Nel Famedio del Cimitero Monumentale l’Arcivescovo ha presieduto la Celebrazione in ricordo dei Defunti. I cimiteri sono spazi comunitari. Siamo fatti per stare insieme, da vivi e da morti

di Annamaria Braccini

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Delpini, Messa al Monumentale

Tra i nomi dei cittadini illustri che hanno fatto grande Milano, e al grande monumento funerario di Alessandro Manzoni, nel Famedio del “Monumentale”, la Celebrazione eucaristica presieduta dall’Arcivescovo è il simbolo della Chiesa del cielo unita alla Chiesa che vive sulla terra. La Messa, concelebrata dai frati francescani minori, cappellani e affidatari del Cimitero – presente l’assessore alla Trasformazione digitale e Servizi civici, Roberta Cocco in rappresentanza del sindaco di Milano – è affollata di fedeli.

Un mondo dove si corre, non c’è mai tempo, si ha sempre fretta, mentre – come dice monsignor Delpini nella sua omelia – «c’è un luogo nella città dove ci si muove solo a piedi, dove la regola è la lentezza, non la velocità, non la frenesia, ma la pazienza. Si cammina adagio, si ha tempo per guardarsi intorno, per osservare le tombe di persone sconosciute: quelle curate in cui si riversa la nostalgia struggente e quelle dimenticate che interrogano sulle vicende umane e la loro precarietà». Un luogo dove c’è tempo per pensare, in cui il dialogo si può svolgere anche senza parlare, quando ci si ferma alla sepoltura di una persona cara, «o, come qui, davanti a tombe di persone famose, illustri, di maestri che magari abbiamo avuto la grazia di conoscere e di apprezzarne l’insegnamento e il Magistero. C’è uno sguardo che fa apprezzare una parola preziosa e fa provare rammarico per una parola non detta. Il bene fatto, il bene ricevuto, il male fatto, il male subìto entrano nel dialogo senza parole».

Quel luogo è, ovviamente, il cimitero nel quale «non si può evitare il pensiero della morte, dell’inevitabile passaggio, del finire di tutto ciò che è cominciato. Nessuno è così speciale che non debba piegarsi all’esito scritto nella precarietà fin dal venire all’esistenza: tutti, il glorioso e l’insignificante, lo scandaloso e l’edificante, il ricco e il povero. Tutti sono attesi dalla nera signora. ma nel luogo dove non si può evitare il pensiero della morte, gli atteggiamenti sono molto diversi. Alcuni si rassegnano come all’ultimo appuntamento e cercano di esorcizzare il brivido che percorre la schiena quando ci si pensa seriamente. Altri, invece, accendono un lume e dicono una preghiera, professano una speranza, avvertono una presenza amica che abita in una dimensione che non si può sperimentare e che, tuttavia, si sa che è viva, che non si può vedere e toccare, vendere e comprare. C’è un luogo nella città dove tutti stanno insieme, buoni e cattivi, gente che ha fatto del bene e gente che ha rovinato la vita di molti, persone illustri e persone sconosciute, gente che è venuta da chi sa dove e gente che è nata, cresciuta, vissuta e morta nello stesso luogo: tutti insieme».

Per questo i cimiteri possono essere di insegnamento per i vivi. «La presenza dei resti dei morti che si raccolgono in un luogo comune invita la città a riconoscersi con una vocazione a costruire una comunità: non siamo fatti per la solitudine, ma nasciamo in una comunità e andiamo a finire in uno spazio comunitario. Siamo fatti per stare insieme, da vivi e da morti».

Come a dire, anche in spazi apparentemente lontani dalla vita quotidiana, si possono contrastare alcune tendenze delle donne e degli uomini di oggi come l’individualismo, «quel tenere per sé la propria esistenza e persino la morte, con le ceneri disperse chi sa dove, conservate negli spazi del privato e, perciò, sottratte alla preghiera, al ricordo comunitario, senza un nome che suggerisca che i morti continuano a essere presenti. Così è come se non fossero mai vissuti».

Viene da pensare proprio al Famedio, a cosa ne sarebbe stato senza il ricordo grato, condiviso e concretissimo, attraverso i secoli, di una Milano che non dimentica, rendendo onore a chi le ha reso onore.

«La presenza dei cimiteri e del loro messaggio può aiutare la città a coltivare la saggezza. Molte cose che sembrano importanti, passano presto e non lasciano nulla; molte ambizioni, aspirazioni, presunzioni sono derise dalla morte, che sorprende, che interrompe, che stravolge. Anche dalla morte che ritarda, che si fa aspettare troppo, che distrugge l’essere umano e mortifica la bellezza, l’efficienza, la lucidità nello spettacolo desolante della infermità e della vecchiaia».

Se i cimiteri tengono vivo il domandarsi quale sia senso del tutto, la risposta viene solo dal Vangelo «con l’annuncio della speranza, con la promessa di un approdo che sconfigge la morte e fa risplendere la beatitudine che il Signore promette», così come si legge nella pagina del Vangelo di Matteo appena ascoltato dai fedeli.

Nella sera che scende con il primo freddo autunnale, il profilo del vicino skyline della metropoli del domani si confonde con le ombre e il verde quieto del “Monumentale”: la gente non urla, parla sottovoce, si cammina, davvero, con più lentezza, ci si guarda intorno, ci si saluta perfino tra estranei. Forse, davvero, «la nostra città laboriosa fino alla frenesia, creativa, intraprendente, proiettata verso il futuro, può riconoscere, nella visita ai cimiteri, un invito a essere città efficiente, operosa, ma anche città saggia, paziente, capace di coltivare pensieri di modestia e di custodire la speranza e tenace nel resistere alla troppo facile tentazione dell’esasperata ricerca del successo precario, della ricchezza che il tempo consuma, della potenza con i piedi di argilla. Abbiamo buone ragioni per sperare».

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