Nel giorno di San Giuseppe, non potendosi celebrare la Messa in Duomo, la Fondazione Clerici ha realizzato un video, online alle 11, in cui monsignor Delpini risponde a studenti e rappresentanti di questo mondo. Il direttore Paolo Cesana: «I giovani desiderano parole di speranza»

di Luisa BOVE

Paolo-Cesana
Paolo Cesana

Un appuntamento sempre molto atteso, quello del 19 marzo, per la Fondazione Clerici, che in quella data festeggia il suo patrono, San Giuseppe. Una realtà ben radicata nel nostro territorio, impegnata nella formazione professionale dei giovani. Di solito la festa prevedeva la Messa presieduta dall’Arcivescovo in Duomo, con tutti i rappresentanti del mondo professionale, ma quest’anno l’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 non lo consente. Ne parliamo con Paolo Cesana, direttore della Fondazione.

Che cosa rappresenta per voi questa festa?
Per il sistema della formazione professionale il giorno di San Giuseppe, patrono dei lavoratori, è un appuntamento importante. Nonostante la pandemia, l’Arcivescovo desidera esserci idealmente vicino per sostenere il nostro impegno educativo verso ragazzi speciali, quelli che scelgono un sistema di istruzione che si fonda sulla dimensione pratica.

Quindi cosa farete?
Non potendo celebrare insieme la Messa, faremo sì che l’Arcivescovo entri in dialogo con il nostro sistema tramite un format che utilizza i social come mezzo trasmissivo e a portata dei giovani. In pratica realizzeremo un video con don Massimiliano Sabbadini, presidente nazionale Confap (Confederazione degli enti di ispirazione cristiana), e domande o brevi interventi di alcuni alunni e altri rappresentanti del mondo della formazione professionale. Venerdì alle 11 il video sarà online su www.chiesadimilano.it.

Cosa vi aspettate da monsignor Delpini?
I nostri ragazzi stanno vivendo un momento particolare: è come se il tempo per loro si fosse fermato, desiderano parole di speranza e un sistema educativo e di istruzione adatto a loro. I giovani si apprestano a vivere l’esperienza della realtà in tutti i suoi fattori e l’esperienza che il momento ci impone ne è parte. La figura dell’Arcivescovo è singolare, quasi paterna oserei dire: in modo semplice e con un linguaggio alla portata di tutti sa trasferire messaggi di speranza che in questo periodo sono davvero fondamentali.

Come l’emergenza sanitaria e le norme di distanziamento hanno influito sulle vostre attività?
In questo momento per i giovani l’esperienza educativa della formazione e della scuola rischia di essere mortificata: anche i limiti del sistema educativo arretrato emergono in modo prepotente. Abbiamo un debito verso le future generazioni che va necessariamente colmato al più presto, la sollecitudine del Vescovo e della Chiesa di Milano nel mettersi in dialogo rappresenta per noi un elemento imprescindibile.

Prospettive?
Un aspetto semplice, ma al contempo efficace è quello per esempio di conoscere i sogni e i desideri dell’Arcivescovo verso il sistema educativo e in particolare verso il nostro, perché il sistema dell’istruzione e della formazione professionale, che solo in Lombardia conta 60 mila giovani, è proteso anche a contenere i fenomeni di dispersione che la scuola nella sua impostazione persevera a produrre.

 

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