Un carcerato e una ragazza dal papà musulmano hanno portato la propria testimonianza alla Traditio presieduta dal cardinale Angelo Scola con 116 catecumeni e il Duomo pieno di giovani

di Filippo MAGNI

Traditione Symboli 2016

Il Duomo di Milano si riempie per la veglia in Traditione Symboli, ma Alessandro non c’è. Si trova nel carcere di Monza, a scontare una pena che non gli consente un’uscita di qualche minuto. Neanche per portare la propria testimonianza sull’altare, accanto al cardinale Angelo Scola, alla vigilia della Domenica delle Palme..
E dunque la sua voce è registrata. È facile, per i tanti ragazzi seduti sulle panche della cattedrale, immaginare Alessandro nella sua cella, quasi come fosse al telefono.
«Quando una copia della croce di San Damiano è stata portata in pellegrinaggio nel nostro carcere – dice – mi sono chiesto che senso avesse portare un’altra condanna dove ce ne sono già tante. Ognuno ha la propria da scontare, che ce ne facciamo di una in più?». Gesù, aggiunge, fu condannato «con falsi testimoni, da un tribunale per niente giusto, a causa, diremmo oggi, di motivi di ordine pubblico». Ma siccome Lui «è in tutto e per tutto uomo e anche Dio, la sua pena non ha niente a che fare con la nostra di detenuti. La scelta di sopportare quella pena diventa un abbraccio che dalla croce arriva a tutto il mondo, a noi, per assolverci e perdonarci. Non dalla pena, che è giusto scontare, ma dalla colpa». E allora, conclude, «sentiamoci tutti, in questo anno della misericordia, come il ladrone che riconosce la sua colpa e chiede auto. Sentendosi rispondere le parole più belle: «Oggi con me sarai nel paradiso”».
Leyla invece sale di persona, commossa, al microfono. A Pasqua riceverà il battesimo, come gli altri 115 catecumeni adulti che con lei sono in Duomo: provengono da 4 continenti e 31 Paesi. Il cardinale Scola li ha incontrati nel pomeriggio, venendo accolto, dice lui stesso, «da un’ondata di aria fresca che mi ha strappato dalle altre preoccupazioni. Sono belli come le magnolie dietro al Duomo che, in questo strano inverno, sono già piene adesso di centinaia di fiori».
Il papà di Leyla Ayeb è tunisino, musulmano, si chiama Fredy. Mamma Bruna, sarda, è cattolica. I genitori non la avviano verso nessuna delle due religioni: «Tu e tuo fratello sceglierete da grandi», dicono loro fin da piccoli. «Mi sono sempre immaginata battezzata, con Comunione, Cresima e sposata in Chiesa. Ma la malattia di mia madre mi ha allontanato da questo percorso», racconta la giovane donna in un intervento toccante. «Come poteva il Signore – si è chiesta, tre anni fa – a far soffrire mia mamma, una donna di così grande fede?». Mentre la madre lottava contro un male inguaribile «che la portava via giorno dopo giorno», ricorda, «io mi arrabbiavo sempre più con Dio e con lei. Tornavo a casa all’alba e mi dava fastidio vederla sveglia a pregare, o ad ascoltare Radio Mater». Eppure, in quelle condizioni, «pensava ancora alla sua famiglia, con uno sguardo pieno d’amore». Da quegli sguardi, anche nel letto d’ospedale, qualcosa cambia. «Le sue parole – prosegue Leyla – iniziavano ad entrarmi dentro davvero, vedevo le cose in modo diverso». Da lì, il passo è breve per attaccarsi al citofono del parroco, don Andrea, «che aveva lo stesso sguardo pieno di Dio di mia mamma e di mia nonna». Oggi, conclude Leyla, «so che non mi battezzo per fare contenta lei, ma perché qualcosa è successo a me. Mamma adesso non c’è più, ma so che sarà in prima fila, sorridente, il giorno del sacramento».
Il cardinale Scola ha citato nel suo intervento entrambe le testimonianze, in una serata che fin dal principio, con lo scambio della pace, ha improntato all’apertura verso l’altro. Citando l’episodio in cui l’apostolo Pietro rifiuta di farsi lavare i piedi da Gesù, ha detto: «Noi, a parole, con sentimenti e buone intenzioni, siamo disponibili all’importante spinta di misericordia verso chi è nella prova grave, i poveri, gli emarginati. Ma dobbiamo sapere che i miseri siamo anche noi, ognuno di noi, e abbiamo tanti elementi che confermano questa condizione di miseri. Siamo disposti a spalancare il nostro cuore al misero che ci sta a fianco?». Perché «Gesù ci propone uno scambio: tu sei beato, cioè destinato alla felicità cui aneli in ogni istante, nella misura in cui apri il tuo cuore al misero. Se lo fai, tu stesso sarai oggetto di cuori aperti alla tua miseria». Rivolto ai ragazzi nell’assemblea, ha infine raccomandato loro di «vivere bene e con verità i rapporti affettivi. Non strumentalizzate l’altro al vostro piccolo piacere, amate nel desiderio della verità. Disponetevi a lasciar essere l’altro come “altro”, diverso da te, intraprendete un rapporto con l’intenzione di dare all’amore tutto ciò che richiede, cioè il “per sempre”».
La veglia è terminata poco prima delle 23, anche a causa di un inizio rimandato di 15 minuti per permettere a quanti più possibili di superare gli scrupolosi controlli di sicurezza presenti alle porte del Duomo. C’è stato il tempo però affinché don Maurizio Tremolada, responsabile del servizio giovani della Diocesi, lanciasse come orizzonte cui mirare la prossima Gmg di Cracovia, annunciando che per ora la Diocesi di Milano sarà la più numerosa tra quelle presenti nella città di Papa Giovanni Paolo II, con oltre 5.400 iscritti.
 

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