In una basilica di Sant’Ambrogio affollata si è svolta la Celebrazione per la Professione religiosa dei Voti perpetui di Laura Barlusconi, suora di Santa Marcellina

di Annamaria Braccini

suor laura barlusconi voti perpetui (H)

Quelli che si sentono estranei, che “non fanno parte”, anche se non mancano mai, in chiesa, quando ci sono feste e funerali; quelli che pensano che la vocazione sia un eroismo per pochi, che va bene cosi, perché bisogna essere tolleranti e basta non essere disturbati.
E, poi, ci sono quelli che dicono “Eccomi”, abbandonandosi liberi all’amore di Dio, comprendendo che la sua chiamata è cosa che riguarda tutti.
La Celebrazione per la Professione dei Voti perpetui di Laura Barlusconi, che diviene suora di Santa Marcellina, si fa occasione, come dice l’Arcivescovo che presiede il Rito in una basilica di Sant’Ambrogio affollata, per richiamare e sottolineare «la serie delle domande rivolte a Simone arrivando a rispondere, con umiltà e decisone, “Signore tu sai tutto”».
Il filo rosso della riflessione è, infatti, la pagina del Vangelo di Giovanni, capitolo 21, appunto con i tre interrogativi rivolti a Simon Pietro da Gesù: domande non sono destinate solo a pochi eletti. Così, i diversi momenti e i gesti della Professione, l’intera Eucaristia, concelebrata dai vescovi vicari episcopali per la Vita Consacrata Femminile e Maschile, monsignor Luigi Stucchi e monsignor Paolo Marinelli, dal vicario generale, monsignor Franco Agnesi, dall’abate di Sant’Ambrogio, monsignor Carlo Faccendini e da diversi sacerdoti, sono un unico invito a rivivere tali stringenti domande.
«Ci sono quelli che sono più preoccupati e delle insinuazioni del mondo che delle domande di Dio. Quelli che, come Simon Pietro, negano ripetutamente il rapporto con Gesù, per paura o per vergogna. Quelli che assistono alla missione della Chiesa come spettatori che non c’entrano».
Insomma, coloro che rimangono fermi al palo della prima interrogazione del Signore – “Mi ami più di costoro?” – e che considerano la «vocazione come una missione per specialisti che si consegnano per imprese più ardue prendendo decisioni che non sono alla portata di tutti: quelli che dicono: “La santità non è per me. È bello però sapere che anche oggi ci sono giovani che decidono per sempre. Per me, però, la definitività è impossibile”».
Come, poi, non riconoscere la malattia tipica del nostro tempo nei tantissimi che sono inchiodati alla successiva richiesta di Cristo al quel Simone che siamo tutti noi oggi – “Mi ami?” – .
«Quelli della seconda domanda sono quelli che intendono il dialogo tra Gesù e Simone come una vicenda riservata, una storia individuale. Pensano secondo l’individualismo che indossa spesso quell’abito di moda che si chiama tolleranza. Non si sa se sia un abito o solo un costume, una specie di mascherata, una sorta di verniciatura superficiale. La tolleranza per l’individuale riduce la vocazione a una scelta personale e le accetta tutte, senza criterio».
Insomma, il “politically correct” che non fa questioni, che non si sente coinvolto e non si meraviglia più di tanto.
Infine, c’è chi arriva alla terza domanda che trafigge il cuore e convince alla libera resa ai vincoli di amore. “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?”.
«La terza domanda chiede a Pietro non l’impresa eroica ed eccezionale di amare di più di tutti gli altri, non la scelta individuale, ma la resa all’invito che lo introduce nel mistero dell’amore. La storia di Pietro è stata scritta nel Vangelo non per informarci di una vicenda singolare, ma perché sia un vangelo per tutti noi, il vangelo della vocazione. Questa è la idea cristiana di vocazione: una vicenda che riguarda tutti, tutti coloro che incontrano Gesù e danno più importanza alla sua parola che alle domande ispirate dal pregiudizio, dal sospetto, dal disprezzo. È una vicenda che non ha come criterio l’autorealizzazione, perché non si tratta in di una cosa da fare, di un ruolo da occupare, ma di lasciarsi legare “con vincoli d’amore e con legami di bontà” (quest’ultima espressione tratta dal profeta Osea, scelta dalla stessa suor Laura per la sua Professione).
Perciò ne verranno frutti di carità, responsabilità educative – secondo il carisma delle “Marcelline” – ruoli e fatiche da affrontare: non solo per una professionalità seria e coscienziosa, ma per un amore che ispira ogni atto, ogni parola e ogni pensiero».
Tutto ciò che si sintetizza nel “Sì, lo voglio”, nella prostrazione alle Litanie dei Santi, nella formula della Professione perpetua dei Voti di castità, povertà, obbedienza la candidata, accompagnata dalla Superiora generale delle Suore di “Santa Marcellina”, madre Marimena Pedone pronuncia davanti all’Arcivescovo recita la preghiera di consacrazione, nella consegna del crocifisso.
E, alla fine, c’è ancora tempo per un ringraziamento di monsignor Delpini a suor Laura e alle consorelle Marcelline che fanno festa intorno alla loro nuova consacrata.

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