All’Auditorium Gaber una celebrazione eucaristica a cui ha fatto seguito un confronto con il Presidente del Consiglio regionale sui giovani e la partecipazione alla vita civile

di Annamaria Braccini

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«In questo momento è necessario avere coraggio, fiducia, sapienza ed essere forti. Questa Pasqua ci chiede di decidere il viaggio. Non possiamo stare fermi, vivere una vita sospesa. Non ci aspettiamo che piova dal cielo una qualche soluzione per i nostri problemi, dobbiamo andare. Ma dove? Verso un nuovo paese. Siamo in cammino verso una fraternità, siamo chiamati a essere fratelli tutti, qui in questa terra così provata e promettente, con tante fatiche e con tante imprese di solidarietà». È un invito alla fiducia e alla speranza, quello che l’Arcivescovo rivolge a consiglieri, collaboratori e personale della Regione riuniti presso l’Auditorium “Giorgio Gaber”, all’interno del grattacielo Pirelli, per prendere parte alla celebrazione da lui presieduta.

Celebrare Messa qui significa che, «con la consapevolezza della nostra impotenza, cresce la fiducia per quello che il Signore può fare per noi», dice in apertura l’Arcivescovo, tornando, nella sua omelia, sull’«affidarsi» a Dio, così come fece Giobbe nelle sue tribolazioni, e sulla necessità di intraprendere il viaggio della vita – come Tobia – per arrivare a una vera fraternità. Giobbe e Tobia – di cui in questi giorni si stanno leggendo le vicende nella liturgia ambrosiana – che possono insegnare molto anche oggi, suggerisce l’Arcivescovo, cui sono accanto il vicario episcopale monsignor Luca Bressan e don Walter Magnoni, responsabile del Servizio per la Pastorale sociale e il lavoro che concelebrano il Rito.

«Il giusto Giobbe tribolato nella salute, negli affetti e perseguitato che conferma la sua fede, reagisce ai luoghi comuni della banalità che vogliono convincerlo di essersi meritato le sue sofferenze» e Tobia che incontra – pur senza saperlo – «un Angelo di Dio e intraprende, così, il suo viaggio. In questa Pasqua complicata, limitata, tribolata raccogliamo l’esperienza di Tobia come una promessa. Non lo riconosceremo, ma se cerchiamo una guida per il viaggio che ci aspetta, troveremo un angelo di Dio». Da qui «l’augurio e la promessa» di questa Pasqua. «Se raccogliete la sfida di un viaggio in un paese inesplorato, l’angelo di Dio vi guiderà»

Certo, osserva ancora l’Arcivescovo, «le indicazioni dei tecnici sono indispensabili, la competenza nei diversi ambiti preziosa, i consigli di tutti sono benvenuti. Ma noi, poiché ci fidiamo di Dio, abbiamo bisogno di una sapienza che ci renda saggi e forti, per ispirare il cammino. L’angelo di Dio non risolve i problemi al nostro posto, non rende facili le cose difficili, illumina però i passi da compiere, insegna che, anche nella difficoltà, ci può essere un’ispirazione. L’angelo di Dio non sostituisce i tecnici, i progetti, ma ci accompagna per suggerire che in ogni situazione c’è una possibilità di lavorare per il bene comune». Ma chi può essere questo angelo? «Forse per qualcuno puoi essere tu».

Il dialogo con il Presidente del Consiglio regionale

Poi, il dialogo tra l’Arcivescovo e il presidente Alessandro Fermi con a tema, anzitutto, i giovani, per quel dato, evidenziato da un’indagine condotta su una platea di 18-34enni, di una diffusa difficoltà a guardare al futuro, ma anche «con 73% del campione che si augura di poter avere 2 o 3 figli».  

«Il tema della popolazione giovane mi sta molto a cuore e la nostra Chiesa ambrosiana lo ha sempre coltivato con attenzione, attraverso gli oratori e le iniziative proposte per varie fasce di età. Il particolare dramma dei ragazzi che non vanno a scuola e che ha portato anche a situazioni drammatiche deve far pensare, ma il desiderio di avere figli, una famiglia, di dare il proprio contributo al futuro del pianeta, dice che è viva una forza nei giovani – sottolinea l’Arcivescovo  -. Penso che dovremmo avere, come adulti e come responsabili delle Istituzioni, il coraggio di fare delle promesse, di testimoniare ai giovani che la vita è promettente e che vale la pena di viverla. Dobbiamo promettere e garantire che i ragazzi non saranno mai soli, anche dal punto di vista istituzionale e, forse in questo momento, non siamo stati capaci di farlo. Poi, occorre dire che abbiamo stima per loro. Ritengo che tanta parte delle crisi, come la dipendenza dalla droga, dal gioco, dall’assedio della pornografia, sia dovuta al fatto che i giovani non ritengono che la vita valga qualcosa». E, infine, la terza parola «essenziale e tanto censurata dalla cultura attuale», la vocazione. «Si deve interpretare la vita come una vocazione e non una destinazione unicamente a morire. Ciò comporta indicare una responsabilità e un criterio di comportamento».  

Poi, un secondo ambito di dialogo riguardante la partecipazione della gente «a vivere la collettività  associativa, istituzionale, del volontariato che la Lombardia, ma anche tutto il nostro Paese, ha dimostrato di avere», dice Fermi per il quale «gli ultimi dieci anni hanno segnato un distacco, mentre la ripresa dopo la pandemia potrebbe essere il momento ideale per lavorare tutti insieme su questo».

Un auspicio – questo – che diviene anche «un appello» da parte del presidente del Consiglio regionale a cui l’Arcivescovo risponde subito positivamente: «Chi ha una proposta di valori come la Chiesa, deve insistere sul mettersi a servizio del bene comune. Dobbiamo trovare strade nuove perché questo tema non si presta a una lettura univoca, anche se tutte le statistiche rilevano un calo nel desiderio di partecipare con responsabilità al funzionamento delle Istituzioni. Dobbiamo ribadire e motivare all’impegno e alla partecipazione, perché tocca a noi, tutti insieme», scandisce monsignor Delpini in riferimento al suo ultimo Discorso alla Città. «Occorre incoraggiare e trovare gli argomenti per aprire strade con un’educazione alla corresponsabilità, mentre talvolta ho l’impressione che anche nella Chiesa – magari quando si eleggono i Consigli pastorali – non si senta tale chiamata. Per questo raccomando la partecipazione nella sinodalità alla Comunità cristiana, mentre per tutti, anche in ambito laico, voglio dire che, per incoraggiare la partecipazione, bisogna renderla praticabile, semplificando la burocrazia e le difficoltà delle normative».  

 

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