L’Arcivescovo ha presieduto presso l’Istituto “Luigi Palazzolo” della Fondazione “Don Carlo Gnocchi”, la Celebrazione eucaristica con cui ha portato il suo saluto pasquale agli ospiti e al personale della struttura

di Annamaria BRACCINI

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«Riconoscere che la morte è stata vinta, custodire la sorgente della gioia invincibile, aprire la mente alla verità rivelata da Gesù, in cui tutta la storia trova il suo compimento, per essere testimoni della conversione e del perdono».
Sono questi i pensieri e i sentimenti con cui vivere il momento privilegiato del tempo pasquale, nei 50 giorni che vanno dalla Risurrezione alla Pentecoste. Così come indica l’Arcivescovo che, nel giovedì della settimana in albis, presiede la Celebrazione eucaristica presso l’Istituto “Luigi Palazzolo” della Fondazione “Don Carlo Gnocchi-Onlus”.
Di fronte a lui, nella grande chiesa interna alla struttura, trovano posto una trentina di malati in carrozzina, le suore impegnate nell’assistenza, il direttore, Antonio Troisi, una piccola rappresentanza dei volontari e del personale medico e infermieristico. Concelebra la Messa, volutamente semplice e quasi ‘intima’, il cappellano don Enzo Rasi e don Oscar Boscolo, della Cappellania del “Palazzolo”, anima la liturgia.
«In questi giorni nei quali la liturgia racconta gli incontri di Gesù con i discepoli, individuiamo dei rimproveri che il Signore rivolge loro», anzitutto per la rassegnazione che li pervade, dice, aprendo la sua omelia, il vescovo Mario. «I discepoli, come tutti gli uomini, sanno che devono morire e si rassegnano. Hanno paura, piangono e protestano quando muore una persona cara, ma si rassegnano. Si immaginano che la morte sia un nemico invincibile e un inevitabile finire del nulla di tutte le cose». Perciò come tutti, osserva l’Arcivescovo, i discepoli cercano di non pensarci. «Infatti, pensarci seriamente renderebbe tutto insignificante». Perché, ad esempio, fare il bene invece che il male, se muoiono tutti, i buoni e i cattivi? Ma «la presenza di Gesù sconvolge la rassegnazione e rivela una vittoria che cambia il senso della vita e il modo di vivere, dando valore a quello che si vive, perché niente finisce nel nulla e dobbiamo rendere conto a Dio di ciò che facciamo. Perciò Gesù dice: “Non spaventatevi della vita, della vittoria dell’amore sulla morte”».
Il secondo rimprovero è per l’incapacità di credere alla gioia.
«I discepoli, come tutti gli uomini, sono più disposti a credere alle cattive notizie che alla sorgente inesauribile della gioia. Credono che essere contenti sia una forma di ingenuità». Come a dire, la gioia è cosa da bambini, anche se «nella società del grigiore e della tristezza la gioia dei piccoli dà persino fastidio. Per questo, forse, nascono pochi bambini», suggerisce il vescovo Mario che sottolinea. «Quelli che credono di avere esperienza della vita, gli adulti, sono amici del grigiore più che dell’esultanza. Ma Gesù risorto condivide la mensa con i suoi discepoli per dimostrare che la gioia di Pasqua non è un ingenuo sentimento infantile, ma una presenza reale». Dentro la «realtà talora dura, triste, difficile, è presente Gesù e la sua gioia: dunque non lasciatevi prendere dalla tristezza, credete alala gioia, voi che incontrate il Risorto».
E, infine, il terzo rimprovero.
«Nella mente dei discepoli, come di tutte le persone, abitano pregiudizi che chiudono la mente, come il pensare che le “cose della terra” siano le più importanti», secondo l’espressione di Paolo nella Lettera ai Colossesi, proclamata nella II Lettura. Cose della terra che possono essere i soldi, la bellezza, il prestigio, il potere, la salute. Insomma, quelle tanto cercate oggi come 2000 anni fa nella convinzione che ne derivino «soddisfazioni e sicurezze». Ma, ancora una volta, Gesù rimprovera i discepoli e apre loro la mente. «aiutandoli a capire che tutta la storia trova significato nella risurrezione del Cristo e, perciò, nella via di salvezza che Cristo offre. Li aiuta a capire e li incarica di essere testimoni della verità buona e a insegnare quali siamo le cose importanti: nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati».
Da qui, la conclusione. «Nei rimproveri – che, in realtà, sono rivelazioni di Gesù risorto – e nell’ammonimento di Paolo ai Colossesi, non si insegna una via di evasione dei problemi, non si suggerisce di non prendersi cura di quello che si vive ogni giorno, ma piuttosto queste parole indicano la possibilità di vedere tutto, anche le situazioni quotidiane, in una luce nuova, la luce di Pasqua».
Dopo la benedizione e il saluto portato dall’Arcivescovo a ciascuno dei malati presenti, i brevi interventi di congedo sono del direttore Troisi – che ricorda la tradizionale Celebrazione natalizia del vescovo Mario nella stessa chiesa – e di don Rasi. «È, una gioia immensa averla con noi in questa Pasqua che è ancora un po’ quaresima per ciò che stiamo vivendo. Grazie per essere qui come segno del Risorto e per le sue parole di consolazione».

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