A Villa Cagnola presentato il volume dedicato al segretario di Giovanni Battista Montini- Paolo VI, curato da monsignor Adriano Caprioli e Luciano Vaccaro. Da diversi punti di osservazione l’analisi di una complessa personalità

di Annamaria BRACCINI

A quasi 11 anni dalla morte (5 aprile 2006), nella amata Villa Cagnola di Gazzada, per cui spese tante energie, si presenta l’interessante e bel volume Monsignor Pasquale Macchi. Per una biografia spirituale. Oltre 300 pagine edite da Morcelliana per la Collana “I Quaderni della Gazzada” (n.33) della Fondazione Ambrosiana Paolo VI e Istituto Superiore di Studi Religiosi, curate da monsignor Adriano Caprioli e Luciano Vaccaro (già segretario della Fondazione).

Molti coloro i quali non hanno voluto mancare all’appuntamento – tra gli altri, i vescovi De Scalzi, Delpini e Merisi, il vicario episcopale monsignor Bressan, l’arciprete della Cattedrale monsignor Borgonovo -, e tante sono le voci prestigiose presenti nel saggio: il vescovo Luigi Stucchi che firma la prefazione, i cardinali Tettamanzi e Nicora, le Romite ambrosiane, Macchi stesso con la “Commemorazione di Paolo VI” e il “Testamento”, i suoi familiari, storici e intellettuali impegnati da diverse discipline ad approfondire la storia della Chiesa universale e di quella ambrosiana.

Un lavoro corale, insomma, che intreccia sentimenti di affetto, discepolanza, rigore storico, ricordi personali dei tanti collaboratori e amici personali di monsignor Macchi. Come monsignor Stucchi, che – dopo il saluto iniziale del direttore di Villa Cagnola, monsignor Eros Monti – richiama il senso di un sodalizio umano e presbiterale ancora vivissimo nella sua memoria: «Villa Cagnola stasera ferma lo sguardo su un volto, vuole capire in profondità per carpire il tesoro segreto di una storia umana e sacerdotale come quella di monsignor Macchi, non facile da decifrare, ma di cui siamo tutti debitori. Villa Cagnola non potrebbe svolgere il suo compito formativo se don Pasquale non fosse stato dentro questa storia con il bene che ne è venuto e che, tuttora, ne viene: Un bene che incide sul territorio della Diocesi, del Paese, dell’Europa, affrontando sfide che sono mondiali». L’auspicio di monsignor Stucchi è che si continui a studiare la figura di Macchi, magari attraverso una pubblicazione dedicata alla sua instancabile, ma discreta missione caritativa.

Parole cui fa eco monsignor Caprioli – già vescovo di Reggio Emilia- Guastalla, per 15 anni direttore di Villa Cagnola e presidente della Fondazione Ambrosiana Paolo VI -, autore della presentazione del volume, che spiega: «Anche i libri sono chiamati a essere vivi e questo è un libro vivo». Una biografia volutamente spirituale, cui Caprioli accenna, indicando cinque punti specifici del profilo di monsignor Macchi: «La sua cristiana inquietudine che lo faceva diventare esigente con se stesso e con gli altri; la profonda spiritualità cristocentrica, appresa alla grande Scuola francese (la sua tesi di laurea fu sul problema del male in Georges Bernanos), attraverso l’insegnamento di monsignor Giovanni Colombo, allora rettore del Seminario e poi divenuto arcivescovo di Milano. E, ancora, una inseparabile spiritualità mariana, testimoniata dall’amore per il Sacro Monte; l’amore per la Chiesa e la benevolenza assidua verso Villa Cagnola».

«Una biografia spirituale significa studio anche delle virtù, delle scelte, non solo il soffermarsi su episodi dell’esistenza. Occorrono libri di testimoni, perché questo ancora ascolta la gente», aggiunge monsignor Caprioli, in evidente e continuo riferimento a Paolo VI, di cui Macchi fu fedelissimo segretario dai tempi dell’episcopato milanese fino al papato. Chiaro, allora, il parallelismo che emerge dalla ricerca nel volume appena edito e la storia che legò Montini e Macchi anche oltre il termine della vita terrena del primo, quando il secondo divenne negli anni cultore della memoria dell’amatissimo Pontefice e maestro. Tanto che si può pensare a Macchi come «primo biografo spirituale di Montini», conclude monsignor Caprioli, identificando alcuni tratti specifici macchiani, come la capacità di coniugare un’indole contemplativa e concretissima attività di prossimità: «Era lui che si faceva carico della carità dell’Arcivescovo e del Papa, rispondendo a migliaia di lettere, provvedendo, ascoltando». Un “farsi prossimo” realizzato «elevando lo sguardo degli emarginati, “facendo bene il bene”», costruendo una carità che si fa cultura con l’ausilio delle amate arti.

«La “barca della Chiesa” è un’immagine che anche monsignor Macchi amava – dice Giselda Adornato, storica e biografa di Montini che lega santità montiniana e personalità macchiana -. Nella sua testimonianza al Processo Paolo VI era il “nocchiero fermo e sicuro”, che ha saputo tenere la rotta: non per esaltare una Chiesa pacificamente trionfante, ma per guidare, con passione, coraggio, amore e prudenza, una Chiesa vicina agli uomini, in un mondo in continua trasformazione, ma mai abbandonato dal vento dello Spirito. Parlare della santità di Paolo VI non è qualcosa di dissonante rispetto alla parabola della vita di monsignor Macchi: al contrario, ne è parte integrante e sostanziale».  

 

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