La «Notte di Nicodemo», veglia in Santa Maria Segreta, occasione per la Chiesa ambrosiana di accogliere gli studenti fuorisede

di Annamaria BRACCINI

Universitari (2)

Un momento di preghiera partecipata, attesa, intensa, vissuto con l’Arcivescovo e con il desiderio di «di interrogare Maria su come abbia fatto a obbedire, a credere e a essere la Madre di Gesù». Lei, che “meditava queste cose conservandole nel suo cuore”, usando il titolo della Veglia per gli universitari promossa dal Servizio per i Giovani e l’Università. Una «Notte di Nicodemo» con cui la Diocesi ha voluto sottolineare, ancora una volta, la sua attenzione per gli studenti degli Atenei e, in specifico, per i “fuorisede”, accolti con particolare sollecitudine.

Presso la chiesa di Santa Maria Segreta, più di 200 giovani hanno così dato inizio alla Veglia preparandosi con una visita alla splendida Pala dell’Incoronazione della Vergine di Pietro Befulco, da poco restaurata. Arrivata a Milano in circostanze sconosciute, ma commissionata con data certa il 5 ottobre 1492 per la chiesa di Santa Maria delle Grazie a Caponapoli, la tavola di grandi dimensioni, rappresenta «la stupenda iconografia che avvolge, come in una conchiglia, la Vergine nella Trinità, con Gesù che la incorona con due mani quale madre e sposa, la Chiesa», spiega il parroco don Maurizio Corbetta. Donata dal cardinale Schuster alla chiesa dove oggi è conservata in sacristia, l’opera si trovava già, fin dal secolo XVIII, presso la primigenia Santa Maria Segreta eretta vicino a piazza Cordusio, sorgendo nel luogo di un tempio pagano, dedicato alla fecondità, poi riletto dai cristiani in riferimento alla fecondità autentica, la maternità di Gesù.

«Il nostro cuore è spalancato ad un’attesa, esattamente come in Maria. La coscienza della propria piccolezza, fragilità, hanno caratterizzato anche per noi questi ultimi mesi, non in negativo, ma anzi come opportunità», sottolinea nel suo saluto di apertura don Marco Cianci, responsabile della Sezione Universitaria e cappellano della Statale, cui sono accanto il responsabile della Pastorale giovanile, don Marco Fusi e i cappellani della Cattolica, Bocconi, Iulm e del Politecnico. Il ringraziamento è per l’Arcivescovo «che ha desiderato avviare il mese mariano con gli universitari» che intendono dedicare la loro preghiera del rosario, in maggio, «per l’unità della Chiesa».

Tra i canti eseguiti con la consueta maestria dal Coro di Comunione e Liberazione degli studenti della Statale, le letture proposte dalle voci di diversi giovani – dalla storia della preghiera dell’Angelus alla Costituzione dogmatica Lumen Gentium, dalla preghiera di san Bernardo alla Vergine dell’ultimo canto del Paradiso dantesco fino alle parole di san Giovanni Paolo II che, nella sua visita ad Arezzo il 23 maggio 1993, davanti alla tomba del beato Benedetto Sinigardi, ricordò che proprio lì «secondo la tradizione, è nata l’usanza di recitare l’Angelus Domini» -, si articola la Veglia.  

L’omelia dell’Arcivescovo

«Maria è la giovane donna delle domande, dello stupore e dell’inquietudine: la ragazza che si domanda che senso abbia il saluto dell’angelo». Le domande non sono, infatti, per lei, «un’obiezione del miscredente; il rendersi disponibile non è una resa, ma una sfida, l’obbedienza non è una rinuncia, ma un’audacia. Maria, la ragazza delle domande, dice il suo “Eccomi” perché sa il mistero dell’amore e delle profondità di Dio e da Lui invoca luce», dice l’Arcivescovo, avviando la sua riflessione.

«Il nostro tempo è smarrito non perché abbia domande, ma perché non sa a chi porle, di quali risposte fidarsi; è triste, non perché sia inquieto, ma perché non desidera abbastanza e non si crede autorizzato a desiderare di più e ancora. Maria è piena di grazia perché il suo modo di domandarsi il senso delle cose è un dialogo, invece che un ripiegamento su di sé; è l’offerta dell’amore, invece che un’esitazione ad amare. Maria ci insegna come vivere le domande».

E, ancora, «Maria, la giovane mamma dell’inquietudine, dice “Eccomi” perché riconosce l’invito ad andare oltre e a lasciarsi illuminare da Dio». La Madre che domanda con angoscia al dodicenne Gesù, rimasto solo a Gerusalemme, “Perché ci hai fatto questo?”, sa che anche la risposta del Signore è un invito «a pensare di più, a vedere meglio, a intuire, con maggiore profondità, la relazione “con il Padre che mi ha mandato”. È lei che sperimenta una sorta di vertigine, affacciandosi al mistero di Dio e chiedendosi della sorte del Figlio».

Da qui l’auspicio: «Umile e alta più che creatura, termine fisso di eterno consiglio, Maria aiutaci a fare di questo percorso nell’inquietudine l’affacciarsi al mistero di Gesù». «Maria, invasa dallo stupore, trasfigurata dalla Grazia, dice “Eccomi”, non nell’estasi di un rapimento, non nell’entusiasmo di un’emozione travolgente, ma nella libertà di una consegna, come frutto dello stupore; contempla la sua vita, forse ritenuta insignificante, e riconosce che è abitata dal mistero di Dio».

Citando il Magnificat, l’Arcivescovo conclude: «Non bastano le parole, serve un Cantico, una danza perché lo stupore per la grandezza dell’opera di Dio è una gioia travolgente. Non basta un Cantico, ci vorrebbe un ardere che si immerge nell’abbraccio dell’inesauribile splendore». Ma non basta nemmeno l’estasi, «ci vorrebbe un “Eccomi”, una libertà semplice e pura, un sì che riveli alla storia il suo senso».

Infine, al termine della celebrazione, ancora un saluto e un ringraziamento per gli universitari presenti. «La preghiera a Maria è per chiedere la grazia di imitarla. Invoco per tutti la benedizione di Dio per questo anno accademico e perché la vostra vita possa essere un “Eccomi” come quella di Maria».

 

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