centenario della liberazione del Perù, noi condividiamo la storia e la gloria, le speranza e i drammi di un popolo amico e preghiamo il Signore perché vengano i giorni per cantare non il lamento, non l’epica tragica e complicata, ma vengano i giorni per cantare solo la gioia e la pace».
Nel giorno in cui la comunità peruviana in festa ricorda, appunto, i 200 anni di indipendenza – la ricorrenza esatta sarà il 28 luglio -, l’Arcivescovo si rivolge con queste parole ai molti fedeli che partecipano, in Cattedrale, all’Eucaristia da lui presieduta e concelebrata dal responsabile della Pastorale per i Migranti, don Alberto Vitali. Nelle prime file siedono le autorità civili e militari, tra cui il console generale del Paese sudamericano a Milano, Felix Ricardo Denegri Boza, il presidente del Consiglio comunale, Lamberto Bertolé in rappresentanza del sindaco di cui indossa la fascia tricolore, Alan Rizzi, sottosegretario di Regione Lombardia per i Rapporti internazionali e Fabio Pizzul per il Consiglio regionale.
«Di una comunità laboriosa, integrata, che aiuta il prossimo», parla, poco prima dell’inizio della Messa, il console riferendosi ai peruviani – una delle 5 etnie più numerose a Milano – che l’Arcivescovo, a sua volta, saluta dicendo: «Questa chiesa non è la chiesa dei milanesi, ma di tutti i cristiani che abitano questa terra. Sono contento che questo evento importante sia celebrato qui. Tutti i Santi che sono rappresentati dentro e sulle guglie del Duomo vengono da ogni parte del Cristianesimo antico e moderno e dicono che questa è la casa di tutti». Quella che si colora delle coccarde bianche e rosse (i colori della bandiera del Perù creata da José de San Martín, l’artefice della liberazione del Paese) portate con orgoglio dai presenti ai quali il vescovo Mario offre un’omelia che si fa «cantico per il Perù, come un magnificat». Magnificat le cui parole erano appena risuonate nel Vangelo di Luca letto dal diacono permanente, Felix Juarez, anch’egli di origine peruviana.
«In Perù canta la sierra, cantano le montagne, altissime, bellissime, spietate. Canta la selva, cantano gli alberi e i fiumi, l’immenso dono delle acque, canta la costa e il deserto nella polvere e nel vento, cantano le onde dell’oceano In Perù canta anche la terra, immenso giacimento di ricchezze, di promesse e di maledizioni».
Il pensiero va al passato mitico di civiltà antiche e misteriose – con i loro «geroglifici indecifrabili scritti nel deserto di Nazca e i monumenti immobili» – e alle gloriose imprese di liberazione del generale San Martín e di Simon Bolivar con «un sogno di libertà e di pace, troppo grande, troppo tragico, troppo tribolato».
«Cantate in Perù, popoli mescolati e multicolori, lingue antiche e suoni di ogni Paese. Cantano gli italiani del Perù e i peruviani in Italia, operosi protagonisti della storia moderna e della solidarietà».
Ma, naturalmente, non si possono dimenticare le tante ingiustizie che attraversano la Nazione e l’intera zona sudamericana. «Il canto dei poveri – scandisce, infatti, l’Arcivescovo – è come un pianto, come un lamento: nel paese della natura esagerata e delle ricchezze infinite, i poveri sono troppo poveri ed elevano il loro lamento, i violenti sono troppo violenti e strappano grida troppo strazianti e il pianto del popolo si mescola con il pianto di Dio».
Un pianto a cui il vescovo Mario dà voce con una preghiera recitata in spagnolo, prima di concludere l’omelia in riferimento ai Santi peruviani. «i primi della terra d’America che cantano l’umiltà e l’amore, lo zelo instancabile e l’umile pazienza del quotidiano; cantano Rosa da Lima, e Martin de Porres, Turibio de Mongrovejo e Francesco Solano. Cantano la santità che accompagna El Señor de los Milagros che vince i terremoti e le distanze e raduna le folle per cantare nella comunione dei Santi». Significativo, a tale proposito, che proprio la Confraternita del Señor de los Milagros sia stata la prima straniera riconosciuta in Diocesi.
Infine, a conclusione della mattinata, l’Arcivescovo – presso la splendida Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale – ha partecipato, con il console generale e il presidente Bertolé, a una breve cerimonia nella quale hanno preso la parola i rappresentanti di associazioni peruviane attive sul territorio in diversi campi di intervento. Esperienze di volontariato, integrazione e impegno religioso, sociale e civile di fronte al cui racconto, l’Arcivescovo conclude: «Desidero esprimere il mio apprezzamento per la comunità peruviana che partecipa alla parrocchia di Santo Stefano e per quelle presenti in Diocesi. Nella Chiesa nessuno è straniero e tutti sono a casa loro. Dunque, siate i benvenuti, portate i vostri canti, la vostra gioia, le vostre lacrime e confidate nell’intercessione dei vostri Santi».
«Credo – sottolinea, da parte sua, Bertolé – che da questi interventi si comprenda bene come Milano oggi sia una città più ricca dal punto di vista sociale e culturale grazie al vostro contributo. Occorre un’alleanza forte nel riconoscimento reciproco dei nostri bisogni, soprattutto considerando le seconde generazioni e il ritardo che abbiamo nel dare a tutti la giusta rappresentanza».

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