In Duomo, il Pontificale presieduto dall’Arcivescovo nella Solennità di Tutti i Santi, ha richiamato il senso di una santità a cui ciascuno è chiamato per costruire il Regno di Dio

di Annamaria Braccini

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«Non esiste, forse nel mondo intero, una chiesa più adatta del nostro Duomo per celebrare questa Solennità, perché il numero delle statue che ricordano santi e beati – circa 3400 – è impressionate. E noi qui ci sentiamo, quasi fisicamente, presenti nella comunione dei Santi. Questa festa non è qualcosa di cui vantarci, ma è la responsabilità di diventare anche noi santi secondo il modello che ci è stato proposto, divenendo segno che il Regno di Dio è dentro la storia umana e compiendolo anche con il nostro impegno a seguire il Signore».

Sono queste le espressioni con cui l’Arcivescovo conclude il Pontificale, da lui presieduto in Cattedrale la mattina del 1 novembre. Sintesi di un modo di concepire la santità – ognuno con i propri carismi e responsabilità – che trova la sua radice nella testimonianza quotidiana di cristiani chiamati «ad ascoltare il cantico dell’immensa moltitudine segnata con il sigillo del Dio vivente».

I Santi, appunto, che «si fanno parola di Vangelo in carne ed ossa, ripetendoci l’antico messaggio, “Tu sei fatto per la santità”. Questa festa che celebriamo è l’occasione per recuperare parole censurate, messe, forse, tra i rifiuti per l’imbarazzo di sentirci antiquati».

È, invece, nel “cantico” della santità, senza tempo e confini, che si conservano le parole di senso che salvano, alle quali l’Arcivescovo – che le contrappone a quelle «inutili che non servono» – dedica la sua riflessione nell’omelia.

«Ci sono parole che risultano inutili, antiquate, come fossero vecchie cianfrusaglie: non si sa più da dove vengono, non si sa a che cosa servono. Può capitare persino che sia imbarazzante tenere in bocca certe parole fuori moda che, perciò, finiscono in discarica».

A questo conduce il «complesso di essere aggiornati, per cui la frenesia di fare ordine nel vocabolario, la distrazione o la fretta, rendono sbrigativi e si finisce per buttare via anche quello che è prezioso, senza distinguere le cianfrusaglie dai gioielli».

Tanto che nelle discariche si trova di tutto, «ma può succedere che, a un certo punto, ci si accorga che alcune parole mancano e che i discorsi si inceppino, non comunicando niente, non riuscendo neppure a far capire se stessi e a dare un nome alle proprie esperienze e ai propri sentimenti. Il vocabolario troppo povero ci rende tutti più poveri».

Dalle “Beatitudini”, appena proclamate come lettura evangelica di Matteo propria della Solennità di Tutti Santi, si comprendono, allora, quelle parole che sono «perle preziose».

«Per esempio, come si chiama l’inquietudine che lascia sempre insoddisfatti, la sete di un oltre e di un altrove che si avverte come una nostalgia? Come si chiama quell’intuizione che si potrebbe vedere oltre la banalità e l’artificioso spettacolo che eccita e seduce e che, poi, delude, lasciando solo una vergogna?»

Nel Vangelo si legge: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”.

E, ancora, «come si chiama quella specie di ribellione suscitata dallo spettacolo dei prepotenti che umiliano i deboli? Quel senso di colpa per aver girato la testa dall’altra parte di fronte all’insulto di chi banchetta e sperpera al cospetto di chi muore di fame? Quel rimorso per la viltà che ha indotto a censurare le denunce e a pagare sapientoni per dirci cose piacevoli, per darci giustificazioni e autorizzarci a non pensare, a non sapere, a non preoccuparsi?».

La risposta è, come sempre, in un Vangelo – “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati” -, che «non sopporta le diseguaglianze offensive», rivelando «che la tranquillità è solo illusione se non diventa condivisione; che non siamo fatti per una solitudine arrabbiata, ma per cercare le vie della riconciliazione fino al perdono; che non siamo fatti per un egoismo indifferente e spietato, ma per una premura capace di soccorrere, per una generosità mite e sorridente. Siamo fatti per amare perché siamo amati».

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