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Celebrazione

Delpini al Monumentale: «La storia è una storia di salvezza, non di chiacchiere e numeri»

Nella Messa per i defunti, l’Arcivescovo invita a guardare alla vita e alla morte con gli occhi della fede, oltre le banalità della cronaca e delle statistiche. La memoria dei propri cari diventa così occasione per riscoprire la responsabilità di amare e guardare con fiducia al futuro

di Annamaria BRACCINI

1 Novembre 2026
Messa per i defunti al cimitero Monumentale con l'arcivescovo Delpini.

«Essere qui a ricordare i nostri cari defunti ci dice che la città è composta dal suo presente e dal suo passato – da noi con le nostre precarietà e responsabilità e da coloro che ci hanno preceduto -, e che sentiamo che la misericordia del Signore ci riunisce tutti e ci permette di guardare con fiducia al futuro». 

All’aperto, quasi vegliati dall’imponente e storica struttura del Famedio, all’ingresso del cimitero Monumentale, l’Arcivescovo presiede la tradizionale celebrazione per i defunti e, appunto, ne richiama subito la memoria grata che induce a riflettere sul nostro presente con le sue tante parole vuote e le pretese di trasformare l’umanità in una statistica.

La storia delle chiacchiere e dei numeri

«C’è la storia delle chiacchiere, i racconti banali, la risonanza dei clamori della cronaca», scandisce infatti l’Arcivescovo davanti ai molti fedeli presenti – tra cui l’assessore Marco Granelli, con la fascia tricolore in rappresentanza del sindaco Sala e la direttrice del Monumentale, Giovanna Colace – nell’omelia della Messa concelebrata da alcuni frati Francescani Minori del vicino convento di Sant’Antonio, cappellani e affidatari del cimitero.

Messa per i defunti al cimitero Monumentale con l'arcivescovo Delpini.
Messa per i defunti al cimitero Monumentale con l’arcivescovo Delpini. Foto Andrea Cherchi

«C’è la storia delle notizie false costruite per impressionare, per screditare, per convincere a schierarsi da una parte. C’è la passione e l’ossessione per le notizie tragiche ridotte a titoli di agenzia che danno un’immagine della vita adatta ai curiosi, a quelli che parlano di tutto e non sanno niente. La storia delle chiacchiere appiccica etichette, squalifica persone, scredita le istituzioni. Ne viene l’impressione di una umanità stupida, volgare, banale, cattiva».

E c’è, continua l’Arcivescovo, «la storia delle analisi che raccoglie dati, opinioni, produce statistiche, che si ritiene indiscutibile perché si attribuisce un titolo che la rende inappellabile: essere “scientifica”»

«La storia scritta dagli analisti è fatta per ridurre le persone a numeri e aggregati e convoca anche dei sapientoni che hanno più interesse ad apparire e a farsi notare che a capire e far capire. Le analisi scientifiche danno l’immagine di una statistica, di dati che fanno una media, di un’uniformità fatta di calcoli e di numeri, in cui la storia delle persone risulta insignificante».

La storia della salvezza

Ma poi c’è il racconto «per cui siamo qui convocati: quello della salvezza», sottolinea monsignor Delpini. «Chi legge la storia con lo sguardo ispirato dalla Parola di Dio riconosce che è una storia di salvezza: questo significa che si vive e si cerca di interpretare tutto ciò che avviene con la persuasione che la vittoria appartiene al Signore».

Da sinistra: l'assessore Granelli e la direttrice del Monumentale Colace. Foto Andrea Cherchi
Da sinistra: l’assessore Granelli e la direttrice del Monumentale Colace. Foto Andrea Cherchi

Come scrive Paolo nella Lettera ai Romani, appena proclamata nella liturgia della Parola che il vescovo Mario cita, «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?».

«La vittoria appartiene al Signore, perciò chi appartiene al Signore può dire: noi siamo più che vincitori, non per un’immagine trionfalistica, una specie di rivincita o di vendetta, ma perché siamo in comunione con Gesù che ha vinto la morte mostrando che tutta la cattiveria del mondo può essere visitata dall’amore di Dio e ogni sofferenza consolata dalla misericordia. Il Signore dà senso alla storia che non è un procedere senza significato. Il senso è la vocazione all’amore, la responsabilità di amare, costruendo dei rapporti in cui ciascuno sente di avere dei talenti da mettere al servizio del bene di tutti. Il Signore raggiunge tutte le situazioni e semina una promessa di gioia».

Scegliere la propria storia  

Per questo, conclude l’Arcivescovo, «visitando le tombe dei nostri cari siamo chiamati a scegliere: saremo autori della storia delle chiacchiere che riduce la vita e la morte a una curiosità e a una banalità; scrittori di una storia dei numeri che riduce le persone un’analitica e serve solo a fare medie e somme? O saremo capaci di vivere la nostra storia come storia di amore e di una gioia che visita ogni situazione?».

Messa per i defunti al cimitero Monumentale con l'arcivescovo Delpini.
Messa per i defunti al cimitero Monumentale, Delpini visita il Famedio. Foto Andrea Cherchi

Al termine della celebrazione, il vescovo Mario lascia una lampada nella cappella del Monumentale e, accendendola sull’altare, pronuncia una sua preghiera composta per l’occasione. «Piccola fiamma, lampada del cimitero, insegnami a vivere e a pregare, cioè a consumare i giorni regalando luce, portando a termine la mia vocazione. Piccola lampada, nelle tenebre della vita e della morte illumina il cammino dei vivi e dei morti che amo; custodisci ancora un poco l’olio che ti alimenta e insegnami a essere vigile e pronto all’ascolto della tua Parola che mi chiama alla gioia e alla pace insieme a tutti i miei cari».  

Infine, l’ingresso nel Famedio per rendere un breve omaggio ai cittadini milanesi illustri i cui nomi sono stati incisi negli ultimi mesi nelle grandi targhe marmoree che segnano la lunga e gloriosa stoia della città.

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