Celebrazione eucaristica nel cinquantesimo anniversario di fondazione del Monastero dei Santi Pietro e Paolo, dove una comunità benedettina divide le sue giornate tra il lavoro e la vita contemplativa

di Annamaria Braccini

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Cinquant’anni esatti. Era infatti il 29 giugno 1971, quando – nella festa dei Santi Pietro e Paolo – presso la Cascinazza nelle campagne di Buccinasco veniva fondato il Monastero benedettino intitolato proprio ai due Santi. Per festeggiare questo importante “compleanno” della Comunità, costituita attualmente da 17 monaci professi definitivi, 3 temporanei e 3 postulanti, arriva l’Arcivescovo, accolto dal priore, padre Sergio Massalongo.

La storia di questo mezzo secolo di vita racconta una vicenda di fede monastica vissuta secondo la Regola di san Benedetto, che si è felicemente incrociata con il Movimento di Comunione e Liberazione, fin dall’inizio, e che, pur tra tante difficoltà, è riuscita a mantenersi pregando e lavorando quotidianamente con l’agricoltura e la produzione di birra, ormai famosa a livello europeo.

Nella cappella che si affaccia sulle campagne circostanti – dove trovano posto, oltre ai monaci, una decina di fedeli -, la celebrazione eucaristica è presieduta dall’Arcivescovo Mario e concelebrata dal Vicario episcopale per la Vita consacrata, monsignor Paolo Martinelli, dal Priore e dai 4 monaci presbiteri della Comunità. Il clima della liturgia, semplice e raccolto, è sottolineato dai canti della tradizione monastica benedettina che si sono fatti invocazione e preghiera attraverso i secoli.

Appunto dalla preghiera si avvia l’omelia dell’Arcivescovo: «La preghiera incessante è un’immagine che non abbandona mai la vita della Chiesa, come un desiderio, come un senso di colpa, come un paradosso, come un precetto, come un’inquietudine, come una impotenza. Come una vocazione, forse». Il riferimento è alle letture del giorno – Atti 12, San Paolo nella II Lettera ai Corinti e il Vangelo di Giovanni al capitolo 21 – con la piccola comunità degli inizi «che non vuole fare altro che pregare». «Il contesto è ostile, la comunità dei discepoli di Gesù è impopolare. Offendere e perseguitare i cristiani è gradito al popolo». Eppure, «i discepoli non protestano, non si ribellano, non cercano la rivincita, non invocano fulmini dal cielo sui persecutori. Pregano, incessantemente pregano».

E oggi? «Sembra che vi siano cose più necessarie, ma forse proprio per questo esistono in città comunità di vita contemplativa», perché «la Chiesa è unita nella preghiera, ha un’intenzione che la raduna: la preghiera non è un fatto individuale, una sorta di spazio riservato in cui conto io, quello che sento, quello che chiedo, quello che provo. Tra i segni, insieme con la condivisione dei beni, la gioia, l’ascolto della predicazione apostolica, la Chiesa si riconosce per la preghiera che la raduna nel pericolo estremo». E non è un caso che, laddove la preghiera pare preceduta da altre priorità, la Chiesa non riconosca l’unità. «La comunità dei discepoli è oggi radunata per pregare per Pietro, il suo successore, e sente questo riferimento come un principio unificante? Sembra di no. Oggi nella comunità si preferisce porre dei distinguo, chiarire le prese di distanza, rivendicare come un diritto la pluralità dei punti di vista, prioritaria rispetto alla convocazione nel pericolo estremo».

Eppure, ripete l’Arcivescovo, «forse per questo esistono in città comunità di vita contemplativa? Come si può comprendere la preghiera incessante in questa comunità, che non è un momento, una parentesi ritagliata in una giornata in cui tutto viene prima della preghiera? Chi risponde all’invito alla preghiera continua vive ogni attimo di coscienza segnato dal sentimento, dalla fede nella presenza del mistero grande di Dio».

Ma come rendere credibile e desiderabile la preghiera continua? «La preghiera non vuole convincere Dio a realizzare le aspettative della comunità. Piuttosto racconta del consegnarsi della comunità all’imitazione di Gesù, nella situazione drammatica come nell’esultanza della festa, nel momento dell’entusiasmo e della popolarità come nel momento della persecuzione. La preghiera che incessantemente ripete le parole di Gesù è la progressiva conformazione, il diventare simili al Signore. La comunità che prega, il discepolo che prega, pregando diventa preghiera».

Alla fine della celebrazione, l’Arcivescovo ringrazia ed esprime la sua riconoscenza per la Comunità, «resa feconda – nota – dalla presenza di giovani». 

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