Il presidente don Marco Bove fa il punto su come la Sacra Famiglia ha affrontato la pandemia («seconda ondata più virulenta della prima») e rileva: «Ci battiamo perché nelle normative e nei ristori economici anche le persone disabili vengano riconosciute come altamente a rischio»

di Annamaria Braccini

Sacra Famiglia

«La percezione che abbiamo complessivamente è che la seconda ondata sia particolarmente impegnativa e, per certi versi, ci abbia messo ancora di più alla prova. Infatti, laddove nella prima ondata eravamo riusciti ad arginare sia i decessi sia il contagio, in questa seconda anche le nostre strutture, che erano state di fatto risparmiate, sono state colpite». Don Marco Bove, presidente della Fondazione Istituto Sacra Famiglia Onlus, definisce con queste parole la situazione della grande e storica realtà che da oltre 120 anni sostiene la fragilità, anche nelle sue forme più gravi.

Quali sono i “numeri” attuali per quanto riguarda l’andamento pandemico?
Il numero complessivo di contagi in questo momento è inferiore alla prima ondata che, tuttavia, va valutata nel periodo compreso tra marzo e giugno. Adesso, dal 12 ottobre a oggi, le cifre sono elevate: nella prima ondata abbiamo avuto poco più di 300 contagi in tutte le nostre strutture; ora siamo a 260, ma in un arco temporale dimezzato. È chiaro che adesso stiamo registrando una flessione, non avendo nuovi focolai da novembre e con la progressiva negativizzazione dei contagiati.

Quanti sono in totale i vostri ospiti?
Siamo presenti in tre regioni – Lombardia, Piemonte e Liguria -, per un totale di 23 sedi, compresa quella centrale di Cesano Boscone, e abbiamo quasi 1700 ospiti residenziali. Si tratta, prevalentemente, di disabili gravi o molto gravi e di anziani. Possiamo anche contare su una parte sanitaria dedicata alle cure intermedie e alla degenza vera e propria. Presso la sede centrale abbiamo una struttura ospedaliera di dimensioni medio-piccole, che ci ha permesso, con la presenza di un direttore sanitario, la dottoressa Carla Dotti, di arginare la situazione sotto l’aspetto medico e dell’isolamento. La cosa che ci ha colpito è la virulenza di questa seconda ondata, pur essendovi arrivati più preparati e avendo imparato a gestire la situazione, grazie al fatto che, fin dall’inizio, il nostro direttore sanitario ci ha fornito una serie di linee-guida ancor prima che il Ministero della Salute e la Regione Lombardia dettassero le proprie.

Non sono mancati attacchi, talvolta strumentali, alla gestione delle Rsa. Se dovesse esprimere un auspicio, cosa direbbe?
In effetti vi è stata una concentrazione strumentale sulle Rsa, ma ci si è dimenticati che il mondo della fragilità è costituito anche dalla disabilità. Questo aspetto, purtroppo, non è stato valutato nelle normative e anche nei ristori di tipo economico, per cui ci siamo battuti perché le persone disabili venissero riconosciute come altamente a rischio. Quello che posso auspicare è che nelle Rsa – delle quali si è parlato tanto -, ma anche nelle Rsd (Residenze sanitarie per disabili) ci sia una maggiore attenzione, con la possibilità di una presa in carico che può essere anche domiciliare, quella che si chiama Rsa aperta, come realizziamo già da alcuni anni avendone sperimentato l’efficacia. L’auspicio è che a questo tipo di approccio si dia la giusta attenzione, senza giudizi sommari sulle Rsa. Il passo successivo potrebbe essere la creazione di Centri diurni dove socializzare. Quando poi le condizioni medico-sanitarie si aggravano, allora può essere sensato che ci sia davvero anche un ricovero in una Rsa. Le polemiche che ci sono state probabilmente fanno riferimento a strutture che non avevano né gli standard necessari, né un personale all’altezza di gestire, in modo decoroso e non solo sanitariamente, l’anziano. Dobbiamo domandarci come oggi la sanità e la nostra società possano davvero, nel rispetto dell’anziano, farsi carico di bisogni che, al di là delle polemiche, riguardano tutti noi.

 

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