Non si vuole bene solo con la presenza e la vicinanza, ma anche con un atteggiamento delicato che in questi tempi difficili per le relazioni sociali può integrare il nostro modo di amare preoccupandosi autenticamente dell’altro

di don Enrico PAROLARI
Prete e psicoterapeuta, Formazione permanente del clero di Milano

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In un tempo così difficile e strano di pandemia tutti possiamo imparare, forse con qualche fatica, cose inedite e preziose per le relazioni sociali. Tutti siamo stati invitati, anche con precise disposizioni civili ed ecclesiastiche, a stare a distanza di sicurezza. La prima reazione comprensibile è stato un senso di rifiuto, ma poi in molti stiamo comprendendo che questa distanza, non è un rifiuto degli altri, ma è una preoccupazione, una premura e una precauzione per il bene di se stessi e degli altri, che in queste circostanze sono con più evidenza indissolubilmente legati, ma sono sempre interdipendenti.

Vicini e prossimi

Proprio in questo tempo possiamo riconoscere e sorprenderci del fatto che se anche di solito siamo molto vicini a molti altri, non è detto che ci accorgiamo dell’altro e tantomeno ci preoccupiamo e, forse a volte neanche lo rispettiamo. Non è detto che nello stile delle nostre relazioni lasciamo all’altro/a tutto lo spazio per potersi sviluppare in tutto ciò che è, e quindi in senso teologico nella sua vocazione. Essere vicini non significa essere prossimi e diventare prossimi chiede prima una distanza per riconoscere il valore sacro dell’altro. La pedagogia della distanza, anche se in questo tempo è esigente, rigida e costretta, ci invita a scoprire nel voler bene anche la delicatezza della distanza: del lasciar spazio, del fare un passo indietro, del cedere il posto, del fermarsi sulla soglia, dell’aspettare, del non essere invadenti, del rispettare i confini personali. Il voler bene non è solo presenza, ma anche distanza, perché in questo spazio fisico e psichico una persona, una gruppo, una comunità possano muoversi e cambiare.

Custodire l’altro

La pedagogia della distanza mette in evidenza un altro aspetto. Ci invita a prendere coscienza che ciascuno di noi può essere “anche pericoloso” per gli altri e non solo in tempi di “coronavirus”, visto che potremmo essere portatori del virus senza sintomi o in incubazione, ma in ogni circostanza della vita. In una cultura in cui spesso la “stima di sé” si propaga in senso banalmente narcisistico, imparare anche a diffidare di se stessi potrebbe essere una grande risorsa di responsabilità per “custodire” l’altro e costruire rapporti di “civica amicizia”. La pedagogia della distanza, oltre che alla giusta prudenza verso gli altri, ci induce a una certa diffidenza di noi stessi. Spesso riteniamo che il male giunga dall’esterno, dagli altri o da un ipotetico nemico esterno, ma più raramente riconosciamo che può venire da noi stessi. Questo mancato riconoscimento indebolisce una società dal di dentro, dal suo cuore, dalla famiglia, dai rapporti tra amici, compagni di lavoro e vicini di casa.

Nella nostra vita facciamo purtroppo esperienza di una sofferenza drammaticamente inevitabile, ma c’è anche una sofferenza evitabile, che dipende dalle responsabilità personale di ciascuno secondo il suo compito e ruolo. Quanta sofferenza potremmo risparmiare al nostro prossimo se imparassimo anche a diffidare un po’ di noi stessi nel modo di trattare gli altri. Tutti coloro che anche rispetto agli abusi e al male che si può fare ad altri – professionisti, educatori, preti ecc… – si ritengono al di sopra e pensano che questi sono problemi che riguardano solo gli altri, rischiano di essere le persone più pericolose. Gli italiani che sono fuggiti al sud tra l’8 e il 9 marzo, la maggior parte dei quali senza dichiararsi al medico di base e senza quarantena una volta arrivati, non hanno sbagliato per egoismo – li giustificheremmo -, ma per stupidità, al punto di non comprendere di poter essere un danno per propri cari,  parenti,  amici e compaesani… Così quei casi isolati di preti che a tutti costi radunano fedeli, magari di nascosto, comportandosi come se in Italia non ci fosse la libertà religiosa.

Non nemiche, ma complementari

Nella prossimità, il farsi vicino e la delicatezza della distanza non sono nemiche, anzi si integrano. Senza capacità di rispetto e distanza non c’è prossimità, ma si rischiano forme di identificazioni confusive. Certo, riconoscere la “distanza” come un bene di solito non è così spontaneo, ma “custodire” l’altro chiede di andare oltre la compiacenza. Senza la delicatezza della distanza, senza aiutare a stare nei giusti limiti né si educa, né si ama. La pedagogia della distanza è una dimensione importante non solo per la qualità delle relazioni personali e famigliari, ma anche in una comunità cristiana e della società intera. Per una cultura della prossimità è necessaria una anche un pedagogia della distanza.

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