Intervento in Cattolica al Convegno apostolico dell’Opera Don Orione, sul tema «La spiritualità nella qualità di vita: il dominio mancante»

di Annamaria BRACCINI

Opera Don Orione

Il rapporto tra fragilità e fede, la compenetrazione di scienza e carità. Temi complessi, talvolta divisivi, ciclicamente destinati a riemergere nel dibattito pubblico e nella riflessione personale di ciascuno: l’Arcivescovo li affronta aprendo l’VIII Convegno apostolico dell’Opera Don Orione, che si svolge nell’Aula magna dell’Università Cattolica, con il titolo «La spiritualità nella qualità di vita: il dominio mancante». Aperta dal preside della Facoltà di Scienze della formazione dell’ateneo, Luigi Pati, e dal direttore provinciale della Provincia religiosa Madre della Divina Provvidenza, don Aurelio Fusi, l’assise vede la presenza del rettore Franco Anelli, dell’assistente generale della Cattolica monsignor Claudio Giuliodori, di molti docenti, medici, operatori sanitari e volontari. 

Tre modi di vivere la fede

Parlando di gratitudine per l’azione svolta dall’Opera e ricordando il legame tra San Luigi Orione e i suoi predecessori (basti pensare al cardinale Schuster), l’Arcivescovo dice: «Fragilità e fede è una delle questioni centrali della riflessione teologica-antropologica e tra quelle che hanno una risposta meno consensuale. È un tema che continua a interrogarmi». Ma quale rapporto si può immaginare in questo contesto? Tre le indicazioni relative ad altrettanti modi di vivere la fede. 

«C’è la fede magica, quell’atteggiamento che, di fronte alla minaccia, all’enigma, allo spavento, compie gesti nei quali si manifesta una specie di potere che rassicura. La fede magica cerca una formula che sia un’invocazione o, forse, anche una forzatura. Nella fragilità è abituale sviluppare un senso di colpa e cercare un esorcismo per contrastare gli influssi malefici di qualche potenza ostile. La fragilità può avere le forme più diverse, ma il dinamismo della fede magica sembra sempre piuttosto simile, reagendo con la ricerca di una formula per mettersi al riparo dal male, costringendo una potenza superiore a intervenire». Fede, questa, declinata in modi molto diversi, nelle tradizioni etniche e locali, ma che «anche se può essere oggetto di disprezzo e compatimento come infantile, primitiva, pre-scientifica o irrazionale, permane anche in contesti scientifici e razionalistici».

Vi è poi la fede pagana: «Quell’idea di un contratto con Dio che, in cambio di alcune prestazioni, garantisce protezione, risultati, salvezza. La fede pagana interpreta anche l’alleanza come un contratto di dare e avere: le buone opere sono quelle che il popolo deve dare, il successo negli affari o nelle guerre, l’ingresso nel premio eterno sono quello che Dio è in dovere di procurare». Anche in questo secondo caso, rimangono tracce evidenti. «È però una pratica pericolosa: assume la fragilità degli innocenti, e in genere il male, come un’obiezione contro Dio. Infatti, se una persona ha fatto il bene o non ha fatto niente di male, perché soffre, nasce con disabilità, perché vive nella fragilità, perché sperimenta la malattia, la sofferenza, la morte prematura? Dov’è Dio? Perché non ascolta le preghiere e non tiene conto del bene compiuto? L’immagine di Dio che ispira la fede pagana è quella di un essere ambiguo che compie scelte arbitrarie e insindacabili, mandando il bene e il male a caso. È un Dio ingiusto. Molte provocazioni che nascono dalla fragilità, vengono da questa logica».

Infine, la fede autentica. «La fede cristiana è l’atteggiamento delle persone che non è ispirato dalle sue paure né motivato dalla sua presunzione, ma piuttosto è fiducioso nelle promesse di Dio. La fede cristiana, dunque, non è solo una convinzione, ma una relazione personale, è la grazia di “rimanere in Gesù”». «In questa relazione personale, che si chiama fede, la condizione concreta dell’uomo trova la sua salvezza, cioè la persona partecipa della vita di Dio, assume i tratti della vita eterna, dimora nello Spirito Santo». Tutte espressioni, queste, da non considerare isolate – distorcendone il significato -, ma da comprendere nella logica dell’unica rivelazione di Cristo, avverte l’Arcivescovo.  

«Se qualcuno domanda: “Che cosa fa Dio per i fragili, i poveri, gli infelici?”; “Che cosa vuole da me che sono fragile, il Signore?”, questo interrogativo non può metterci in imbarazzo, perché si sa bene cosa Dio voglia. Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati – dove il termine salvezza ha una molteplicità di espressioni – e giungano alla conoscenza della verità. Il modo di vivere secondo Cristo è fare della vita un dono. L’uomo è libero e questa libertà può compiersi nell’amore».

Chiara la conclusione: «Ogni situazione è un’occasione, pertanto Dio non ha niente a che fare con la causa della fragilità piuttosto, donando il suo Spirito, rende possibile anche a chi è fragile di vivere come ha vissuto Gesù, di amare come Lui ha amato, di vivere la situazione come occasione adatta per accogliere la vocazione all’amore».

Dopo la giornata milanese, il Convegno si sposterà a Montebello della Battaglia dove, presso il Centro congressi Don Orione, si affronterà fino al 4 ottobre il tema «Organizzare l’identità carismatica» (anche con workshop tematici). 

 

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi