Nella Basilica di Sant’Ambrogio l'ordinazione episcopale alla presenza del cardinale Scola, con 23 Vescovi concelebranti (molti provenienti dal Piemonte) e decine di sacerdoti. Monsignor Delpini, che ha presieduto, ha sottolineato il ruolo del Pastore capace di edificare la Comunità

di Annamaria Braccini

ordinazione episcopale luigi testore (H)

«Sono grato al Signore, al Papa e a questa Chiesa ambrosiana, in cui sono cresciuto e sono diventato prete, ai suoi Arcivescovi, dal cardinale Colombo a monsignor Delpini, ma mi sento ormai di appartenere per intero alla Chiesa di Acqui». Sono questi i sentimenti – uniti, e non potrebbe essere altrimenti, a una non confessata, ma evidente emozione – a cui dà voce monsignor Luigi Testore, che viene ordinato Vescovo in un’affollata Basilica di Sant’Ambrogio.

Alla presenza del cardinale Scola, la celebrazione – presieduta dall’Arcivescovo che conferisce l’Ordinazione – vede moltissimi concelebranti, con più di 20 altri Vescovi, tra cui tutti gli ausiliari di Milano, il Vescovo emerito di Acqui monsignor Piergiorgio Micchiardi e molti appartenenti alla Conferenza episcopale del Piemonte. Conconsacranti sono gli ambrosiani monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli, alla guida della Diocesi di Gorizia, e monsignor Erminio De Scalzi, ausiliare di Milano, entrambi amici di lunga data del neo Vescovo. Non mancano i Vicari di Settore e di Zona, i Canonici del Capitolo del Duomo e di Sant’Ambrogio, decine di sacerdoti diocesani e quelli provenienti della Curia aquense, questi ultimi alle spalle di monsignor Testore fino alla consacrazione. Presenti anche oltre quindici sindaci, tra cui, in prima fila, l’assessore Marco Granelli in rappresentanza del sindaco di Milano Sala, vicino al prefetto di Milano Luciana Lamorgese e al sindaco di Acqui Terme Lorenzo Lucchini, oltre ai rappresentanti di altri 14 Comuni, da Saronno (dove Testore è cresciuto) alle realtà su cui insiste la Diocesi acquense. E poi, naturalmente, tanta gente giunta dal Piemonte, ma anche dalla Comunità pastorale Beato Paolo VI, comprendente la chiesa di San Marco che ha visto Testore primo parroco e poi responsabile della Comunità. Molti anche gli scouts, di tutte le età, appartenenti ai Gruppi Milano 1 e 45 con cui egli si è sempre impegnato.

Dopo i tradizionali 12 Kyrie, peculiari delle grandi e solenni celebrazioni, il saluto è portato dall’abate della Basilica, monsignor Carlo Faccendni, che sottolinea: «Vi do il benvenuto in questa chiesa che i milanesi considerano casa e cuore della loro fede. Un benvenuto speciale a don Luigi che, nel suo motto episcopale, si rivede nella figura di Matteo (Surgens secutus est eum, ndr). Per sostenere un poco il suo coraggio prendo a prestito le parole di papa Francesco quando dice che il buon pastore deve vegliare sul gregge per tenerlo nell’orizzonte del Vangelo. Sono sicuro che lo saprà fare».

Parole che diventano ancora più incisive, dopo la presentazione dell’eletto, nell’omelia del vescovo Mario: «La religione delle chiacchiere, delle parole vuote, delle parole cattive, delle mormorazioni, che insinuano sospetti e seminano discredito, delle lamentele deprimenti che diffondono scontento, delle domande che non vogliono ascoltare le risposte, non è quella dei discepoli del Signore Gesù. La religione degli orpelli non è quella che noi pratichiamo, dei doni offerti per esibire il donatore piuttosto che per onorare il destinatario, delle devozioni arbitrarie praticate per affermare l’originalità di chi le inventa, invece che per aiutare la preghiera sincera dei credenti; la religione che ingombra il tempio di cianfrusaglie come se non sopportasse la semplicità e la sobrietà, non è quella dei discepoli del Signore. La religione delle paure, non è la religione che siamo chiamati a vivere: quella delle pratiche desiderate come rassicuranti per placare un Dio che potrebbe arrabbiarsi, delle causalità arbitrarie che interpretano il soffrire come un castigo. La religione dei mercanti, degli esaltati, dei privilegiati, delle nostalgie, non sono forme autorizzate per i discepoli». Troppa la desolazione che queste presunte religioni non vedono di fronte ai «cuori spezzati, nell’oppressione degli schiavi, nell’abbruttimento dei prigionieri. La noia dei giorni, le lacrime degli afflitti invocano Dio, lo interrogano, lo commuovono: perciò gli sono venuti a noia gli olocausti e i sacrifici, perciò non può sopportare le chiacchiere e gli orpelli, i mercanti e gli esaltati».

Il riferimento è, allora, alla chiamata del pubblicano, divenuto il discepolo Matteo, scelto da monsignor Testore come brano evangelico prediletto e fonte del suo motto: «Cristo vede l’uomo seduto, l’uomo rassegnato e condannato alla ripetizione del suo mestiere come un’etichetta frustrante. Un pubblicano: ma Gesù va più in profondità e vede il suo desiderio o, forse, il suo sogno di alzarsi in piedi, di essere libero e felice». Come 2000 anni fa, il compito dei discepoli non cambia: «Noi dovremo, dunque, essere voce, visitare le case di pubblicani e dei peccatori, per dire che c’è un medico per i malati, un perdono per i peccatori, un invito alla festa per gli afflitti». Il pensiero è tutto per l’amico: «La mia conoscenza di don Luigi, che risale al Seminario, l’amicizia con lui che è continuata in questi anni di ministero condiviso, mi danno la persuasione che sarà un servo fedele della Chiesa che Gesù vuole. Con la sua sobrietà e laboriosità, con la sua sincerità e discrezione continuerà ad annunciare che la nostra vita di fede non sopporta la religione delle chiacchiere e degli orpelli, delle paure e della mondanità. E continuerà a essere voce che chiama, presenza che consola, dedizione che edifica quella comunità capace di rivolgere, sulla desolazione della storia, lo sguardo misericordioso di Dio».

Poi i gesti suggestivi e antichi della liturgia di ordinazione episcopale: gli impegni dell’eletto, le Litanie dei Santi – con il futuro Pastore di Acqui prostrato a terra in altare maggiore e gli altri in ginocchio -, l’imposizione delle mani dell’Arcivescovo e di tutti i Vescovi nel silenzio, la preghiera di ordinazione; l’unzione crismale e la consegna del Libro dei Vangeli, dell’anello, della mitra e del Pastorale, fino all’applauso che porta all’insediamento e all’abbraccio di pace.

Infine, prima della festa che lo circonda, nei chiostri della basilica, sono le prime parole da Vescovo del neo eletto a dare il senso di un grande momento di fede condivisa. «Desidero esprimere riconoscenza al Signore per le grazie che hanno accompagnato la mia vita, dal battesimo che ho ricevuto proprio nella Diocesi dove ora sono chiamato nel servizio episcopale», spiega monsignor Testore, nato infatti a Castigliole d’Asti il 30 aprile 1952. Il richiamo è anche al debito verso la Chiesa milanese e i suoi Vescovi «a cui devo moltissimo, essendo divenuto sacerdote ambrosiano l’11 giugno 1977, in Duomo, ordinato dal cardinale Colombo» e per i molti importanti incarichi ricoperti in Diocesi. Tuttavia, conclude, «il mio pensiero è per la bella comunità ecclesiale a cui sono chiamato e alla quale mi sento già di appartenere per intero».

L’appuntamento per tutti è per l’11 marzo, quando nella Cattedrale acquense di Nostra Signora Assunta, monsignor Testore farà il suo ingresso solenne nella sua nuova Diocesi.

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