«L’aggressività, la violenza e la guerra sono sempre una sconfitta per l’umanità». Lo sottolinea il Papa, che nella lettera La vita in abbondanza sul valore dello sport (qui il testo integrale) – diffusa in occasione dei XXV Giochi Olimpici Invernali e dei XIV Giochi Paralimpici, di Milano Cortina – rilancia lo strumento della tregua olimpica come veicolo di pace.
«La tregua olimpica è stata riproposta in tempi recenti dal Comitato olimpico internazionale e dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite – ricorda Leone XIV -. In un mondo assetato di pace, abbiamo bisogno di strumenti che pongano fine alla prevaricazione, all’esibizione della forza e all’indifferenza per il diritto. Incoraggio vivamente tutte le nazioni, in occasione dei prossimi Giochi Olimpici e Paralimpici invernali, a riscoprire e a rispettare questo strumento di speranza che è la tregua olimpica, simbolo e profezia di un mondo riconciliato», l’appello del Papa.
Nell’antica Grecia, scrive il Pontefice, la tregua olimpica «era un accordo volto a sospendere le ostilità prima, durante e dopo i Giochi Olimpici, affinché atleti e spettatori potessero viaggiare liberamente e le competizioni svolgersi senza interruzioni». La guerra, al contrario, «nasce da una radicalizzazione del disaccordo e dal rifiuto di cooperare gli uni con gli altri»: «L’avversario è allora considerato un nemico mortale, da isolare e possibilmente da eliminare. Le tragiche evidenze di questa cultura di morte sono sotto i nostri occhi – vite spezzate, sogni infranti, traumi dei sopravvissuti, città distrutte – come se la convivenza umana fosse superficialmente ridotta allo scenario di un videogioco».
«La persona sempre al centro»
«La persona, secondo la visione cristiana, deve rimanere sempre al centro dello sport in tutte le sue espressioni, anche in quelle di eccellenza agonistica e professionale». Così il Papa riassume il valore dello sport nella dottrina cristiana, tracciandone un ampio excursus da San Paolo fino ai nostri giorni, citando figure come San Tommaso d’Aquino e l’opera dei «grandi educatori», da San Filippo Neri a San Giovanni Bosco, il quale «attraverso la promozione degli oratori, stabilì un ponte privilegiato tra la Chiesa e le nuove generazioni, facendo anche dello sport un ambito di evangelizzazione».
In questa scia, annota Leone XIV, si colloca anche l’enciclica Rerum novarum (1891) di Leone XIII, che «stimolò la nascita di numerose associazioni sportive cattoliche, rispondendo così sul piano pastorale alle mutate esigenze della vita moderna – si pensi alle condizioni degli operai dopo la rivoluzione industriale – e alle nuove abitudini emergenti».
A cavallo tra il XIX e il XX secolo, il fenomeno sportivo divenne di massa e nel 1896 nacquero i Giochi Olimpici. A partire dal pontificato di San Pio X la Chiesa cattolica, per voce dei Papi, «propose una visione dello sport centrata sulla dignità della persona umana, sul suo sviluppo integrale, sull’educazione e sulla relazione con gli altri, evidenziandone il valore universale quale strumento di promozione di valori come la fraternità, la solidarietà e la pace», sottolinea il Papa citando anche il Concilio, grazie al quale «è cresciuta la consapevolezza ecclesiale dell’importanza della pratica sportiva».
«Molto significativi», per Leone, sono stati due Giubilei dello Sport celebrati da San Giovanni Paolo II: il primo il 12 aprile 1984 e il secondo il 29 ottobre 2000, allo Stadio Olimpico di Roma: «In questa stessa linea si è posto il Giubileo del 2025, che ha rilanciato in modo esplicito il valore culturale, educativo e simbolico dello sport come linguaggio umano universale di incontro e di speranza. È l’orientamento che ha motivato la scelta di accogliere in Vaticano il Giro d’Italia».
«Uno scambio prolungato nel tennis è esaltante»
«Numerose ricerche hanno riconosciuto che le persone non sono soltanto motivate dal denaro o dalla fama, ma possono sperimentare gioia e ricompense intrinseche alle attività che svolgono, compiendole, cioè, e apprezzandole per il loro stesso valore», osserva il Papa, che cita anche la cosiddetta flow experience (o “flusso”) nello sport, un’esperienza che «si verifica in genere fra persone impegnate in un’attività che richiede concentrazione e abilità, quando il livello di sfida corrisponde o è leggermente superiore al loro livello già acquisito. Pensiamo, ad esempio, a uno scambio prolungato nel tennis», l’esempio tratto da uno sport che Leone ama molto praticare: «il motivo per cui questa è una delle parti più divertenti di una partita è che ogni giocatore spinge l’altro al limite del proprio livello di abilità. L’esperienza è esaltante e i due giocatori si spingono reciprocamente a migliorarsi; e questo vale tanto per due bambini di dieci anni quanto per due campioni professionisti».
«È stato osservato che le persone provano gioia quando si donano pienamente a un’attività o a una relazione e vanno oltre il punto in cui si trovavano, con una sorta di movimento in avanti», spiega il Papa, secondo il quale «tali dinamiche favoriscono la crescita della persona nella sua totalità». Durante un’esperienza sportiva, inoltre, «spesso la persona concentra completamente la propria attenzione su ciò che sta facendo: Si verifica una fusione tra azione e consapevolezza, al punto che non resta spazio per un’attenzione esplicita rivolta a sé stessi. In questo senso, l’esperienza interrompe la tendenza all’egocentrismo. Al tempo stesso, le persone descrivono un senso di unione con ciò che le circonda. Negli sport di squadra, questo è solitamente vissuto come un legame o un’unità con i compagni: il giocatore non è più ripiegato su di sé, perché fa parte di un gruppo che tende a un obiettivo comune».
«Una formidabile opportunità formativa»
Gli sport di squadra sono «una formidabile opportunità formativa: Quando non sono inquinati dal culto del profitto, i giovani si mettono in gioco in relazione a qualcosa che per loro è molto importante». Ne è convinto il Papa, che osserva che «non è sempre facile riconoscere le proprie capacità o comprendere come esse possano essere utili alla squadra». Inoltre, «lavorare insieme ai coetanei comporta talvolta la necessità di affrontare conflitti, gestire frustrazioni e fallimenti. Occorre persino imparare a perdonare. Prendono forma così fondamentali virtù personali, cristiane e civili».
Gli allenatori, per Leone XIV, «svolgono un ruolo fondamentale nel creare un ambiente in cui queste dinamiche possano essere vissute, accompagnando i giocatori attraverso di esse. Data la complessità umana coinvolta, è di grande aiuto quando un allenatore è animato da valori spirituali. Vi sono molti allenatori di questo tipo, nelle comunità cristiane e in altre realtà educative, così come a livello agonistico e di élite professionale – l’omaggio del Papa -. Essi descrivono spesso la cultura della squadra come fondata sull’amore, che rispetta e sostiene ogni persona, incoraggiandola a esprimere il meglio di sé per il bene del gruppo. Quando un giovane fa parte di una squadra di questo tipo, apprende qualcosa di essenziale su che cosa significhi essere umani e crescere», perché «solo insieme possiamo diventare autenticamente noi stessi. Solo attraverso l’amore la nostra vita interiore diventa profonda e la nostra identità forte».
«Impegnarsi affinché lo sport sia accessibile a tutti»
«Occorre impegnarsi affinché lo sport sia reso accessibile a tutti», l’appello del Papa, che ricorda che, «proprio perché lo sport è fonte di gioia e favorisce lo sviluppo personale e le relazioni sociali, esso dovrebbe essere accessibile a tutte le persone che desiderano praticarlo. In alcune società che si considerano avanzate, dove lo sport è organizzato secondo il principio del “pagare per giocare”, i bambini provenienti da famiglie e comunità- più povere non possono permettersi le quote di partecipazione e restano esclusi la denuncia di Leone XIV -. In altre società, alle ragazze e alle donne non è consentito praticare sport. A volte, nella formazione alla vita religiosa, specialmente femminile, permangono diffidenze e timori verso l’attività fisica e sportiva. Occorre dunque impegnarsi affinché lo sport sia reso accessibile a tutti».
«Ciò è molto importante per la promozione della persona – la tesi del Papa -. Me lo hanno confermato le toccanti testimonianze di membri della Squadra Olimpica dei Rifugiati, o di partecipanti alle Paralimpiadi, alle Special Olympics e alla Homeless World Cup. I valori autentici dello sport si aprono naturalmente alla solidarietà e all’inclusione».
No alla «dittatura della performance»
«La dittatura della performance può indurre all’uso di sostanze dopanti e ad altre forme di frode, e può portare i giocatori di sport di squadra a concentrarsi sul proprio benessere economico piuttosto che sulla lealtà verso la propria disciplina». A lanciare il grido d’allarme è il Papa, che denuncia una forma di «corruzione» dello sport «che è sotto gli occhi di tutti, quando il business diventa la motivazione primaria o esclusiva e le scelte non muovono più dalle persone, né da ciò che favorisce il bene dell’atleta, il suo sviluppo integrale e quello della comunità». «Quando gli incentivi finanziari diventano l’unico criterio, può accadere che individui e squadre pieghino i propri risultati alla corruzione e all’invadenza dell’industria del gioco d’azzardo», altro rischio evidenziato da Leone XIV, secondo il quale «queste diverse forme di frode non solo corrompono le attività sportive in sé, ma servono anche a disilludere il grande pubblico e a minare il contributo positivo dello sport alla società in generale. Quando si mira a massimizzare il profitto, si sopravvaluta ciò che può essere misurato o quantificato, a scapito di dimensioni umane di importanza incalcolabile: conta solo ciò che può essere contato – l’analisi del Papa -. Questa mentalità invade lo sport quando l’attenzione si concentra ossessivamente sui risultati raggiunti e sulle somme di denaro che si possono ricavare dalla vittoria. In molti casi, persino a livello dilettantistico, gli imperativi e i valori di mercato sono arrivati a oscurare altri valori umani dello sport, che meritano invece di essere custoditi. Anche gli atleti di alto livello e professionisti, quando l’interesse economico diventa l’obiettivo primario o esclusivo, rischiano di concentrarsi su sé stessi e sulla prestazione, indebolendo la dimensione comunitaria del gioco e tradendo la sua valenza sociale e civile», il monito di Leone: »Lo sport, invece, è una pratica che possiede valori condivisi da tutti coloro che vi partecipano e in grado di umanizzare la convivenza, anche in situazioni difficili”.
«Il rifiuto del doping tocca il cuore stesso dello sport»
«Il rifiuto del doping e di ogni forma di corruzione è una questione non solo disciplinare, ma che tocca il cuore stesso dello sport». Ne è convinto il Papa, che ricorda che «la competizione sportiva, quando è autentica, presuppone un patto etico condiviso: l’accettazione leale delle regole e il rispetto della verità del confronto. Alterare artificialmente la prestazione o comprare il risultato significa spezzare la dimensione del cum-petere, trasformando la ricerca comune dell’eccellenza in una sopraffazione individuale o di parte», il monito di Leone XIV, secondo il quale «lo sport vero, invece, educa a un rapporto sereno con il limite e con la norma. Il limite è una soglia da abitare: è ciò che rende significativo lo sforzo, intelligibile il progresso, riconoscibile il merito. La norma è la grammatica condivisa che rende possibile il gioco stesso. Senza regole non vi è competizione, né incontro, ma solo caos o violenza. Accettare i limiti del proprio corpo, del tempo, della fatica, e rispettare le regole comuni significa riconoscere che la riuscita nasce dalla disciplina, dalla perseveranza e dalla lealtà».
In questo senso, «lo sport offre una lezione decisiva anche oltre il campo di gara: insegna che si può aspirare al massimo senza negare la propria fragilità, che si può vincere senza umiliare, che si può perdere senza essere sconfitti come persone. La competizione equa custodisce così una dimensione profondamente umana e comunitaria: non separa, ma mette in relazione; non assolutizza il risultato, ma valorizza il cammino; non idolatra la prestazione, ma riconosce la dignità di chi gioca».
«Lo stadio luogo di scontro»
«La giusta competizione e la cultura dell’incontro non riguardano solo i giocatori, ma anche gli spettatori e i tifosi». Lo scrive il Papa, metteno in guardia dalla tentazione di trasformare il tifo in fanatismo, trasformando gli stadi in luogo di scontro invece che di incontro. «Il senso di appartenenza alla propria squadra può essere un elemento molto significativo dell’identità di molti tifosi: essi condividono le gioie e le delusioni dei loro eroi e trovano un senso di comunità con gli altri sostenitori – spiega Leone XIV -. Questo è generalmente un fattore positivo nella società, fonte di rivalità amichevole e di battute scherzose, ma può diventare problematico quando si trasforma in una forma di polarizzazione che porta alla violenza verbale e fisica. Allora, da espressione di sostegno e partecipazione, il tifo si trasforma in fanatismo; lo stadio diventa luogo di scontro anziché di incontro. Qui lo sport non unisce ma estremizza, non educa ma diseduca, perché riduce l’identità personale a un’appartenenza cieca e oppositiva – commenta il Papa -. Ciò è particolarmente preoccupante quando il tifo è legato ad altre forme di discriminazione politica, sociale e religiosa e viene utilizzato indirettamente per esprimere forme più profonde di risentimento e odio». Le competizioni internazionali, in particolare, «offrono un’occasione privilegiata per sperimentare la nostra comune umanità nella ricchezza delle sue diversità»: Vi è qualcosa di profondamente toccante nelle cerimonie di apertura e di chiusura dei Giochi Olimpici, quando vediamo gli atleti sfilare con le bandiere nazionali e gli abiti caratteristici dei loro Paesi – il riferimento all’oggi -. Esperienze come queste possono ispirarci e ricordarci che siamo chiamati a formare un’unica famiglia umana. I valori promossi dallo sport – quali la lealtà, la condivisione, l’accoglienza, il dialogo e la fiducia negli altri – sono comuni ad ogni persona, indipendentemente dalla provenienza etnica, dalla cultura e dal credo religioso».
«No a narcisismo e culto dell’immagine»
«Quando lo sport pretende di sostituirsi alla religione, perde il suo carattere di gioco e di servizio alla vita, diventando assoluto, totalizzante, incapace di relativizzare sé stesso». È il monito del Papa, afferma che «non è raro che lo sport venga investito di una funzione quasi religiosa»: «Gli stadi sono percepiti come cattedrali laiche, le partite come liturgie collettive, gli atleti come figure salvifiche. Questa sacralizzazione rivela un bisogno autentico di senso e di comunione, ma rischia di svuotare sia lo sport sia la dimensione spirituale dell’esistenza».
In questo contesto, per Leone XIV, «si inserisce anche il pericolo del narcisismo, che attraversa oggi l’intera cultura sportiva: L’atleta può rimanere fissato allo specchio del proprio corpo performante, del proprio successo misurato in visibilità e consenso. Il culto dell’immagine e della prestazione, amplificato dai media e dalle piattaforme digitali, rischia di frammentare la persona, separando il corpo dalla mente e dallo spirito». «È urgente riaffermare una cura integrale della persona umana, nella quale il benessere fisico non sia disgiunto dall’equilibrio interiore, dalla responsabilità etica e dall’apertura agli altri – l’appello del Papa -. Occorre riscoprire le figure che hanno unito passione sportiva, sensibilità sociale e santità», come San Pier Giorgio Frassati, «giovane torinese che univa perfettamente fede, preghiera, impegno sociale e sport»: «Pier Giorgio era appassionato di alpinismo e organizzava spesso escursioni con i suoi amici. Andare in montagna, immergersi in quegli scenari maestosi gli faceva contemplare la grandezza del Creatore».
«La strumentalizzazione politica delle competizioni internazionali»
«Quando lo sport viene piegato a logiche di potere, di propaganda o di supremazia nazionale, è tradita la sua vocazione universale», scrive il Papa, che definisce una «distorsione» la «strumentalizzazione politica delle competizioni sportive internazionali». «Le grandi manifestazioni sportive dovrebbero essere luoghi di incontro e di ammirazione reciproca, non palcoscenici per l’affermazione di interessi politici o ideologici – il monito -. Le sfide contemporanee si intensificano ulteriormente con l’impatto del transumanesimo e dell’intelligenza artificiale sul mondo dello sport. Le tecnologie applicate alla prestazione rischiano di introdurre una separazione artificiale tra corpo e mente, trasformando l’atleta in un prodotto ottimizzato, controllato, potenziato oltre i limiti naturali – il grido d’allarme di Leone XIV -. Quando la tecnica non è più al servizio della persona ma pretende di ridefinirla, lo sport smarrisce la sua dimensione umana e simbolica, diventando un laboratorio di sperimentazione disincarnata».
«In contrasto con queste derive, lo sport conserva una straordinaria capacità inclusiva – sostiene il Papa -. Praticato in modo giusto, esso apre spazi di partecipazione per persone di ogni età, condizione sociale e abilità, diventando strumento di integrazione e di dignità», come dimostra l’esperienza di Athletica Vaticana, creata nel 2018 come squadra ufficiale della Santa Sede e sotto la guida del Dicastero per la cultura e l’educazione. «Qui lo sport non è spettacolo, ma prossimità; non è selezione, ma accompagnamento; non è competizione esasperata, ma cammino condiviso», l’omaggio del Pontefice, che esorta anche a interrogarsi «sulla crescente assimilazione dello sport alla logica dei videogiochi»: «La gamification estrema della pratica sportiva, la riduzione dell’esperienza a punteggi, livelli e performance replicabili, rischia di disancorare lo sport dal corpo reale e dalla relazione concreta. Il gioco, che è sempre rischio, imprevisto e presenza, viene sostituito da una simulazione che promette controllo totale e gratificazione immediata. Recuperare il valore autentico dello sport significa allora restituirgli la sua dimensione incarnata, educativa e relazionale, affinché rimanga una scuola di umanità e non un semplice dispositivo di consumo».
«Spazio di accoglienza»
«Una buona pastorale dello sport può contribuire in modo significativo alla riflessione sull’etica sportiva». Il Papa esorta a «illuminare dall’interno il senso dell’agire sportivo, mostrando come la ricerca del risultato possa convivere con il rispetto dell’altro, delle regole e di sé stessi. L’armonia tra sviluppo fisico e sviluppo spirituale va considerata come dimensione costitutiva di una visione integrale della persona umana», l’indicazione di rotta di Leone XIV: «Lo sport diventa così luogo in cui imparare a prendersi cura del proprio essere senza idolatrarlo, a superarsi senza annullarsi, a competere senza perdere la fraternità».
«Lo sport può e deve essere spazio di accoglienza, capace di coinvolgere persone di diversa provenienza sociale, culturale e fisica», la raccomandazione del Papa, secondo il quale «la gioia di essere insieme, che nasce dal gioco condiviso, dall’allenamento comune e dal sostegno reciproco, è una delle espressioni più semplici e più profonde di umanità riconciliata». In questo orizzonte, «gli sportivi costituiscono un modello che va riconosciuto e accompagnato», perché «la loro esperienza quotidiana parla di ascesi e di sobrietà, di lavoro paziente su sé stessi, di equilibrio tra disciplina e libertà, di rispetto dei tempi del corpo e della mente».
A sua volta, la vita spirituale «offre agli sportivi uno sguardo che va oltre la prestazione e il risultato. Introduce il senso dell’esercizio come pratica che forma l’interiorità. Aiuta a dare significato alla fatica, a vivere la sconfitta senza disperazione e il successo senza presunzione, trasformando l’allenamento in disciplina dell’umano». «Liberare lo sport da logiche riduttive che lo trasformano in mero spettacolo o consumo – l’invito finale – L’abbondanza non nasce dalla vittoria a ogni costo, ma dalla condivisione, dal rispetto e dalla gioia di camminare insieme».


