«Gli uomini e le donne che hanno sentito il dovere di resistere alla tirannia e alla guerra sono un segno di speranza», ha detto nel corso della visita all'istituzione che custodisce documenti e testimonianze e ospita la sede di diverse associazioni

di Annamaria BRACCINI

memoria

«Tenere viva la memoria, attraverso la conoscenza della storia di chi, spesso inerme, dichiarò guerra alla guerra, per costruire un mondo di pace». La Casa della memoria di Milano – sempre più luogo simbolo per la città in uno dei quartieri cult della movida come l’Isola, incuneato tra Skyline alla moda – è questo: uno spazio bello, arioso e modernissimo per parlare del passato e non essere condannati a ripeterlo.

Così arriva anche l’Arcivescovo – il primo – a visitare l’edificio che ospita la sede di diverse realtà, presidio della democrazia e della libertà del Paese, quali l’Associazione Nazionale Ex-Deportati (Aned), l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (Anpi), l’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (Aiviter), l’Associazione Piazza Fontana 12 Dicembre 1969 e l’Istituto Nazionale Ferruccio Parri. Accolto, tra gli altri, dal presidente della Casa Alberto Martinelli, da Roberto Cenati (Anpi Milano) e Dario Venegoni (Aned), da Carlo Arnoldi, presidente Associazione Vittime di Piazza Fontana, l’Arcivescovo sosta in diverse zone della struttura, dove si approfondiscono la collaborazione con le scuole, i progetti di ricerca già realizzati e su cui si lavora, e si va costituendo la biblioteca con i volontari.

Tra bandiere della Resistenza, giacche e fazzoletti che testimoniano la deportazione, fotografie evocative e due mostre – tra cui una dedicata alle donne di Fossoli (molta l’attenzione dedicata dalla Casa al sacrificio femminile) – ciò che si fa quasi palpabilmente presente è davvero la storia, con il suo carico di dolore, ma anche di speranza, che animò tanti giovani capaci di sacrificare la loro vita per la libertà, contro la dittatura e la violenza cieca della sopraffazione e dell’odio.

Una missione da compiere

«Il verbo resistere è affascinante e ha sempre a che fare con un umanesimo – sottolinea l’Arcivescovo -. Gli uomini e le donne che hanno sentito il dovere di resistere alla tirannia e alla guerra sono un segno di speranza. Resistere vuole dire forza d’animo, interpretazione lucida e intelligente del momento, senso di una missione da compiere che induce a non lasciarsi piegare dal clima che, magari, suggerisce indifferenza e sottomissione alle minacce, esponendosi a pericoli reali». Come, appunto, fecero i tanti martiri della libertà e i deportati nei campi di concentramento: «Questi morti sono qui a ricordarci che si può pagare caro tutto questo. La mia presenza è motivo di riconoscenza e di valorizzazione per queste persone, di incoraggiamento per l’opera educativa che le vostre Associazioni, custodi della memoria, si propongono e per chi lavora qui non come in un museo». Un impegno importante specie oggi quando – ricorda Cenati – «si moltiplicano episodi di antisemitismo e, proprio ieri, è stata sfregiata la targa dedicata a Giuseppe Pinelli in piazzale Segesta. 

Il bene e il male

Poi, una riflessione molto personale: «Io sono sempre molto inquieto e mi chiedo cosa ci sia nell’animo umano che induca a fare ciò che è stato fatto. La crudeltà, la sottomissione di popoli, come è possibile? È un enigma che inquieta la storia e il pensiero di tutti noi». Specie in un contesto colto e ricco di civiltà, quale per esempio la Germania. «Come è possibile che tante persone si appassionino a far del male? Ma, insieme a questo, nel cuore umano c’è il bene, le virtù di umanesimo, capacità di vedere dove stia il bene e dove il male. I martiri della guerra e del nazifascismo, meritano di essere ricordati uno per uno, perché soltanto la biografia di ognuno può aiutare a capire come gente ordinaria, di ogni classe sociale, ambiente e religione, possa farsi martire per la libertà di tutti».

Il lascito di Barbareschi

Il ricordo va anche alla Resistenza cristiana, ai preti “Ribelli per amore”, come lì definì felicemente monsignor Giovanni Barbareschi, a sua volta resistente e imprigionato per questo a San Vittore, che ne ricostruì le biografie. Dopo la sua morte nell’ottobre del 2018 Barbareschi ha voluto lasciare in eredità alla Casa alcuni timbri – mostrati con orgoglio all’Arcivescovo – con cui lui e altri partigiani falsificavano documenti e lasciapassare capaci di salvare molte vite. Sacerdoti liberi e coraggiosi «che, proprio a ragione della loro fede, hanno sentito il dovere di contrastare la violenza ingiusta, l’oppressione, le leggi razziali e tutto quello che ha reso cupo quel periodo in Europa». Uomini di Dio come don Eugenio Bussa, “Giusto tra le Nazioni”, all’epoca parroco della vicina parrocchia del Sacro Volto, del quale una lapide ricorda il coraggioso impegno per salvare bimbi ebrei. 

Non a caso, Casa della memoria sarà sede del Comitato che dovrà pensare il Museo Nazionale della Resistenza d’Italia, che sorgerà giustamente a Milano (2500 mq in piazza Baiamonti) «perché è Milano la capitale della Resistenza».

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