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Celebrazione

L’Arcivescovo: «Credere in Cristo significa accogliere l’amore che Gesù offre»

Mons. Delpini ha presieduto il rito della Nivola, dove è custodita la reliquia emblema della Passione, la cui presenza è attestata fin dal 1263 nella basilica di Santa Tecla e, in Duomo, dal 1461

di Annamaria BRACCINI

12 Settembre 2026
Mons. Delpini durante il rito della Nivola (Cherchi/Chiesadimilano)

Nella giornata in cui si celebrano i Vesperi primi del Triduo dell’Esaltazione della Santa Croce con il tradizionale Rito della Nivola, è l’Arcivescovo, cui sono accanto i Canonici del Capitolo metropolitano, a ricordare il senso vero della croce di Cristo simboleggiata dal Santo Chiodo. La reliquia più preziosa della nostra Chiesa, emblema della Passione e, appunto, della croce, la cui presenza è attestata fin dal 1263 nella basilica di Santa Tecla e, in Duomo, dal 1461.

Reliquia particolarmente cara a san Carloche proprio 450 anni fa la portò per le vie di Milano durante la peste del 1576 –, come a tutti i suoi successori e che, appunto, stretta tra le mani di monsignor Delpini “scende” dalla sua consueta collocazione, a 42 metri di altezza al vertice del catino dell’abside, per essere posizionata in altare maggiore. Là, dove rimarrà esposta alla venerazione dei fedeli fino al termine del Triduo, lunedì 14 settembre, proprio nel giorno dell’Esaltazione della Santa Croce,  con la Messa Capitolare infra Vesperas.

Il Rito della Nivola

E, così, se ad attirare l’attenzione dei moltissimi fedeli presenti in Duomo è, appunto, il Rito con cui, sulla “Nivola” – la sorta di “ascensore” cinquecentesco a forma di nuvola magnificamente decorato – l’Arcivescovo sale fino alla sommità della volta absidale, ridiscendendone con la grande croce lignea dorata che contiene il Santo Chiodo, il pensiero non può che andare al senso vero di questo gesto di là della suggestione simbolica e rituale. Anche se i Vesperi primi dell’Esaltazione della Santa Croce, con il lucernario, l’Inno, la salmodia, le orazioni, inframezzate, appunto, dal Rito della Nivola, le litanie intonate durante la discesa, i canti eseguiti dalla Cappella musicale, l’infusione dell’incenso, il Magnificat, la commemorazione del battesimo rendono magnifica la Cattedrale e coinvolgente la celebrazione, in cui la Cantoria esegue anche il responsorio risalente al 1388 tratto dall’Antifonario di Muggisca. Ma il vero coinvolgimento – sottolinea monsignor Delpini nella sua omelia – è quello «nella passione del Signore, con i suoi tanti personaggi». Quelli che siamo anche noi oggi, Come gli arrabbiati che vogliono che Gesù sia crocifisso.

Il rito della Nivola (Cherchi/Chiesadimilano)

Gli arrabbiati e i distratti

«Perché la gente è arrabbiata? Perché un desiderio così testardo di sopprimere Gesù, nel suo tempo e nel nostro tempo? Perché si è reso antipatico promettendo la vita a chi crede in lui. Gesù ha contestato la religione formale degli adempimenti e dei precetti. Dunque, sia crocifisso: la nostra tradizione religiosa, il tempio e gli affari che girano intorno al tempio sono indiscutibili. Gesù ha vissuto il potere e l’autorità come un servizio. Dunque, sia crocifisso: c’è una rabbia, una insofferenza, un’antipatia ogni volta che Gesù proclama le sue parole di vita eterna», scandisce l’Arcivescovo.

Mons. Mario Delpini (Cherchi/Chiesadimilano)

E, poi, ci sono i distratti, «quelli che sono lì per curiosare, per mestiere, per interesse e tutta questa superficialità e distrazione non fa volgere lo sguardo a Colui che è stato trafitto».  

Quelli che credono

Infine, ci sono quelli che credono, «che stanno sotto la croce per ascoltare e vivere secondo la parola di Gesù, la madre e il discepolo amato»

«Anche se ci sono quelli che trovano antipatico Gesù e insopportabile il suo insegnamento, questo morire che porta a compimento l’amore e rivela la gloria di Dio è perché anche voi che siete arrabbiati crediate. Anche se ci sono quelli che sono distratti, presenti solo per curiosità, interessati solo a far fotografie, questo morire che porta ad adempimento l’amore è la vocazione a entrare in profondità nel mistero della vita, per ricevere la vita eterna, la verità di Dio».

Questo è credere in Cristo che «significa accogliere l’amore che Gesù offre, perché sia vita eterna, nella certezza che senza di lui non possiamo fare nulla. Credere significa vivere in lui e per lui; significa che la dignità di una persona, la riuscita di una vita si compie nel servire, per vivere come Gesù, il maestro e Signore che lava i piedi ai suoi discepoli».

Il riferimento è al capitolo 19 del Vangelo di Giovanni appena proclamato. «Questa pagina ci pone la questione: ma io perché sono qui? Forse sono stato convocato dalla curiosità di assistere a una celebrazione che si compie solo nel Duomo di Milano, solo oggi all’inizio di questo Triduo di adorazione della  Santa Croce?», chiede, infine, il vescovo Delpini che, al termine dei Vespri benedice l’assemblea con la croce in cui è inserito il Santo Chiodo.  

«La verità sarebbe che noi siamo qui per entrare nel mistero della passione del Signore, credere e perciò vivere».