A pochi giorni dall'approvazione del nuovo Direttorio diocesano, il significato delle esequie secondo don Roberto Viganò, responsabile della Comunità pastorale Maria Madre della Misericordia e decano del Decanato Zara a Milano

di Annamaria BRACCINI

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«Il momento delle esequie è ancora molto sentito, anche in una Comunità come la nostra che vive nel cuore della grande città»: a dirlo è don Roberto Viganò, responsabile della Comunità pastorale Maria Madre della Misericordia e decano del Decanato Zara a Milano.

Il nuovo Direttorio delle Esequie sottolinea proprio l’aspetto dell’evangelizzazione. Ciò è sentito dai parroci e da chi è impegnato quotidianamente nella vita pastorale?
Certamente. È un’occasione di incontro con famiglie che stanno vivendo in situazione di particolare sofferenza, e quindi c’è la possibilità di un accostamento diverso dall’ordinario, di una preghiera comune, per esempio, con la recita del Rosario in casa o in chiesa. Dobbiamo tenere presente che il 90% non frequenta abitualmente la parrocchia; però nel momento del dolore, c’è un avvicinamento, legato forse a consuetudini e tradizioni e che non sono indubbiamente da sottovalutare.

Nel documento si affronta il tema della richiesta sempre più frequente di cremazione. Com’è la sua esperienza?
Nella nostra Comunità più del 60% delle persone chiede la cremazione, ma penso che non sia un fatto di opposizione alla Chiesa o alle verità cristiane, quanto piuttosto il tentare di risolvere alcuni problemi assai concreti. Molti vivono soli a Milano e, non avendo la possibilità di una sistemazione definitiva, vedono nella cremazione una soluzione congrua a questa situazione, non sapendo come fare o non volendo lasciare incombenze future ai parenti.

Questo implica la questione delle ceneri. La gente è consapevole che devono essere conservate in luoghi, per chi crede, riconoscibili dalla comunità cristiana?
Su tale aspetto ritengo che non vi sia piena consapevolezza perché, anche nella mia Comunità, spesso i parenti le portano e le conservano in casa, magari provvisoriamente o addirittura in modo stabile. Noi cerchiamo sempre di sollecitare la decisione a seppellire le ceneri in cimitero. Ora abbiamo appreso che ci sarà anche la possibilità delle cosiddette “chiese cimiteriali”: è un’occasione bella.

Molto spesso, ormai, si muore in ospedale e, prima del funerale cristiano, passa qualche giorno. In questo tempo, avere luoghi nei quali trovarsi per pregare è importante?
È cruciale, specie in una città come Milano, perché le case spesso sono piccole e non c’è la possibilità, com’era abitudine qualche tempo fa, di riunirsi intorno al corpo del congiunto nel proprio appartamento, per cui o lo si lascia nella camera mortuaria dell’ospedale, oppure nelle nuove strutture sorte a tale scopo. Generalmente ai sacerdoti viene chiesto di essere disponibili ad andare anche solo per una preghiera nelle camere mortuarie, come pure in questi nuovi centri di accoglienza dei defunti. La preghiera è fondamentale, tuttavia mi pare opportuno che il funerale si celebri presso la chiesa di appartenenza, dove una persona è vissuta e cresciuta.

 

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