Nella tradizionale e sentitissima festa della vigilia dell’Epifania, l’Arcivescovo, ha presieduto l’Eucaristia, presso la chiesa di San Bartolomeo che conserva le reliquie dei Magi. Durante la Messa annunciata anche la data della Pasqua che sarà il 1 aprile 2018

di Annamaria Braccini

delpini epifania brugherio-AC

Nella grande chiesa di San Bartolomeo, cuore di Brugherio, la Celebrazione iniziata con la processione dei figuranti in costume che interpretano i Magi e l’omaggio presso le reliquie dei tre sapienti di Oriente è, come sempre – ancora di più in questa Eucaristia vigilare dell’Epifania 2018 presieduta dall’Arcivescovo –, il simbolo della devozione di una terra dalle profonde radici cristiane e, insieme, il segno di una Comunità pastorale che cammina anch’essa seguendo la stella che illumina. Comunità, popolo di Dio che si affolla per la festa sentitissima tanto che alla CP avviatasi il 1 settembre 2009 e che riunisce le 4 parrocchie cittadine, per volere unanime dei brugheresi, è stato dato il nome di “Epifania del Signore”. Quel 6 gennaio alla cui Vigilia, la Messa è, dunque, particolarmente solenne, come ha testimoniato, per limitarsi solo agli ultimi anni, la presenza dei cardinali Tettamanzi, Scola, Coccopalmerio e, adesso, di monsignor Delpini.Tutti, insomma, intorno alle venerate reliquie che la tradizione fa risalire addirittura ad epoca santambrosiana, quando il santo vescovo Ambrogio le donò alla sorella Marcellina, la quale, a sua volta, conservò i tre piccoli frammenti ossei nella villa sita tra Brugherio e Carugate, divenuta in seguito monastero. Attestata, invece, l’esistenza delle reliquie in San Bartolomeo fin dal 1500, conservate, dal primo decennio del ‘600, in un prezioso reliquiario argenteo rappresentante le piccole figure dei Magi, i tre “ometti”, definiti in dialetto, “umitt”. Teca che, al termine della Messa, viene posta sull’altare maggiore per il rito, appunto, di «baciare gli umitt».

«Siamo contenti della sua presenza», dice nel suo saluto di benvenuto al Vescovo, il responsabile della Comunità pastorale, don Vittorino Zoia, cui sono accanto, come concelebranti, il vicario di Zona V-Monza, monsignor Patrizio Garascia e i sacerdoti di Brugherio. Nelle prime file siedono il sindaco, Marco Troiano, autorità civili e militari, i rappresentanti della società civile, delle Associazioni e del volontariato.

«I Magi, oggi più che mai, ci ricordano che il Dio bambino è nato per abbattere i muri ed è morto per radunare i suoi figli dispersi», aggiunge don Zoia, il cui pensiero va al Sinodo minore “Chiesa dalle genti” che inizierà ufficialmente il 14 gennaio prossimo, Giornata del Migrante e del Rifugiato. «Le offerte che raccoglieremo stasera andranno alle Missionarie Scalabriniane operanti ad Agrigento con i minori che arrivano non accompagnati. Che questa stella illumini il nostro cammino di Chiesa e di città».

La riflessione dell’Arcivescovo

«Il viaggio ha uno scopo, non si vaga sulla terra per occupare il tempo: il desiderio è orientato a un compimento, la ricerca intesa a giungere a un fine. I Magi hanno lo scopo, infatti, adorare il Bambino. I sapienti di Oriente non sono venuti a cercare una verifica per le loro ipotesi, non per fare un’esperienza, per provare un’emozione o per fare affari, vendere e comprare. Non sono venuti per contestare il potere di Erode o per seminare sconcerto nella città Santa, spinti da una necessità, in fuga da un Paese troppo tribolato o povero. Sono venuti per adorare Gesù», nota, in apertura della sua omelia, monsignor Delpini.

Eppure – come è facile intuire dal Vangelo di Matteo al capitolo 2, appena proclamato – questo avere una scopo nella vita, segna un turbamento nella gente e nei potenti del tempo: «Invece che rallegrarsi, la città sembra che non sopporti i Magi e li rimprovera quali seminatori di inquietudini, perché disturbano con le loro domande e il desiderio di adorare Dio».

Così è l’Arcivescovo che dà voce a quegli uomini di 2000 anni fa, non certo contenti della nascita del Bambino e che tanto ci assomigliano quando, con molta probabilità, avranno detto ai Magi: «Andate via voi contestatori del potere costituito, la nostra sicurezza è re Erode il grande: preferiamo vantarci di un re potente e opprimente. Andate via voi, contestatori del tiranno, che parlate di un altro modo di esercitare il potere, di riconoscere la regalità di un Bambino nato da poveracci in un insignificante villaggio della Giudea. Andate via, maestri sconcertanti di una sapienza umile: la nostra sapienza è diventata scienza e potenza, capacità di manipolare il cielo e la terra, esplorazione della capacità di costruire profitti».

Da qui l’indicazione che si fa monito: «Nell’adorazione del Bambino c’è un compimento e se vogliamo guardare ai Magi come a modelli, a patroni che ci incoraggiano, potremmo convincerci che lo scopo della vita è adorare Gesù. Dove conduce tutta la scienza, la sapienza, la cultura se non nell’inchinarsi al mistero della presenza di Dio nella carne del Figlio dell’uomo?».

Una sfida per l’oggi nel quale la scienza degli uomini razionali – che siamo noi – e il pensiero moderno sembrano non ammettere il mistero.

Invece, è proprio nell’offerta gratuita dei doni preziosi che la testimonianza dei Magi condanna l’utilizzo commerciale delle ricchezze che sembra sia raccomandato dal nostro tempo: «usare le ricchezze per generare altra ricchezza, mentre tutta la ricchezza serve solo per rendere culto a Dio, è un dono per assistere il povero, per condividere con chi non ha».

Poi, ancora un ultimo affondo: «Dove porta tutta l’attività e l’intraprendenza umana, la capacità di fare cose e progettare iniziative? I Magi, dichiarando che il fare si compie nell’adorare, l’essere attivi nella pace e che l’intraprendenza deve introdurre dalla contemplazione» contestano l’idea «che il fare sia per possedere, per contare, per imporsi sugli altri. A questo ci richiamano i sapienti di Oriente, a quale sia lo scopo della nostra vita, il risultato del nostro fare e della nostra sapienza».

E, alla fine, dopo le tante foto (anche con un gruppo di coscritti dell’Arcivescovo, nati nel 1951), il saluto dei giovani dell’intera Brugherio sul sagrato, con un grande “chaire” – “rallegrati”, come peraltro ha chiesto lo stesso Delpini ai ragazzi di tutta la Diocesi – scritto con il pane che, poi, diventa festa a base dello stesso pane e di nutella.

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi