Si festeggiano i cento anni della presenza dei Missionari della Consolata in Tanzania. E nel centro di Bevera tanti sono i giovani che aiutano i poveri italiani e immigrati

di Nicholas Odhiambo OMONDI
Missionario della Consolata

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Nel Mese missionario straordinario papa Francesco ha invitato ad approfondire quattro dimensioni costitutive della missione della Chiesa nel mondo. L’ultima è quella della «carità missionaria». Padre Nicholas Odhiambo Omondi dei missionari della Consolata ci guida in questa riflessione.

«Siate conche, non canali, con i doni spirituali; siate canali non conche, con i beni materiali», padre Giuseppe Allamano, il fondatore dei missionari della Consolata, così appassionatamente ripeteva ai missionari e alle missionarie nella loro partenza per l’Africa. Quest’anno festeggiamo i cento anni della nostra presenza come missionari della Consolata in Tanzania. Ma in che cosa consiste tutta questa festa?

La vera consolazione è Gesù Cristo che Maria Sua mamma, ha portato al mondo. Questa vera consolazione abita il popolo tanzaniano, e continua ad entusiasmare la gente grazie a tanti missionari religiosi e laici che hanno speso la vita per questa causa – per primo il fondatore che osava dire «per voi consumai roba, salute e vita». Festeggiamo la presenza e l’amore verso l’Eucaristia evidente anche dalla presenza di tanta gente che percorre molti chilometri per incontrare Gesù e dalle assemblee di fedeli ormai incontenibili nelle chiese. Festeggiamo uomini e donne che chiedono i sacramenti per loro stessi o per i figli. Portare il Vangelo in una mano e nell’altra portare le opere. Il Vangelo è predicato con le opere. Infatti come potremmo spiegare a una persona che vive in miseria assoluta che c’è una vita migliore dopo questa, se in questa terra non gli abbiamo dato la possibilità di assaggiare questa vita buona?

Dovunque vadano i missionari della Consolata questa promessa di una vita migliore si esprime nella collaborazione assieme alla gente nella costruzione di scuole, dispensari, orfanotrofi, falegnamerie, eccetera. Il missionario avvicinando la gente diventa una «conca» per i beni spirituali e «canale» per quello che è materiale. Ogni bene materiale ricevuto è canalizzato per il bene della popolazione con cui si vive e si lavora. La cosa più triste che possa capitare ad un uomo è quella di essere inutile a qualcuno. Non bastano le parole, ci vuole un impegno. «Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa» (Gc 2,14-17).

Diceva Matteo, un giovane 24enne, che frequenta il nostro Centro d’animazione missionaria a Bevera: «Ai ragazzi che vivono in comunità distribuiamo cibi e bevande. Sarò sincero e ammetto che sin da subito questa “attività” mi è stata accollata da parenti stretti… tipico comportamento di mia sorella! Inizialmente non ne ero molto entusiasta, mi sembrava un po’ un peso andare a Bevera una volta a settimana per soli 20/30 minuti, uno spreco. Ma poi ti accorgi che anche donare così poco tempo a ragazzi sconosciuti ma bisognosi, ti fa stare bene, ti rende felice e rende felice anche loro. Aiutare gli altri è un dono. Accoglierli ed essere accolto con un sorriso, con una battuta ti cambia la giornata. Si creano nuove amicizie, ascolti testimonianze di vita che ti lasciano il segno e assaggi pure nuovi sapori. Per questo mi impegno e condivido questi momenti con persone a cui tengo».

I più belli santuari mai visitati sono quelli verso i poveri. Tanti sono i giovani che fanno un pellegrinaggio in questo Centro offrendo il loro tempo per ascoltare i bisogni delle persone che chiedono aiuto; insegnare ai nostri fratelli e sorelle immigrati in Italia la lingua italiana e aiutarli a conseguire la patente; gestire un mercatino di abiti usati per permetterne l’acquisto alle persone con difficoltà economiche; promuovere un commercio più equo e solidale; incontrare diverse culture nel nostro territorio. Gesù, il missionario per eccellenza, offre la divisa che contraddistinguerà i suoi discepoli: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri». Che il mese missionario ci dia la spinta di testimoniare a Cristo con l’annuncio di una vita buona avendo addosso la divisa preferita da lui stesso, cioè la divisa dell’amore.

 

 

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